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"Lasciamo che siano i fatti a parlare. Il resto sono chiacchiere e politica, tutte cose da cui voglio tenermi lontano”. Enzo Baldoni

"Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sè non è forse sufficiente, ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri". Joseph Pulitzer (1847-1911)

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giovedì, 07 febbraio 2008, 23:47
New York, 1995. Ed ecco finalmente Mulberry street vestita a festa. Si celebra San Gennaro per dieci giorni. Luci e tricolori dappertutto come vedete. E' il ruggito d'orgoglio della Little Italy di Manhattan, una gran sarabanda paesana dominata manco a dirlo dalle bancarelle e dal frastuono, come sentite. E' la vittoria degli emigranti o della mafia, come pensa il sindaco Giuliani? Dicono che la festa sia stata organizzata piu' o meno direttamente dalla famiglia Genovese che ora domina Cosa Nostra dopo aver spodestato i Gambino. Arrestato John Gotti, il padrino sarebbe Vincent Gigante che si finge pazzo per evitare il rinvio a giudizio per otto omicidi. Le altre famiglie non esistono piu', decapitate dalla giustizia e dalla nutritissima concorrenza: i latinos, i russi e soprattutto i cinesi.E cosi' tarantelle, lasagne e bandiere italiane si sono riappropriate di un quartiere da cui in realtà sono stati cacciati anni fa. Una finzione semplicemente, poi il territorio tornera' in mano alla Triade, per traffici illeciti più consistenti. Mischiati alla folla, attentissimi, molti poliziotti. Convinti che a Little Italy, in queste serate ancora tiepide di New York, sfilerà tutto il vertice della mafia americana. Se è vero che gestisce i rosari di San Gennaro, le lotterie e il pizzo ai bancarellari, significa che la vecchia Cosa Nostra è proprio ridotta al lumicino. Ma all'Fbi ammoniscono: "Attenti alla nuova. Non ama i riflettori. E' la piu' pericolosa".
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venerdì, 20 aprile 2007, 20:28



Nove milioni di persone, un’area contaminata di oltre 150 mila chilometri quadrati. Decine di migliaia di morti e chissà ancora quanti dovranno morire. Vivere nell’incubo. Soprattutto negli ultimi trenta chilometri intorno alla centrale, la zapretnaya, la zona proibita.  Dubova è uno dei pochi villaggi ancora abitati. Ci vivono 150 persone, tutte poverissime, al limite della disperazione. Sofia però non è disperata, è solo triste. Aspetta solo di morire, non le rimane altro. Ha 78 anni, da trenta vive qui:  “Quella notte non ci siamo accorti di nulla, dormivamo. Ci siamo accorti che qualcosa di grave era successo nei giorni successivi perché c’era tanto movimento, gente che portavano via. Poi cominciò a capire tutto mio marito che lavorava in una fattoria vicino a Pripez. Mi raccontava che facevano gli esami a tutte le bestie e poi nei mesi successivi che succedevano cose strane, mucche con due teste, maiali con una testa e due corpi. Sono venuti anche da noi a farci le visite. Ma non ci hanno portato via, segno che stavamo meglio degli altri. Però mio marito, Micha, ha cominciato a sentirsi male fin che è morto. Per tanto tempo mi hanno dato da mangiare granoturco, dicevano che serviva per guarire. Io non sono morta, sto ancora qui, ma con Micha non abbiamo fatto in tempo a fare figli e sono sola, che altro mi resta oltre che aspettare?”
Michailo ha vent’anni, come il disastro. Quando è successo aveva pochi mesi. E’ di poche parole, le sue giornate le passa andando in bicicletta su e giu per il villaggio. Che devo dire? Ogni tanto qualcuno muore. Noi siamo vivi. E stiamo qui”. Victor ha trent’anni. Ha due figli. Fa il muratore a Kiev, guadagna a malapena per far mangiare la famiglia. “Perché non andiamo tutti a Kiev? Ci fa Perché costa troppo. Qui rischiamo, ma non c’è sceltaVasilj ha lavorato per quattordici anni alla centrale, adesso è in pensione.
Quello che mi porto appresso è un forte mal di testa, il mio compagno di viaggio”. Gala e Vala sono due donne energiche. “Qui è tutto da ridere” fanno.  Sanno tutti che questa è una zona maledetta, che la terra è contaminata e qualsiasi cosa coltiviamo ci può uccidere. E loro che fanno? Ci danno il contributo per quelli che chiamano i prodotti alimentari puliti. Sa quanto ci danno? Un grivna al mese, basta a malapena a comprare un chilo di pane. Noi dovremmo vivere con un chilo di pane al mese. Come dire: mangiate quello che avete, altro che pulito, arrangiatevi, morite”.
Policje è il distretto a ridosso dell’apocalisse, la zona rossa numero quattro. Nykola Martynenko è il vicesindaco. Ci sentiamo i sopravvissuti. Qui vivevano 30 mila persone, adesso siamo rimasti solo in seimila. Ma soltanto mille sono quelli in età lavorativa, gli altri o sono vecchi o sono bambini. Il futuro è ancora peggiore perché ogni quattro morti c’è soltanto una nascita. La metà dei villaggi non esiste più: erano sessanta, ne sono rimasti abitati trenta, alcuni con pochissime persone”.
Davanti alla chiesa nuova ci sono le tombe più tristi. Sulle lapidi non i nomi delle persone ma dei villaggi morti. Ne visitiamo uno, fra i tanti, sommerso dagli arbusti. Questa è zona di funghi ma nessuno ci si avvicina più. L’unico luogo vivo, è un paradosso drammatico, è il cimitero dove ancora vanno i parenti a pregare.
Ci fermiamo a una fattoria, a Obukovici. Sono nati tutti qui. Stanno bene perché hanno molti animali. Ci offrono miele appena fatto. La più anziana è Olga, 70 anni.“Servono a noi e servono a far mangiare i nostri figli a Kiev. Ogni tanto li andiamo a trovare a portiamo roba. Loro no, non vengono, hanno paura. Mangiate,non abbiate timore, non fa male, il miele è buono”.


 

Entriamo a Pripyat, la citta' fantasma. Qui abitavano sessantamila persone: tutti i dipendenti della stazione con le loro famiglie. I morti sono stati 35 mila. L'atmosfera e' allucinante. Tutto e' come il 26 aprile dell'86.  Vladimir Ivanovic era un tecnico della centrale. Uno dei primi ad arrivare, già nel 1976. Quando successe la catastrofe scappò subito a casa, dalla moglie e dalla figlia Tatiana che allora aveva cinque anni. Torna spesso qui, dov’era la loro casa ma per la prima volta oggi porta tutta la famiglia.
“Sapevo che era successo il finimondo. Non aspettai le autorità,non aspettai nessuno. Presi loro, le misi in auto e le portai lontano. La nostra vita non è cambiata, ringraziando Iddio, sono nate anche due gemelle qualche anno dopo. Ma tornare qui ci fa male. Una grande nostalgia. Pripyat era una bellissima città, giovane, viva. Che angoscia trovarla così, morta, sepolta dagli arbusti”.
 A Ivankiv c’è il primo ospedale dopo la zona del disastro. E’ giorno di festa, la pasqua ortodossa, non ci sono medici. La caposala, Tatiana Michailova, ci fa entrare.“Tanto ci sono solo neonati. I bambini malati di cancro li mandiamo a Kiev, adesso il nostro impegno è di accogliere tutti i neonati abbandonati. Ne arrivano tanti, colpi della miseria. Le ragazze fanno i figli per ricevere il suddisio dello Stato, ottomila grivna (1200 euro), poi scoprono che non è così facile e allora lasciano i figli”. Inna ha diciassette anni, la sua bimba, Daria, appena quattro mesi. “Devo lasciarla qui, sono sola. Da quando mio padre ci ha abbandonate mia madre si è messa a bere, ormai è pazza, non posso tornare da lei. Il ragazzo con cui ho fatto Daria è sparito. Adesso cerco una soluzione, ho avuto tante promesse prima delle elezioni, ma adesso non si fa più vivo nessuno”.


 


Ogni anno duemila bambini si ammalano ancora oggi di cancro. Li portano a Kiev, in periferia, all’ospedale pediatrico oncologico. Grigoriy Klimnuk, primario “Ogni giorno in media arrivano da noi due bambini, da tutta l’Ucraina. In un reparto che ne può ospitare duecento siamo arrivati ad averne anche il doppio. Tutti colpiti da tumori solidi. Purtroppo abbiamo grosse carenze economiche. Il governo copre soltanto il 30-40 per cento delle spese per la terapia d’urto, con altri finanziamenti privati arriviamo a coprire il 70 per cento ma è sempre poco. Ne riusciamo a salvare soltanto la metà”. I bambini giocano con i colori, qualcuno addirittura riesce a sorridere. Le mamme sono nei corridoi, nelle stanze. Urlando l’allarme per la miseria che aggrava una situazione drammatica. “Come facciamo? Qui si guadagnano cento euro al mese e una cura costa diecimila euro, impossibile. Manca tutto, mancano anche le siringhe”.
Un’associazione italiana, Soleterre, è intervenuta in maniera sostanziale negli aiuti grazie anche ai finanziamenti del Ministero degli Esteri. Natasha Onoikpo ci fa vedere un ecografo acquistato con i soldi italiani: 25mila euro per uno strumento decisivo. E adesso che scade l’accordo con la Farnesina, Soleterre lancia una campagna con gli Sms.


 


La centrale atomica e' ormai a due passi. Ecco il sarcofago di Chernobyl.  Entriamo nella centrale. E’ ufficialmente chiusa dal 2000 ma di fatto è ancora funzionante. Non produce più energia, ma non è spenta. Molti operai stanno lavorando alla disattivazione dei reattori uno e due. Un impegno difficile e soprattutto lungo.“Lavoriamo sette ore al giorno per un massimo di ventidue giorni consecutivi. Andare oltre questa soglia ci costerebbe la vita.” Nessuno lo ammette, ma ci vorrà almeno un secolo prima di scongiurare definitivamente il pericolo. Certo non si azzarda in previsioni Irina Kovlich, portavoce della centrale. “Non possiamo prevedere quanto ancora ci vorrà. L’aspetto più complicato riguarda lo smaltimento delle scorie. In sostanza, non è stato spento l’interruttore, alcuni sistemi sono ancora funzionanti. Ma non è così facile come spegnere la luce. Il mostro non ci permetterebbe altri errori”. Vivere a Chernobyl. Tra la vita e soprattutto la morte. (Chernobyl, aprile 2006)
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venerdì, 20 aprile 2007, 20:09

chernobyl1

Chernobyl in russo significa "le piante che crescono nella palude". Una volta la zona serviva per nascondersi da mongoli e tartari. Adesso il nemico e' piu' infido perche' invisibile. Il territorio e' stato diviso in quattro zone che corrispondono ai vari livelli di contaminazione. Un visitatore normale, superando molti controlli, puo' arrivare al massimo fino al fiume Zdvizh, cioe' al livello numero due. Al di la', dove il tasso di radiazione e' superiore di cinquanta volte a quello normale, e' assolutamente proibito entrare. Riusciamo a passare. Ma bisogna lasciare l'auto e salire su un pullmino della stazione. E rispettare certe regole. Soprattutto non superare le cinque ore di permamenza. "Sarebbe molto pericoloso" ci dicono "perche' la polvere radioattiva avrebbe il tempo di fermarsi".  Il viaggio nell'apocalisse comincia da Kupovatoe, un villaggio dove alcuni vecchi contadini hanno deciso di tornare, sfidando la morte.  "Sono tornata perche' era impossibile vivere dove ci avevano sistemato. Tre o quattro famiglie per casa. E non c'era il giardino. Pensare che ci hanno messo due giorni per evacuarci. Paura? No, non ho paura. Sono vecchia ormai".  "Ciao,mi chiamo Olga. Sono felice perche' e' la prima volta in vita mia che vedo un italiano".  "Nessuno mi viene a trovare, neppure i figli. Hanno paura. Ormai non mi resta che aspettare la morte, qui. Spero che arrivi presto".  "Se ho paura di stare qui? No, perche' la mia dose ormai l'ho presa, sara' quel che sara'. Sono dei criminali. Ci hanno fatto stare qui due giorni prima di evacuarci. E' gia' un miracolo che non siamo morti subitoPrima di andare via, ci offre i semi della sua campagna contaminata. Non abbiamo il coraggio di rifiutarli.  Quando arriviamo a Chernobyl la temperatura e' scesa a meno dieci gradi. Si gela. La cittadina che ha dato il nome all'apocalisse non e' deserta. Ci sono i tecnici e gli operai che ancora lavorano alla stazione. "Mi sento un po' debole, nient'altro. Facciamo turni di quindici giorni poi scappiamo. Lo stipendio? Beh,e' il doppio rispetto alla media. Io guadagno quasi mille rubli al mese". Mille rubli, al cambio nero, oggi equivalgono a meno di dieci dollari. In lontananza, oltre un cimitero di mezzi militari c'era un altro villaggio: e' stato raso al suolo e seppellito, come altri dodici nella zona. Cosi' come un intero bosco. Tutto sotto terra. L'inferno si avvicina.  Entriamo a Pripyat , la citta' fantasma. "Il partito di Lenin e' la forza del popolo che porta al trionfo del comunismo" c'e' scritto all'ingresso sul muro di un palazzo. La citta' e' proprio a ridosso della centrale. Qui abitavano cinquantamila persone: tutti i dipendenti della stazione con le loro famiglie. I morti finora sono stati cinquemila. E almeno il doppio sono destinati a morire entro breve tempo. L'atmosfera e' allucinante. Tutto e' come il 26 aprile dell'86. In un asilo il segno del tempo che si e' fermato: i pannelli dell'ex Unione Sovietica. Quante cose sono cambiate in cinque anni. Nessun giornalista straniero era fino ad oggi entrato nella citta' proibita. Valerj, il nostro "stalker", il contatto con la zona, ci permette di filmare. Quando entriamo in un palazzo scopriamo perche'. "Questa era la mia casa. Eravamo una famiglia numerosa, allegra. Ogni tanto torno nella mia stanza a suonare ma e' una musica di dolore".  Fra Pripyat e la stazione nucleare, accanto a una serra, c'e' quello che chiamano il "poligono biologico". E' la zona degli esperimenti, dove sono stati piantati i semi raccolti nel bosco irrimediabilmente contaminato, morto da tempo. Le chiamano le piante mutanti. Ci spiegano: "Gli aghi di un pino normale crescono a coppie, cioe' due alla volta. Qui, vedete, sono tre o quattro. Altri crescono direttamente dal tronco. E il tronco, cioe' il legno, qualche volta e' morbidissimo altre volte e' duro come quello di un faggio. Alcuni pini mutanti neppure hanno il tronco. Gli scienziati hanno accertato trentadue fattori mutanti. Che delitto per la natura".  La centrale atomica e' ormai a due passi. Ecco il sarcofago di Chernobyl, monumento funebre alla prima era nucleare. Dentro, nascosto da lastroni di piombo e cemento che sono costati la vita agli elicotteristi che li hanno gettati, c'e' il reattore n.4, quello dell'apocalisse. Tecnicamente e' stato spento,ma di fatto il cuore atomico e' ancora attivo. Arriviamo a meno di duecento metri dall'incubo del mondo. Il contatore geiger impazzisce.  Qualcuno, due anni fa, e' addirittura entrato nel sarcofago. Tecnici della stazione, per cercare il corpo del vicedirettore sparito al momento dell'esplosione. Un luogo dove non sopravvivono neppure i batteri. Mi fanno vedere il filmato: si intuiscono blocchi di lava composti da uranio, plutonio, scorie di tutti i tipi, piombo, cemento che neppure un bazooka riuscirebbe a scalfire. "E' come entrare nel corpo del diavolo e vedere il suo cuore", ci dicono.  Entriamo eccezionalmente nella centrale. Il cuore del diavolo sta li' in fondo, dietro un tramezzo. Siamo nella grande sala delle turbine. Quella notte e' esplosa una turbina come questa, in quel punto, ci spiegano. Arriviamo nella sala controllo. Sul monitor compare il reattore n. 3, l'unico insieme al numero uno che ancora funziona.  Ma che e' successo quella notte? L'ultima testimonianza dall'inferno e' di Serghei Sharshun, capoturno di allora."Quella notte nessuno si aspettava il disastro. Anche perche' non doveva succedere. Ci sono stati almeno tre errori. Sono arrivati ordini sbagliati. Noi superstiti non ci sentiamo fortunati. Ho sensi di colpa che nessuno potra' mai cancellare. Mio figlio sta male, mia moglie sta morendo. Non doveva succedere. Ho la nausea di questo lavoro ma staro' qui fino alla fine perche' e' il mio destino. Odio soltanto chi non ci ha mai avvertito dei rischi che correvamo".  Il viaggio, compiuto rigorosamente entro le cinque ore, e' finito. Quando usciamo il controllo ci definisce per fortuna ancora "chisti", puliti. Ma uscendo nella notte di Chernobyl si sentono ancora i rantoli cupi del mostro in agonia. L'incubo resta.  (Chernobyl, aprile 1991) 
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martedì, 17 aprile 2007, 00:02
new_york_dopo_attacco_torri_gemelle
New York, settembre 2001 - Arrivo di notte, dopo un lungo viaggio attraverso Detroit. E’ il primo aereo in assoluto, due giorni dopo il disastro, che atterra in questa “grande mela” ferita e frastornata. Trovo una citta’ ancora gelata dal dolore. L’aspetto piu’ agghiacciante e’ il silenzio. Si prega anche senza parole, semplicemente stando insieme, come in Union Square, proprio a ridosso dell’apocalisse. Vado sulla prima avenue, al Bellevue hospital, dove arrivano i feriti, diventato il punto d’incontro spontaneo di chi cerca qualcuno. Cartoline, biglietti, foto, fiori: hanno costruito quello che chiamano ormai il muro della preghiera che in realta’ e’ un grande, angosciante monumento alla speranza infinita, purtroppo spesso l’illusione di ritrovare ancora in vita i propri cari. Tanti nomi italiani alla parete del pianto: Rossetti, D’Antonio, Di Leo, Caggiano, Tipaldi, La Martira, Ulissa Micciulli che cerca la cugina Deanna Galante. Centinaia di nomi italiani. Ma non e’ semplice cercare, ne’ capire in una metropoli dove di italiani d’origine ce n’e’ almeno mezzo milione. La madre di Michelle Scarpetta, 26 anni, chiede aiuto: “Lei stava al 95 piano, qualcuno l’ha vista?” E chi ha visto un’altra ragazza, Giovanna Gambale detta Gennie? “Lei stava piu’ su, al piano nmero 105”. La speranza. Tra fiaccole e lacrime anche balli, di una forza struggente contro tutte le violenze…. Ma soprattutto canti: disperati, che invocano la pace. Si prega per chi non c’e’ piu’ ma soprattutto per chi resta. Per il futuro del mondo.
Nessuno va a dormire. Il fumo, denso, angosciante, forse avvelenato, che sale dai grattacieli sventrati da’ il senso di una tragedia che purtroppo ancora non e’ finita. Vado a vedere il cratere dell’apocalisse, quel pezzo di New York che manchera’ per sempre. Si continua a scavare, fra le macerie, senza un attimo di 
sosta. Il sindaco Giuliani ha chiesto di far presto, perche’ la vita non puo’ ricominciare se prima non si cancellano almeno le rovine. Le squadre di soccorso dopo soli tre giorni sono gia’ scese sotto il livello stradale fino alla linea della metropolitana. Il lavoro e’ difficile e faticoso. Ci sono qualcosa come 450 mila tonnellate di macerie ammucchiate la’ dove fino a martedi’ c’erano le torri gemelle. I vigili del fuoco sono esausti, ma vanno avanti. Anche la comunita’ italiana e’ in lutto. Malberry street, uno dei luoghi piu’ frequentati della grande mela, adesso e’ deserta. In questi giorni si doveva celebrare, come ogni anno, San Gennaro. Ma e’ stato tutto rinviato. Certo non e’ il momento di far festa.
E’ passata una settimana. C’era il sole anche martedi’ scorso. Sembrava l’inizio di una giornata bellissima e invece all’improvviso si e’ scatenato l’inferno, il buio, alle 8,45 di mattina. Vado a Brooklyn. Mi dicono dove erano le due torri gemelle, si’ erano li’, proprio dove adesso c’e’ il vuoto. Al panorama fantastico mancheranno per sempre i grattacieli piu’ alti e forse piu’ belli. C’e’ tanta gente, a pregare. E a raccontare, ancora stordita. "Io stavo qui, ho visto tutto, anche il primo aereo. Terribile. Ma questo grande dolore e’ riuscito ad unirci". "Da quando sono nato vengo qui con il cane. Io ancora non ci credo. Ancora spero che sia stato un film". "Certo anch’io da allora non vedo un sacco di gente, amici. Forse sono morti ma ancora spero che ritornino". "Le torri mi mancano ma non voglio che siano ricostruite. Voglio un mausoleo, per non dimenticare". Lacrime, rabbia e rovine mentre dall’altra parte a Manhattan dentro il grande cratere si continua a scavare, anche con le mani, centimetro per centimetro come ci racconta un pompiere. Ma ci vorra’ ancora molto tempo per cancellare almeno i segni del disastro.
Prima di ripartire, un mese dopo, per l’Italia decido per tre giorni di andare a Boston, da dove sono partiti i due aerei carichi dell'odio dei terroristi che poi hanno frantumato le torri gemelle. Mi sono meravigliato di due aspetti che forse spiegano l'apocalisse. Primo: l'aeroporto Logan e' ancora un colabrodo. Secondo: ho trovato tracce pesanti di Bin Laden dappertutto. Sono stato nella strada dove viveva la madre (la strada e' tutta sua) e nel palazzo dove abitavano due fratelli. Per capirci: il nemico gli Stati Uniti l'hanno sempre avuto in casa senza saperlo. Oppure lo sapevano. Ed e’ – un anno dopo – ancora l’interrogativo piu’ inquietante.
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lunedì, 16 aprile 2007, 23:51
kuwaitKuwait, 1991 - Arrivo a Kuwait city di notte. Sono passati appena tre giorni dalla liberazione. E' buio completo, rotto solo dalle fiamme degli spari della gente che festeggia per le strade. Mi dicono che si spara piu' adesso di quando c'era la guerra. In compagnia dell'operatore Ceccarelli e del montatore Casini visitiamo tutti gli alberghi del centro per trovare ospitalita'. Niente, tutti chiusi, distrutti. Arriva un collega addetto al satellite (l'unica buona notizia: c'e' un satellite Rai) e si offre di portarci in una pensioncina "li' vicino". Il piccolo viaggio e' allucinante. Per fortuna a Dharhan c'eravamo comprati tutti una pila. E con la pila c'infiliamo nei vicoli della citta' nera con la paura folle d'inciampare in una delle tante mine lasciate dagli irakeni. C'e' un odore insopportabile. E il silenzio ci fa rimpiangere anche quegli spari cretini sul lungomare, ormai lontano. Arriviamo finalmente (quanto tempo e' passato?) all'Hala House. Una volta -ci dicono- era un posto decente. Ma dopo il soggiorno, proprio li', dei sottufficiali di Saddam e' un posto lercio, puzzolente, disastrato. Hanno strappato anche la moquette, prima di andarsene, e c'e' sangue in cucina. Said, un egiziano, ci chiede una cifra che sarebbe inaudita anche per un albergo a cinque stelle. Ma non abbiamo scelta. La solita pila ci aiuta a trovare il letto. Le lenzuola sono piene di capelli. Il buio, stavolta, ci aiuta dandoci il coraggio di sdraiarci. Vestiti. Cosi' passiamo la prima notte kuwaitiana. Riusciamo ad addormentarci pensando che il giorno dopo, con la luce, l'inferno sara' meno infernale.
Invece quando ci svegliamo, la mattina dopo, e' ancora buio. Guardiamo l'orologio: sono le undici. Guardiamo fuori: la notte non e' finita. Com'e' possibile? Ripensiamo a una profezia di Oriana Fallaci, prima di lasciare l'Arabia Saudita. "Vedrai - mi aveva avvertito con quel suo tono scontroso - in Kuwait avrai un solo incubo, quello della nuvola nera. Respirerai fumo denso di gas, ti bruceranno gli occhi, ti si impastera' la lingua, sentirai i polmoni soffocare. La nuvola nera non e' solo un disagio. E' la paura di quel petrolio che viaggia nell'aria e che ti arriva dentro. Chissa' domani". Dannata nuvola nera. L'angoscia nasce dal fumo dei pozzi che bruciano, l'ultima infamia degli uomini di Saddam prima di lasciare precipitosamente il Paese.
Esco di corsa con l'operatore. Andiamo sul lungomare. La sola luce di tutta la citta' e' l'insegna del "Kuwait international" l'unico albergo (e' gestito dal governo) che possiede un generatore. Il sole e' pallido, s'intravvede appena. Prendo il microfono, mi piazzo davanti a quell'unica scritta. Dico semplicemente: "Qui a Kuwait city sono le undici di mattina. Quello che vedete alle mie spalle e' il sole". In tutto parlo appena cinquantasette secondi, emozionato e a braccio: forse e' il piu' bel servizio delle decine che ho realizzato nei quaranta giorni di permanenza nel Golfo.
Passano altri giorni, tanti giorni al buio e nel rancore. Nei quartieri palestinesi non si spara per festa. Ad Hawalli si da' la caccia ai "collaborazionisti". A Jabrill entriamo nel covo di Abu Nidal. L'odio e' concreto, palpabile. Kuwait city e' una citta' infida e fantasma. Quando non corriamo nel deserto fino in Iraq, a ridosso di Bassora, a sentire profughi e prigionieri irakeni scoprendo cosi' anche la violenza kuwaitiana, passiamo il tempo cercando secchi d'acqua almeno per lavarsi o "razioni kappa" dagli americani per non morire di fame. Oppure entriamo nei negozi disastrati nell'improbabile e un po' patetica ricerca di qualche souvenir. Oppure nei bunker sulla spiaggia dove gli irakeni sono scappati cosi' in fretta da abbandonare il colpo in canna e le scatolette di carne aperte.
Un giorno, dopo tutti questi giorni difficili e squallidi, andiamo ad Ahmadi, cinquanta chilometri a sud della capitale, dove nasce la nuvola nera. I pozzi che bruciano sono ancora centinaia. Il calore di questo gigantesco rogo e' quasi insopportabile. Piove petrolio. Rischiamo l'intossicazione, seguendo i "Fire fighters", i guerrieri (texani) del fuoco, che tentano d'inventarsi un modo di porre fine alla catastrofe. Tutto e' morte, la vita e' sparita dentro laghetti di petrolio, cupi e densi: ce ne sono decine ad Ahmadi. Questa terra cosi' straordinariamente ricca si e' trasformata nell'incubo del mondo. Almeno fin quando non saranno spenti gli ultimi fuochi. Insciallah.
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lunedì, 16 aprile 2007, 23:09

L’esercito Usa soltanto di recente ha ammesso l’esistenza della base di Groom Dry Lake, più comunemente conosciuta come Area 51. La base è da anni al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica perché ritenuta implicata in numerosi episodi legati agli extraterrestri. Un satellite l'ha fotografata e le immagini circolano su internet. La zona militare situata nel deserto del Nevada, dove vengono sviluppati i cosiddetti "black projects" del Pentagono, non compare in nessuna mappa, dunque esiste. Quell’area l’ho visitata molti anni fa (il 4 ottobre del 1995) anticipando di molto, al Tg1, le immagini di una zona solo virtualmente segreta. Ecco il testo.

 
area51bDeserto del Nevada (Usa), 4 ottobre 1995 - Lasciamo Las Vegas, forse la citta' piu' folle (e piu' falsa) del mondo, prima dell'alba. Il viaggio per arrivare all'Area 51 e' lungo e pieno di insidie. Bisogna percorrere almeno duecento chilometri di deserto. Il problema e' che l'Area 51 ufficialmente non esiste, nessuna carta la segna, e dunque bisogna trovarla. Oltretutto dicono che e' molto pericoloso sbagliare. Si sfiorano le basi militari e le sentinelle sparano prima di chiedere informazioni. Appena fuori Las Vegas, arriviamo al confine con la piu' grande delle basi militari statunitensi: e' la base Nellis. Da qui sono partiti gli aerei per il Kuwait. Ma e' qui soprattutto che si sono svolti, o forse si svolgono ancora, esperimenti nucleari. Non solo. Secondo un rapporto rigorosamente top-secret il 10 dicembre 1964 un'astronave aliena sarebbe atterrata nel perimetro della base. Un distaccamento armato comandato da un colonnello si sarebbe avvicinato all'astronave. Improvvisamente dall'oggetto sarebbe uscito un umanoide di corporatura tozza e un potente fascio di luce avrebbe paralizzato tutti i soldati. Le prove di quell'incontro ravvicinatissimo sarebbero ancora qui. Proseguiamo il viaggio. Il territorio e' arido, spezzato solo dalle "giosciua'" le piante del deserto.
Ci dirigiamo verso White Sides Mountain, dove dovrebbe essere l'Area 51. Incontriamo militari. Ci controllano i documenti. Ma non possiamo filmare. Riusciamo a scoprire molto in lontananza i contorni di una base. Ci fermiamo lo stretto necessario per documentarla. Il Nevada e' un territorio molto esteso, 93 miglia quadrate con appena due milioni e mezzo di abitanti, quasi tutti concrentrati a Las Vegas e Reno. Il resto e' deserto, quasi interamente occupato da basi militari.
Passata la cittadina di Alamo, arriviamo finalmente nell'area 51. Quattro case a ridosso delle montagne, un centro di ricerca.
"Siamo nel deserto del Nevada, 150 chilometri a nord-ovest di Las Vegas. Questa e' l'area 51, una zona neppure segnata sulle carte geografiche. Al di la' di quelle montagne c'e' la base militare piu' segreta degli Stati Uniti.
Agli inizi degli anni '90, un esperto di fisica, Bob Lazar, rivelo' di aver esaminato all'interno dell'area 51 nove navi spaziali aliene per incarico dell'esercito americano. Le autorita' smentirono subito, negando anzi l'esistenza stessa della base. Siamo in grado ora di dimostrarvi che questa base esiste, grazie a un documento eccezionale e segretissimo. Eccola la base dell'area 51. Una base immensa che occupa un'intera vallata. La foto e' stata scattata da Glenn Campbell, un appassionato di Ufo che ha raccolto in un dossier tutto il materiale che riguarda quello che definisce il mistero di Groom Lake. In questi giorni si e' rifugiato nel New Mexico per sfuggire pare all'arresto.
La base negata, la base che non esiste inizio' la sua attivita' nel '54. In questi hangar, in queste piste di decollo e in questi laboratori e' nato l'aereo spia U2 della Lockheed e tutta la serie degli aerei invisibili fra cui il Blackbird. Sembra che ora si stia lavorando al progetto Aurora, 15 miliardi di dollari, per produrre nuovi aerei spia capaci di volare a otto volte la velocita' del suono.
Una base perfetta per nascondere anche segreti di altro tipo, legati a fattori extraterrestri. Le rivelazioni di Bob Lazar, sarebbero confermate dal generale Wright Patterson che avrebbe visto con i suoi occhi nella base nove corpi di piccoli umanoidi conservati in condizioni criogeniche particolari. Avrebbe inoltre saputo da personale della base di altri trenta corpi e di cinque astronavi Ufo. Ci sarebbero inoltre le dichiarazioni giurate di due altri ufficiali dell'aereonautica in merito a questi umanoidi. Alti sotto il metro e mezzo, pelle grigiastra, tutti esseri macrocefali, occhi leggermente obliqui, niente naso, assenza di peli e capelli, orecchie piccole, bocca quasi a fessura.
Al centro di ricerca troviamo Sharon Singer. Ci racconta che sua madre ha visto atterrare un'astronave.
"Una grande luce azzurra. Mia madre mi ha sempre parlato di quella luce. A distanza di dieci anni ancora e' sotto choc. Una luce talmente forte che non le ha permesso di vedere altro. Ha intuito un paio di figure, non molto alte, ma non e' riuscita a distinguere altro".
L'astronave vista dalla signora Singer sarebbe atterrata proprio qui, in questo spiazzo che gli abitanti della zona conoscono benissimo perche' c'e' una cassetta postale. E forse quell'astronave e' finita, insieme alle altre, dentro la base. Forse e' fra quelle studiate da Lazar.
Cerchiamo altre tracce. Troviamo curiosamente un pupazzo di alieno, ricostruito in base alle testimonianze di chi l'ha visto. E' grigio, assolutamente grigio e con tutte le caratteristiche descritte nel rapporto del generale Patterson. Forse aveva ragione Einstein quando diceva: "La gente ha indiscutibilmente visto qualcosa".

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lunedì, 16 aprile 2007, 23:00

Miami beach - La chiamano "big mango" per la sua ansia di mettersi a confronto come capitale del sud con the Big Apple, la grande mela, cioe' New York. E' certamente uno dei luoghi del desiderio, una citta' magica, ruggente, frizzante, trasgressiva, paradiso tropicale multietnico, dove hanno preso casa Stallone, Madonna e Schwarzenneger e dove puoi incontrare le piu' belle top-model del mondo, magari negli stessi bar dell'Ocean drive dove -dicono- sono stati segnati molti destini del pianeta, un po' una nuova Casablanca: dal delitto Kennedy al Watergate. La fiesta qui non finisce mai. E anzi sembra cominciare di sera nei mille locali, molti italiani, che hanno stregato i turisti di tutto il mondo.

La festa e' finita improvvisamente tre anni fa quando sono cominciati a morire i primi turisti (nove addirittura in pochi mesi), uccisi dalle bande di ispanici che comandano l'altra citta', quella disperata e che prende ordini dai grandi signori della droga. Sono soprattutto due le zone a rischio che attraversiamo insieme con la polizia di Miami: Little Habana e Little Haiti. "Ma anche Overtown e Model city sono quartieri molto pericolosi, si puo' morire per un dollaro" ci dice l'ufficiale che ci accompagna. Qui le strade sono state addirittura chiuse dagli abitanti per difendersi dai ladri. Le case sono circondate da cancellate. Ad ogni angolo di strada si vende droga. Il mercato e' in mano ai "marielitos", ex galeotti liberati dal regime cubano, perfido regalo,dicono,di Fidel Castro all'America. I "marielitos" sono quasi tutti neri e quasi tutti criminali. Spietati corrieri di droga hanno introdotto la vendetta trasversale, i rapimenti, trasformando il mercato della droga finora maledettamente ordinato, fra conti in banca e recapiti a domicilio, in un inferno di strada.

"Per fortuna i crimini negli ultimi tempi sono diminuiti, soprattutto sono diminuiti, addirittura del 61 per cento i grandi crimini, gli omicidi, le rapine. - ci dice Angel Calzadilla, portavoce della polizia di Miami - Ma consiglio ai turisti di essere sempre molto prudenti. E' chiaro che tutta questa violenza e' frutto del narcotraffico. Nonostante i risultati ottenuti in Colombia il traffico non e' diminuito e il lavoro per noi resta molto duro".

A Miami entra il 70 per cento della marijuana e della cocaina destinata al mercato statunitense. I narcos controllano direttamente almeno quattro banche cittadine e in dieci anni hanno permesso che Miami passasse da zero a 130 banche internazionali grazie allo spropositato giro di denaro da riciclare, qualcosa come sei miliardi di dollari l'anno. I conti spesso sono intestati a vecchiette in pensione che per duecento dollari la settimana ripuliscono denaro sporco. Le chiamano quasi affettuosamente i "puffi".

"Miami resta senza dubbio la porta della cocaina e del crack per tutti gli Stati Uniti. -ci dice Michael Putney, reporter di Channel Ten - Ma e' una via talmente conosciuta che i narcos colombiani fanno ora base in Messico, sono i messicani i nuovi grossisti, e magari evitano Miami per puntare sulla Louisiana e sul Texas dove ci sono meno controlli perche' sono pipe-lines, vie della droga, nuove e sconosciute alla polizia".

Fu Jorge Luis Ochoa il primo narcos colombiano a capire l'importanza di Miami come "porta d'accesso" ai ricchi mercati nordamericani e cosi' scatto' quella che a Medellin definirono la "colonizzazione" della Florida per un giro di qualcosa come 60 mila miliardi di lire l'anno. A un cento punto entro' nell'affare anche la mafia siciliana. L'accordo prevedeva uno scambio fra l'eroina raffinata in Sicilia e la cocaina proveniente dalla Colombia. Lo ha rivelato un pentito italo-americano:Joe Cuffaro, del clan Gambino, arrestato qui a Miami. Grazie alle sue informazioni scatto' l'operazione "Seaport" che porto' in carcere sei anni fa il boss di Cosa Nostra John Galatolo, due suoi cugini, i suoi referenti palermitani Antonino e Francesco Madonia e due trafficanti di Medellin, fra cui Waldo Aponte, l'uomo di Miami del cartello colombiano.

La mafia naturalmente c'e' ancora, alleata con camorra e n'drangheta. La cocaina arriva con piccoli aerei o via mare sui mototoscafi oppure con gli aerei di linea portata dai cosidetti "muli" capaci di ingerire decine di palloncini pieni di coca nello stomaco. La cocaina entra in pasta e soprattutto in polvere: viene cristallizzata in cubetti, tagliata e trasformata in crak che si puo' fumare e soprattutto costa molto meno: la polvere vale 75 dollari il grammo, il crak meno di cinque. Lo spaccio di crak a Miami e' gestito dai giamaicani della banda "Shower". Dicono che i capi, Vivian Blake e Lester Coke, tirino le fila dall'estero, forse da Londra. Un grande affare perche' il mercato del crack non accenna a diminuire, mentre c'e' stato un drammatico ritorno all'eroina. La marijunana resta al primo posto con circa 65 milioni di consumatori, ma la grande paura degli Stati Uniti viene adesso da una nuova moda, assolutamente devastante: le droghe sintetiche, prodotte in laboratorio, a tonnellate ogni anno. L'ultima novita' si chiama "ice", ghiaccio ed e' due volte piu' pericoloso della cocaina e del crak. E' un derivato fumabile della vecchia e popolare metamfetamina, uno stimolante del sistema nervoso che si aspira con una pipetta, da' allucinazioni e psicosi acute e violente dopo 24 ore di forte euforia. L'ice costa poco e rende molto: un chilo di metamfetamina da raffinare vale 300 dollari, un solo grammo di ice costa per strada 400 dollari. Poi c'e' la "China white", dicono 700 volte piu' forte dell'eroina. Gli spacciatori la chiamano la "definitive bag", l'ultima bustina. Soltanto a Pittsburgh ha ucciso 18 tossici e mandato in overdose altri 60 in tre mesi.

La droga piu' prodotta nel Paese resta senza dubbio la metamfetamina, in quanita' astronimica, miliardi di dollari. La chiamano anche "speed" perche' e' velocissima nell'azione, un po' la cocaina dei poveri, ne fa uso soprattutto la classe operaia bianca. La produzione chimica di metamfetamina e le sue scorte sono talmente tossiche che in laboratorio bisogna indossare speciali abiti di protezione. A volte ci sono anche anche esplosioni. Ma e' un lavoro che non finira' mai perche' e' troppo remunerativo. Un costo di produzione in laboratorio di 300 dollari equivale sul mercato a oltre 10 mila dollari. E poi la preparazione e' semplice. E' facilissimo procurarsi le sostanze e chiunque con una conoscenza di chimica a livello scolastico puo' produrre metamfetamina di discreta qualita'.  Come dire che mentre si combattono negli Stati Uniti i grandi trafficanti, non ci si accorge che il diavolo forse sta qui, in casa, proprio dietro la festa.

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lunedì, 16 aprile 2007, 23:00

 

Isola di Malta - Canale di Sicilia. Al largo di Pozzallo, gli scafisti maltesi costringono un gruppo di immigrati cinesi a gettarsi in mare. Nove muoiono annegati, sei si salvano. L’ultimo viaggio della morte e’ partito da qui, da St.Paul’s bay, una delle zone piu’ eleganti e visitate della cattolicissima Malta, proprio davanti all’isolotto dove San Paolo naufrago’. Il gruppo di cinesi e’ portato qui con un pulmino, poi le scale e l’imbarco, di notte, come sempre. Neppure due ore di mare e poi la tragedia, l’ennesima. Quando ancora mancavano 15 miglia alla costa siciliana, gli scafisti hanno costretto con le armi i cinesi a gettarsi in mare. L’opinione pubblica maltese e’ scossa, il governo si muove in fretta, la polizia arresta sei scafisti. Due sono sospettati di essere i protagonisti della strage del 31 marzo. Gli altri quattro dovrebbero avere responsabilita’ su altri due viaggi recenti, compiuti il mese scorso: il 3 e il 12 marzo, partiti da una zona piu’ a sud, Marsakala. Lo stesso punto da dove parti’ un altro barcone a giugno sempre con clandestini cinesi, un viaggio che solo per un soffio non si trasformo’ in un’altra ecatombe.

Malta e’ l'unico filtro prima dell'Italia. Dalle sue acque passano le rotte dei clandestini che arrivano dal Nord Africa, dal Mediterraneo orientale, e negli ultimi tempi, risalendo dallo stretto di Gibilterra, perfino dall'oceano Atlantico.  Malta, da sempre il luogo strategico per eccellenza, oggi lo è diventato più che mai nella lotta al traffico di immigrati. Se la sua piccola flotta riesce a contrastare i mercanti di uomini, l'Italia e l'Europa possono trarne sollievo. Altrimenti la situazione a Lampedusa, nelle coste siciliane e calabresi non può che peggiorare. L’ultimo fenomeno di massa riguarda i cinesi. Sono almeno duemila quelli ospitati attualmente sull’isola, arrivati quasi tutti nell’ultimo anno. Un numero considerevole in rapporto a una popolazione di appena 400 mila abitanti. Troppi. C’e’ un’inchiesta in corso all’ambasciata maltese a Pechino: pare che i visti siano rilasciati con troppa facilita’. Sono tutti studenti ma il vero scopo del viaggio e’ poi d’infilarsi in Europa. I cinesi continuano ad arrivare. E a partire. Soltanto negli ultimi mesi sono stati trecento quelli sbarcati clandestinamente in Italia, e altri cinquecento sono pronti a imbarcarsi. Il capo della polizia John Rizzo e’ intenzionato a stroncare il traffico, chiede leggi piu’ severe, intanto sequestra una decina di scafi sospetti. L’offensiva (dice) e’ appena partita. A Malta non vogliono altre tragedie. Ricordano tutti la strage di Natale del 96. Il barcone della morte parti’ da qui, dal porto piu’ a sud di Malta, Marsaxlockk. Il peschereccio si chiamava Yohan. Il mare era grosso. Durante il trasbordo da un ex traghetto della marina inglese, la sigla era F-174, ci fu una collisione, il barcone affondo’. I morti quasi trecento: indiani, pakistani, cingalesi tamil. Il viaggio era stato organizzato dentro questo bar, il Carrubia, da un certo Tony, vero nome Turab Ahmed Sheik, che si e’ sempre vantato di aver traghettato diecimila clandestini guadagnando in pochi anni quindici milioni di dollari. Ora e’ sotto processo a Siracusa per quella strage. Certo, la responsabilita’ per Malta e’ molto alta. Ma il governo e’ deciso a difendere la frontiera europea da quello che si annuncia un vero e proprio assalto. Non e’ facile gestire l’emergenza. A Malta non ci sono solo cinesi. Ma molti africani. Soprattutto somali. Arrivano qui da Mogadiscio attraverso un lungo, infernale viaggio attraverso il deserto libico. Provano ad andare direttamente in Italia, se non ci riescono si fermano a Malta, pronti all’ultimo trasbordo. Incontriamo la comunita’ somala davanti a un locale della vecchia capitale, La Valletta. Raccontano i loro problemi, chiedono solo di proteggere la loro identita’.  Le condizioni degli extracomunitari sull’isola sono due. Mille, come questi somali, sono ospiti dei centri aperti in stato di protezione umanitaria. Trecento sono di fatto detenuti. Non sono criminali, ma sono quelli che sono entrati in maniera clandestina. Stanno rinchiusi in attesa di chiarire la loro posizione. Il periodo per gli accertamenti pero’ e’ troppo lungo, arriva fino a diciotto mesi. Una situazione che provoca spesso tensione. La protesta e’ esplosa a Capodanno. Queste sono immagini inedite degli scontri all’interno degli istituti. La vigilanza e’ affidata all’esercito maltese. La manifestazione pacifica degli immigrati e’ stroncata con grande violenza, suscitando molte polemiche. C’e’ nervosismo sull’isola, si cercano di studiare metodi piu’ efficaci e meno repressivi.

Andiamo a nord, a Chirqana. Ci imbarchiamo per l’isola di Gozo. Dicono che sia la vera base degli scafisti. Nei giorni scorsi in questo tratto di mare e’ stato recuperato il cadavere di una donna. Forse e’ il segno di un’altra tragedia. Gozo, un’isola bellissima e ricca di storia e di leggende (si dice che Ulisse scopri’ qui il fascino di Calipso) e’ una sorta di repubblica a se stante Abitata da gente dura, omertosa. Intenzionata a farsi gli affari propri. Un posto dove il settanta per cento della popolazione possiede due case di proprieta’ ma dove solo il quattro per cento paga le tasse.  Dicono che dopo l’arresto di Tony, il nuovo capo dei trafficanti sia un cinese grasso e basso, cinquant’anni, arrivato da poco qui per gestire gli affari della triade nel Mediterraneo. Lo chiamano il ciccione ma ne hanno tutti paura. Forse sta proprio a Gozo. Di sicuro la polizia ne ha perso le tracce. Il ciccione ha fama di grande crudelta’. Proprio due giorni fa sulla spiaggetta di Ghar Qawla e’ stato trovato il corpo di un uomo. Ucciso con una coltellata allo stomaco. E tutti sanno chi e’  stato.

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sabato, 14 aprile 2007, 23:58

guevara

"Papa cansado", papa' e' stanco. Curioso codice per annunciare la cattura del nemico numero uno, quel diavolo di un "Che". L'annuncio per radio, l'8 ottobre di ventotto anni fa, fu dato all'allora colonnello Mario Vargas Solinas da un cubano, un omone alto e grosso della CIA che tutti conoscevano come "Max Gomez". Ufficialmente la cattura fu accreditata al generale Gary Prado Salmon, comandante del battaglione, ma tutti sapevano che il merito era del cubano. Era stato lui ad arrivare a Guevara. Qualche giorno prima aveva preso tre guerriglieri sulle montagne, era riuscito a farsi dire il nascondiglio del capo e poi li aveva uccisi, tutti e tre a sangue freddo. Adesso "Max Gomez", che in realta' si chiama Felix Ismael Rodriguez, abita a nord di Miami. Protagonista dell'affare Iran-contras, ha lavorato per trent'anni con la CIA soprattutto in America Latina ma anche in Vietnam. Nella sua grande casa in Florida ha messo in mostra molti di quelli che pomposamente definisce "trofei di guerra". Del "Che" conserva pensate, la cenere presa dalla pipa del guerrigliero poco prima di morire. L'ultima fumata. La cenere sta in una cavita' ricavata dentro l'impugnatura. La fa vedere a tutti. Nega invece che dal polso del "Che" appena ucciso strappo' l'orologio. Eppure quella violenza estrema ebbe una testimone. Una maestra elementare, l'unica che riusci' - oltre ai militari - a vedere e a parlare con il "Che" nelle ultime ore della sua vita. Allora insegnava nella scuola de La Higuera dove fu portato il guerrigliero arrestato. Adesso vive a Vallegrande, dove l'abbiamo rintracciata.
Si chiama Julia Cortez. Nonostante sia vicina ormai ai cinquant'anni conserva ancora quella bellezza che, si dice, conquisto' il "Che". Ha un figlio. Il suo nome e' Ernesto, proprio come il "mio comandante": lo chiama ancora cosi'. Quando parla di lui si emoziona. Ricorda: "Era mezzogiorno, il 9 ottobre del 1967. C'era molta confusione. Giravo per la scuola. Avevo rimandato i bambini a casa. Ero incuriosita. Dicevano tutti che era un diavolo, invece, mi sembrava tanto giovane, nonostante la barba, aveva quasi la faccia di un ragazzo. Lui mi guardava fisso. A un certo punto mi chiamo', mi chiese di fargli compagnia. Ma non eravamo soli, c'erano i soldati. Riuscimmo a stare soli un minuto il giorno dopo, prima che lo uccidessero. Aveva una voce penetrante e dolce. Non mi confido' nessun segreto, non parlammo mai di politica. Pensate, aveva nascosto nei pantaloni un bisturi, nessuno se n'era accorto, erano tutti euforici della cattura, neppure lo perquisirono. Un bisturi d'argento. Mi disse: guardalo, e' l'unica cosa preziosa che mi e' rimasta. E me lo regalo'. Poi mangiammo un piatto di zuppa. E' bello mangiare insieme, sorrise. Chiesi a quello della CIA quando lo avrebbero ammazzato e lui mi guardo' strano: perche' me lo chiedi? Perche' la radio ha detto che e' gia' stato ucciso. Non mi rispose. Qualche minuto dopo lo uccisero davvero ma non riuscii a vedere chi sparo'". Ufficialmente l'esecutore fu il sergente Mario Teran con carabina M-12. Ma c'e' chi dice che fu il cubano della CIA e altri, lo leggerete tra poco, accreditano nuove versioni. Dalla maestra Julia Cortez l'ultimo ricordo, quasi un testamento. "Prima degli spari, dietro la porta, sentii il comandante che urlava: 'Dite a Fidel che presto la rivoluzione trionfera' e che l'America Latina potra' vivere finalmente felice'".

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Vallegrande (Bolivia), 1995 - Per arrivare a Vallegrande bisogna attraversare la Sierra boliviana. Inestricabile, proprio terra di guerriglia. Le strade sono impossibili. Da Santa Cruz ci vogliono sette ore in auto per arrampicarsi fino a duemila metri. Vallegrande ha seimila abitanti ma sembra poco piu' di un villaggio. Case basse, a un piano, abitate da indios duri, tenaci. Giriamo per i vicoli polverosi invasi dalle bancarelle e chiediamo del "Che". Da queste parti non hanno dubbi: il "Che" e' sepolto qui, ai lati dell'aeroporto.
Quando arriviamo scopriamo che si tratta solo di una pista. Cioe' di un campo incolto che era usato come pista militare. Non solo: era anche il quartier generale dell'esercito. Ai quei tempi c'erano centinaia di buche: ci sono anche adesso. Ci accompagna il comandante della polizia di Vallegrande, un tipo che subito si lamenta: "Sa quanti siamo? Cinque poliziotti in tutto, io e altri quattro. Come possiamo controllare un territorio cosi' vasto?" All'improvviso urla: "Hanno rubato il Che!". Esagera, naturalmente, ma in effetti ci sono segni di scavi recenti. Qualcuno di notte ha tentato una ricerca. Il tenente Rodimiro Guzman se la prende con due dell'esercito venuti dalla Capitale. Fa i nomi ma mi prega di non metterlo nei guai. Qualche giorno dopo la missione diventa ufficiale: il presidente De Lozada da La Paz manda ventotto soldati a scavare in mezzo agli alberelli di mimose. Scavano da giorni. C'e' anche un supertestimone, un sottufficiale dell'esercito che quella notte - dicono - manovrava l'escavatrice. Ma si nasconde con cura. Manda soltanto a dire che ha paura, perche' tutti quelli che "conoscevano il segreto sono finiti male, strane morti".
E' la maledizione del "Che"?
"Ma quale maledizione", protesta Erich Blossi, un tecnico agricolo tedesco che sta qui dal '66. Sta all'aeroporto a curiosare. Vizio antico: fu lui a scattare la prima foto del cadavere all'ospedale. "Ero un civile ma riuscii ad infilarmi. Ci sono molte ombre su questa storia - confida -. Per esempio, il generale Salinas, quello che ha riaperto il caso? Il suo nome e' stato legato per anni al maggior narcotrafficante boliviano, Roberto Suarez. Bisognerebbe saperne di piu' su certi personaggi. Qualcosa non quadra:.Ma pensa che sia tutta una montatura? "No, al contrario. Forse finalmente si potrebbe conoscere qualche verita'".
Misteri. Ce ne sono tanti. Uno riguarda Tania, la compagna dell'ultima avventura del "Che". Dovrebbe essere sepolta nel cimitero, ma girano strane voci. Il cimitero e' dietro un muro diroccato, a pochi metri dalla pista e dagli scavi. Il guardiano e' Domingo Ocampo Vidaurre. Gli chiediamo di Tania. Un'eroina o, come sussurrano, una spia di Mosca? Tania era Tamara Bunker, ma entro' in Bolivia come Laura Bauer. E' vero che e' sepolta qui? "Non lo so - ci risponde a sorpresa -. Su quella che dovrebbe essere la sua tomba e' scomparso il nome durante una notte di tormenta. Qualcuno sostiene che il suo corpo e' stato portato via. Sto qui solo da dieci anni, non conosco la verita'. E nessuno mi autorizza a scoprirla. Del resto, che importanza ha ormai? Non e' mai venuto nessuno a cercarla, mai".
Torniamo in paese. Troviamo un uomo, un ex guerrigliero. "Ho combattuto con il Che, anche se non l'ho mai conosciuto", ammette. E' sicuro: "Il corpo sta qui, me lo hanno detto tutti i miei compagni. E lo troveranno con la testa, non e' mai stato decapitato. Forse ha anche le mani. Per quanto mi fece capire il dottor Martin che esegui' l'operazione, gli sono stati tagliati solo gli indici per le impronte da dare agli americani. Purtroppo il dottor Martin non puo' piu' parlare. E' morto".
Cerchiamo l'ospedale Senor de Malta. Alle spalle della struttura nuova, c'e' ancora il vecchio ospedale. Attraversiamo un cortile. Il medico che ci fa da guida ci mostra dove furono portati i corpi dei guerriglieri uccisi. Lui e' convinto che fossero in sette. "Guevara e altri sei. Non capisco perche' tutti dicono cinque. Loro restarono nel cortile e Guevara invece fu portato alla lavanderia".
La vecchia lavanderia esiste ancora, sta a pochi metri. E' diventato un luogo di culto. Troviamo graffiti su tutte le pareti gialle e scrostate. La scritta piu' frequente e anche scontata sottolinea che "El Che vive". Poche firme, le scritte sono quasi tutte anonime: "Seguiremos adelante, seras nostra estrella" (ti seguiremo, sarai la nostra stella), "Asasinato, seguimos tu camino", "El Che esta presente con sus ideas". E la piu' bella: "Che: eres de los muertos que nunca mueren" (ci sono dei morti che non muoiono).
Ricordate quella immagini? Il corpo del "Che" sulla barella, a torso nudo, con gli occhi aperti. Dopo aver girato quelle immagini (a proposito fu un operatore mitico, Hermes, che ancora lavora in Messico), il cadavere fu affidato a due infermiere che lo lavarono, preparandolo alla sepoltura. Abbiamo ritrovato una di quelle due infermiere. Si chiama Susana Osinaga. Abita ancora a Vallegrande. Non e' ancora vecchia, anche se una frezza bianca le attraversa tutti i capelli.
"Quella notte. La ricordo benissimo. Erano le tre. E noi eravamo giovanissime. Il Che aveva un buco di pallottola alla tempia destra e un altro al cuore. I soldati che ci stavano vicino ci hanno raccontato che la fucilazione era tutta una bugia. Il Che era stato ucciso con la pistola dal colonnello Zenteno. Un gesto di rabbia perche' Guevara gli aveva sputato in faccia. Quando e' arrivato, gli ufficiali ci hanno fatto lasciare tutti gli altri pazienti per pensare a lui. Gli abbiamo tolto i pantaloni, tutto. Curioso, aveva tre paia di calzini, faceva freddo in montagna. Lo abbiamo lavato e poi gli abbiamo messo un pigiama nuovo. Quegli occhi bianchi e aperti li ho ancora dentro: sembrava che ci guardasse. E quella barba crespa. Era bello, come un Cristo. Mi hanno detto anche che l'aveva tradito una contadina perche' i guerriglieri rubavano le galline. Ma la gente gli voleva bene, sapeste quanta gente e' venuta quella sera".
E dove sta adesso? "Non lo so. All'alba sono venuti a prenderlo. Quando l'ho lasciato era tutto intero. Non so dove l'hanno portato".
Gia', "donde va a estar el pobre Che?", dove sara' il povero Che? ci chiede -e si chiede- il sindaco Hoover Cabrera. Ma se e' vero che e' sepolto nel suo paese, vuole che rimanga qui. "Anche la figlia di Guevara, Aleida, ha ricordato che il padre diceva spesso che i guerriglieri devono riposare li' dove sono uccisi. E noi siamo pronti a costruirgli un mausoleo. Voglio anche che l'8 ottobre di ogni anno sia commemorata la sua morte".
Un progetto solo in apparenza nobile e romantico. Il sindaco ha gia' ricevuto infatti una sostanziosa offerta per sfruttare turisticamente l'eventuale scoperta. L'idea e' di un'organizzazione milanese, la "Coopi" (sta per "cooperazione italiana") che opera da anni a Cochabamba. Paolo Barduagni, che ne e' il coordinatore, ha le idee chiare: il progetto puo' andare avanti anche se il corpo di Guevara non si trovasse. E' pronto infatti un piano generale di promozione della zona. La spina dorsale dovrebbe essere una "Ruta del Che", un cammino del Che che toccherebbe questo itinerario. 1) Accampamento centrale di Nancahuazu Guevara dove fondo' formalmente la sua guerriglia il 7 novembre del 1966; 2) Samaipata, il primo villaggio occupato, come dire la prima vittoria; 3) Vado del Yeso, la prima cocente sconfitta; 4) Quebrada del Yuro, il canyon dove il Che fu catturato; 5) La Higuera, dove fu detenuto e ucciso; 6) ospedale di Vallegrande, dove il cadavere fu mostrato al mondo; 7) dove (forse) il Che e' sepolto.
E se le ricerche all'aeroporto andassero a vuoto? Nessun problema, la "ruta" si fermerebbe al punto sei. Anche perche' il sindaco Cabrera non e' disposto a rinunciare all'offerta: seicentomila dollari, quasi un miliardo di lire. E' proprio vero, "pobre Che", povero Che.

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Fotoreportage di Pino Scaccia da Vallegrande (Bolivia): qui sopra la pista dell'aeroporto dove sono stati ritrovati i resti di Guevara. Sopra la lavanderia dove fu deposto il corpo del "Che" subito dopo l'uccisione.

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sabato, 14 aprile 2007, 23:44

 

Nairobi, dicembre 2003 - Per chi non ha casa, nè futuro, e dorme all’aperto, il momento piu’ brutto e’ la notte. Qui siamo sulla strada 46 di Kawan, a Nairobi. I ragazzi di strada fumano colla, per riscaldarsi, soprattutto per dimenticare. Fumano proprio colla, che qui chiamano gloo: la respirano spesso fino a morirne. Si coprono con i sacchi di plastica. Con quel che capita. Poi arriva l’alba. Pesante. Si alzano, vanno in cerca di rifugio. Molti non lo trovano. Sono tanti i ragazzi di strada. Nessuno ha mai fatto un conto ma le cifre ufficiali parlano di settecento orfani al giorno soltanto in Kenya. I genitori muoiono stroncati dalla carestia, dall’aids e dalle droghe. E loro restano soli, sbandati, senza niente. Seguono gli adulti nell’enorme discarica, purtroppo seguono presto anche le orme dei bonga-u, gli avvoltoi: gli uccellacci che da queste parti trasformano presto anche le persone in avvoltoi, che uccidono per fame, anche per uno scellino.
Nairobi ha almeno cinque slums, le baraccopoli, dove vive almeno un milione di persone. Korogocho non e’ la piu’ grande, ma e’ sicuramente la peggiore, la piu’ pericolosa. Un inferno. C’e’ un posto, laggiu’, che e’ il peggiore di tutti. Lo chiamano la cucina del diavolo. Un locale dove e’ racchiuso il peggio del mondo. Per capire che posto e’ qui dicono: “Vado al bar a comprare l’Aids”.
Thal era un uomo forte. Ma e’ stato devastato da una sostanza micidiale che chiamano chang’aa, una sorta di mistura tratta dal combustile bruciato. Peggio di lui sta Saaria, da anni sul precipizio, all’orlo estremo della vita.
Ma c’e’ anche chi si salva, e pensa agli altri. Mary Musoni e’ una specie di mamma coraggio, capace di essere bella anche nell’inferno. Ha una famiglia molto grande. Quaranta figli. Solo due sono suoi, gli altri li ha adottati. Sta cucendo qualcosa per venderlo e fare qualche soldo. “Qui per le donne e’ molto dura perche’ gli uomini muoiono presto, si resta sole e ci si ritrova a mandare avanti la famiglia. Io sono sola da venticinque anni. Cerco di aiutare gli altri. Faccio quel che posso. Combatto la morte che qui sta sopra di noi”. Maman ci porta dentro i vicoli dello slum e poi dentro queste case fatte di niente. Pensare che per avere questi quattro pezzi di latta bisogna pagare l’affitto, ottocento scellini il mese. Almeno un miliardo di persone al mondo, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, vive in queste condizioni, una persona su sei, e fra vent’anni saranno il doppio. Gli ultimi della terra, vittime di quella che e’ definita l’”urbanizzazione della poverta’”. Ho conosciuto pero’ anche la speranza: questo ragazzo, Japeheth, da grande vuol fare il giornalista. “Mi piace scrivere, ma soprattutto voglio raccontare questi posti per aiutare la mia gente. L’aspetto piu’ drammatico e’ che qui si vive senza progetti, come fai a pensare al domani quando a malapena riesci a superare l’oggi?”. Con altri amici sfuggiti alle bande che terrorizzano Nairobi, Japeheth sta organizzando per domenica una maratona della vita contro tutte le droghe e contro la violenza. Il corteo partira’ dalla parrocchia che e’ anche la scuola di Korogocho. Da anni qui opera padre Daniele Moschetti che e’ riuscito a mettere insieme ottocento scolari, la meta’ orfani, il quindici per cento gia’ con l’Aids. Giriamo per le strade di Korogocho insieme a padre Daniele. Solo perche’ stiamo con lui, usciamo vivi dall’inferno. Ci presenta un pastore protestante, Khaleb Alingo. Qui certo la religione unisce, non divide. “Prima delle anime bisogna salvare i corpi. Ed e’ gia’ molto difficile. Come si puo’ non stare insieme in un posto dove ci si accontenta delle briciole del mondo? Ogni mattina che ci si sveglia vivi e’ un risultato. Puoi morire per tutto, anche perche’ trovi uno che ti spara perche’ e’ piu’ disperato di te”.
Il viaggio finisce con il grande vecchio. Mousa e’ un miracolo vivente perche’ ha ottanta anni mentre qui al massimo si arriva a quaranta. Lo spirito e’ ancora forte. “Vi pare bello qui? No, e’ molto brutto. Ma questi signori si vogliono o no decidere a pensare a noi, a costruirci le case, a darci da mangiare, a curarci? Ma pensate che questa sia vita?”. 
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sabato, 14 aprile 2007, 23:34

 

Kenya, dicembre 2000 - Questo e’ territorio dei Turkana, una tribu’ che per sete, e per fame, sta scomparendo. Il segno dell’agonia e’ in questo villaggio, Lorus, abbandonato in fretta. Sono scappati anche perche’ non ci sono grandi speranze neppure per novembre, la stagione delle piogge. Attraversiamo questo mare di sabbia gialla e asciutta e una terra cosi’ secca da spaccarsi. Pensare che quando pioveva in questa piana, Lottikipi, l’erba era cosi’ alta che non si vedeva l’orizzonte. Adesso quelli che erano fiumi sono sentieri bruciati dal sole. Seguiamo le tracce della grande fuga dei Turkana attraverso le carcasse degli animali. Ritroviamo quel che resta della tribu’ vicino agli ultimi pascoli. Prima si spaventano. Molti di loro non hanno mai visto un "muzungu", un bianco. Le donne si nascondono, con i bambini. Poi si riunisce il consiglio dei vecchi. Decidono che possiamo essere utili.Il capo villaggio si chiama Keyonga.Loowa. Non sa cos’e’ un microfono ma capisce che e’ li’ dentro che deve urlare il suo grido di dolore e il suo appello disperato. "Mungu, Dio, ha buttato le chiavi dell’acqua. Stiamo morendo tutti. Non importa per noi che siamo vecchi. Ma muiono anche i bambini. E non e’ giusto che devono ancora vivere la loro vita. Ma non si puo’ vivere cosi’, senza acqua e senza cibo e con i nemici, i Tobosa, che vogliono toglierci anche quel poco che ci resta. Venite e salvarci, il mondo ha il dovere di salvarci". La fiducia non e’ tanta, se a pochi passi si continua pregare Mungu. Dio. Ecco, questa e’ la danza della pioggia. Un canto senza gioia, eppure negli occhi di tutti c’e’ ancora speranza. La siccità è’ la più grave mai registrata nella storia della regione. Tre mesi fa il governo di Nairobi ha dichiarato lo stato di calamità. Il 6 luglio il Programma Alimentare Mondiale (che ha in corso un gigantesco progetto di distribuzione di viveri) - ha annunciato che le scorte alimentari sono praticamente esaurite. Secondo le organizzazioni mondiali almeno due milioni e mezzo di persone hanno immediato bisogno di cibo solo in questa zona. Fonti governative riferiscono che circa metà della popolazione rurale e poco meno di un terzo di quella urbana non sono autosufficienti dal punto di vista alimentare. Nelle zone maggiormente colpite dalla siccità il 90% dei fiumi è ormai completamente senz'acqua, e l'80% del bestiame è già morto.  Le cronache dell'ultimo mese somigliano a un bollettino di guerra. Manca il sangue e le poche scorte si deteriorano per la mancanza di elettricità. Per sfamarsi le popolazioni si cibano della fauna, mentre si diffondono malattie legate alla denutrizione. A rischio soprattutto i piu’ piccoli. L'Unicef stima che solo in Kenya circa 80 mila bambini rischiano di morire per una combinazione fatale di malnutrizione e infezioni. 

L’Africa dunque sta morendo. Per sete, per fame, per le malattie e per le guerre. In questo momento sono quindici i conflitti che insanguinano il continente piu’ vecchio del mondo.

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In pieno territorio Turkana, entriamo nell’ospedale di Lopiding a cercare di segni di una delle tante guerre africane infinite e dimenticate. Siamo a Lokichogghio, la zona piu’ in crisi del Kenya e forse di tutto il continente nero, crocevia di calamita’ e guerre. Non sono lontani i confini con Uganda ed Etiopia, soprattutto e’ vicino quello con il Sudan. L’Etiopia e’ sicuramente fra i Paesi piu’ colpiti dalla siccita’ oltre che dalla guerra. Otto milioni sono a rischio e per evitare il disastro, secondo le Nazioni Unite, servono almeno 900 mila tonnellate di cibo. Uno sforzo che equivale a quasi 400 miliardi di lire.
Qui a Lopiding sono ricoverati tutti i feriti della devastante guerra sudanese. Per capire abbiamo scelto di raccontarvi la storia di Peter. E’ giovanissimo ma si sente gia’ un guerriero. Ha dodici anni. Nel suo paese la guerra va avanti da una ventina d’anni e dunque lui non sa neppure cosa sia la pace, una vita senza odio.. Dice, quasi con orgoglio, di aver perso la gamba nei combattimenti, ma e’ saltato su una mina, davanti casa.. Non sa perche’ ci si uccide. Peter ha lasciato un disegno in infermeria, vedete. Per lui il nemico e’ King Kong,. La guerra, da queste parti, puo’ essere l’unico gioco. Ma e’ uno sterminio. Gia’ due milioni di morti.Dice Yvonne Del Prado, direttrice dell’ospedale: "E’ una guerra lunga, dura , come tutte qui in Africa. Da qualche giorno sono ripresi i bombardamenti e non possiamo piu’ andare a soccorrere i feriti, a trasportarli qui, all’ospedale. Ma qui non vengono solo i feriti di guerra, vengono anche donne e bambini che muiono di fame e di malattie. Cerchiamo di aiutare tutti. Ma non e’ facile. I motivi della guerra sono ufficialmente religiosi..Quelli del nord mussulmani contro quelli del sud cristiani"
Ma il mondo sa perche’ ci si uccide. . Il Sudan e’ il Paese piu’ grande dell’Africa. Il meridione e’ ricco d’acqua e potrebbe risolvere la crisi di siccita’ dell’intero Corno d’Africa ma soprattutto, ci spiegano, il Sudan galleggia nel petrolio. Di bambini ce ne sono molti nell’ospedale. Non servono parole. Bastano i loro sguardi. Tristi e fieri. Nel padiglione numero quattro ci sono le mamme con i neonati. Una mamma sudanese canta la ninna nanna per il suo bambino, uguale a tutti gli altri bambini del mondo, con la sola colpa di essere nato in un posto sfortunato. Povera Africa, dove i bambini non sorridono piu’.
Il giorno dopo accompagniamo medici dell’Amref (fondazione africana per la medicina e la ricerca) nei villaggi del nord. Un viaggio, per fortuna, ormai ordinario. Un medico impianta nel villaggio una sorta di clinica mobile. Controlla i piu’ fragili, vecchi e bambini, fa le vaccinazioni. Non si lamentano, ma sussurrano tutti, come un’invocazione al cielo: magi, acqua. Quelli che sono piu’ gravi sono ricoverati a Lokichogghio, all’ospedale vero e proprio. I medici dell’Amref cercano di arginare la strage sanitaria.
Una malattia micidiale, e fra le piu’ diffuse, conseguenza diretta della mancanza d’acqua e quindi d’igiene, e’ l’ idaditosi. , un parassita infido e devastante trasmesso dai cani.
Quant’e’ lontano il Kenya dei turisti, eppure e’ ad appena un’ora di volo.
Ci spiega Mujma Albanus, direttore dell’ ospedale di Lokichoggio: "Questo ragazzino e’ proprio sfortunato. Era gia’ stato operato, vedete la cicatrice, ma il tracoma e’ tornato, i parassiti hanno attaccato il fegato e la pancia si e’ nuovamente gonfiata. Bisogna aprirlo, operarlo di nuovo. Ma lui e’ forte, ce la fara’ e finalmente potra’ essere un bambino normale, come tutti gli altri quando il tracoma sparirà”. Si calcola che in quest’Africa assetata, asciutta, arida, il novanta per cento delle malattie e’ direttamente o indirettamente collegato alla mancanza d’acqua potabile. La situazione e’ al limite di guardia.
Nel villaggio masai di Olki-Rama-Tiari scopriamo gli effetti sconvolgenti del trakoma, un’infezione che colpisce gli occhi fino a portare alla cecita’. Jeremy Samcaire, un monitor (come lo chiamano) dell’Amref fa il giro dei villaggi per controllare il livello dell’epidemia. La medicina, pensate, e’ cosi’ semplice: poche gocce d’acqua per salvare la vista di un bambino.
La malaria e l’Aids restano naturalmente i grandi nemici di questo continente in agonia.
L’emergenza sanitaria e’ coperta, in maniera eccellente, dai "Flying doctors" di Amref. Con base a Nairobi, operativi 24 ore su 24, coprono un territorio immenso, grande quanto l’Europa occcidentale. Un impegno molto gravoso perche’ qui l’emergenza e’ assolutamente ordinaria. E non riguarda solo la popolazione del posto. Mentre siamo alla loro base, arriva una turista olandese colpita da malaria a Lamu, sulla costa.
Incontriamo Tommy Simmons, direttore di Amref Italia: "In vaste aree del Kenia la situazione si fa ogni giorno più 'drammatica', e nei prossimi mesi, almeno fino a novembre, non potrà che peggiorare Molte famiglie hanno terminato le scorte dell'anno scorso e sopravvivono soltanto grazie ai sussidi alimentari: anche se dovesse finalmente piovere ad ottobre, molti agricoltori non avranno le sementi per le nuove colture. Oltre al consueto impegno nel campo della medicina, della prevenzione e dell'educazione sessuale e riproduttiva, AMREF è impegnata già da anni sul terreno della salute ambientale con la costruzione di pozzi e la realizzazione di corsi per la protezione di sorgenti: quest'ultima catastrofe conferma, tuttavia, che serve un salto di qualità. In futuro bisognerà cercare di favorire nuovi programmi integrati per la salute dell'ambiente e delle popolazioni locali, superando gli steccati (e le diffidenze) che oggi dividono le organizzazioni sanitarie da quelle impegnate nella tutela dell'ambiente. L'altra grande preoccupazione è legata ai cambiamenti climatici. Non sappiamo ancora se la crisi del Kenia, e le siccità di fine Novecento, siano dovute effettivamente al riscaldamento globale del pianeta"
Muoiono gli uomini e muiono gli animali. Da queste parti, come in nessuna altra parte del mondo, le loro vite sono legate. Sta scomparendo inesorabilmente anche una delle tribu’ piu’ antiche e conosciute. Siamo in pieno territorio Masai, a Magadi.
Ai margini dell’inferno, incontriamo un vecchio pastore, Oleshani, con i suoi figli. Le sue povere bestie che cercano un cibo che non c’e’ sono il simbolo della catastrofe ambientale
"Se non mangiano loro, non mangiamo neppure noi E gli animali sono troppo deboli ormai per spostarsi piu’ lontano. Quando stanno per morire li uccidiamo e li mangiamo. Oppure li uccidiamo prima, quando vediamo che sono alla fine. Per ora resistiamo. Ma poi? Cosa mangeranno i miei figli quando tutte le bestie saranno finite? Il mondo deve venire qui a vedere. Noi non abbiamo futuro"
Alle spalle di Oleshani e dei suoi figli c’e’ un lago. Lo chiamano il lago salato, ma non e’ sale: e’ soda. Soda caustica: corrode tutto e tutti. Lo spettacolo e’ allucinante. Siamo al confine con la Tanzania. I fenicotteri beccano l’acqua in cerca dei gamberetti. Loro sono gli unici che ancora hanno da mangiare. La natura comunque e’ generosa. Anche la soda, che brucia, puo’ costituire la salvezza. Questa fabbrica rappresenta la salvezza economica della zona. E’ nata una citta’, vicino al lago. Sembra un’oasi. Qui c’e’ da mangiare e da bere. Ma purtroppo i fortunati sono pochi..
Chi ancora ce la fa scappa dall’inferno. Ed e’ forse l’aspetto piu’ triste. L’esodo dei Masai, pastori e guerrieri belli e alteri, e’ arrivato fino alle porte di Nairobi, da dove vennero cacciati. Quasi la metafora, drammatica, di un mondo che muore proprio dove e’ nato.
Ma di chi e’ la colpa? Solo della natura? A Nairobi incontriamo la piu’ popolare ambientalista del Kenya, presidente dell’associazione Greenbelt, Wangari Maathai: "Qui dicono che la grande siccita’ sia una maledizione di Dio perche’ siamo stati cattivi . Forse e’ vero. Forse stiamo pagando molte colpe. Noi uccidiamo la natura e la natura si vendica. Si abbattono gli alberi, per vendere carbone e non si lavora piu’ la campagna, scappando nell’inferno delle citta’. Bisogna cambiare l’educazione. Io credo molto nei giovani. Ma bisogna fermarsi in tempo. Se continuiamo cosi’ cosa restera’ ai nostri giovani? L’Africa non ci sara’ piu’".  
Certo le cause del rischio di desertificazione sono in gran parte legate al surriscaldamento globale, che sta prosciugando un Kenya gia’per quattro-quinti del territorio arido o semi-arido, ma il processo e’ sicuramente accellerato dal grande consumo di legna. Un allarme denunciato da decenni. Queste sono immagini rare di "Alcune Afriche", un documentario girato da Alberto Moravia nel 1975. Il continente e’ cosi’ povero che il settanta per cento della popolazione delle aree rurali e’ interamente dipendente dal legno, ma anche il cinquanta per cento delle popolazioni urbane usano il legno, soprattutto sotto forma di carbone. Le foreste sono violate, depredate, uccise.
Visitiamo una scuola di Intasopia. Il processo educativo avanza. Un giovane masai che vuole diventare ingegnere, non sogna piu’ di cacciare il leone. Adesso (canta) gli basta un viso bagnato di pioggia.
Chi ha la forza, e la voglia, di resistere, riesce a sopravvivere nelle campagne. Questo sembra un miraggio. Un pozzo, in un’azienda agricola, a Ysinia e un sistema di irrigazione che trasforma il deserto in un’oasi. Limoni, cipolle, arance, insalata, anche l’albero del pepe.Gente fortunata. Ma comunque la natura da’ da vivere, se non si sente tradita. Nelle campagne di Vaulin questa vecchia contadina ci fa vedere i raccolti del suo orto. Pochi, ma sufficienti. Piselli e il frutto del bau-bab, l’albero del pane. Ci mostra come si spacca. Viene una minestra dolce, buona, ci spiega compaciuta.
Ed eccola Nairobi, capitale per caso. Nata semplicemente perche’ qui finiva (e finisce) la prima ferrovia che dalla costa di Mombasa trasportava (e trasporta) persone e soprattutto merci nell’interno. Nairobi, in lingua masai, significa "la citta’ delle dolci acque". Oggi sembra una sciagurata ironia. E’ una megalopoli piena di contraddizioni, magica e disperata, malata di traffico e di miseria, abitata da gente generosa e criminali.
La sorvoliamo. Laggiu’ , vedete, c’e’ l’inferno. E’ la piu’ grande delle cinque baraccopoli di Nairobi. Settecentomila abitanti, il quartiere si chiama Kibera. Per tutti e’ il quartiere maledetto.
Il treno ancora taglia in due il quartiere come secoli fa. Passa quattro volte al giorno. Molta gente sale spesso senza sapere dove andare ma soltanto, come dicono in Africa, per smuovere il tempo, per fare qualcosa. E’ qui, in questo inferno, che finiscono drammaticamente le speranze dei Masai, e di tutte le altre tribu’, in cerca di salvezza. Fuggono dalla natura arida, ingenerosa, non hanno la forza di aspettare e s’infilano nel tunnel senza sapere che qui di speranze ne hanno ancor meno.
E’ un mondo a se stante, Kibera. Con le sue leggi. Il giorno prima che venissimo qui hanno ucciso un ragazzo colpevole di aver rubato. L’hanno giustiziato, lapidandolo. Quel ragazzo non mangiava da giorni. Era comunque destinato a morire.
Spiega Andrea Marana, capo quartiere Kibera: “L’emergenza piu’ grande e’ quella sanitaria. Qui si sta male e si muore per poco. Se ci si ammala non ci sono medici ne’ medicine. La salvezza viene da questo ospedale che sta costruendo l’Amref. Forse allora, quando sara’ pronto, i nostri bambini potranno salvarsi".
Oggi e’ domenica. Sembra una domenica come tante. Il vestito della festa e la partita di calcio, fra due squadre studentesche del quartiere. L’aspetto piu’ allucinante forse e’ questa idea di normalita’. Chi vive nell’inferno si sente in un posto qualsiasi.I bambini sorridono, tutti sorridono.. 
L’incontro con una povera prostituta rafforza quest’idea. L’impressione e’ di essere arrivati alla fine del tunnel. Mary Nlaga ha trentacinque anni e quattro figli. Lavora, mi dice, da dieci anni. "Perche’ lo faccio? E’un mestiere come tanti. Ho una famiglia. Servono soldi. Che c’e’ di diverso da altri lavori? Devo dare da mangiare ai miei bambini, il mio uomo non ha lavoro. Farei qualsiasi lavoro per loro. Si’, sono felice.. Ho da mangiare. Ma un giorno smettero’, quando avro’ tanti soldi, smettero’ e lascero’ il Kenya. Ogni volta, si’ insomma a ogni lavoro, prendo cinquanta scellini, meno di un dollaro. La strada, lo so, e’ lunga".
Non molto lontano da Kibera, c’e’ un altro quartiere di fango. Piu’ piccolo,a forse piu’ duro dove gira molta droga, ci dicono. E’ qui, a Karlobanghi, che ci sentiamo veramente alla fine del tunnel. Incontriamo due donne colpite dall’Aids. Malate terminali. Sepolte vive. Per fragilita’ fisica e per pudore vivono (vivono?) nascoste, al buio. . E’ come se fossero gia’ morte. Parlano con un filo di voce.
La prima si chiama Magret Wangico, ha solo ventitre’ anni ma gia’ due figli.  "Mi sento sola. Il mio dramma e’ di stare sola. Mi hanno lasciato tutti. I miei bambini, mio marito, mio padre. Cosa penso? Non penso, non esisto piu’. Spero di morire presto. Ma spero anche che tutti gli altri malati non siano lasciati cosi’ soli. Non e’ giusto abbandonarci. Noi abbiamo bisogno di aiuto, soprattutto abbiamo bisogno di amore. E’ l’unica cosa importante che posssiamo portare dall’altra parte della vita". 
Due capanne piu’ in la’ abita Scolastica Wajman. Ha trent’anni e tre bambini. Loro non l’hanno abbandonata. Due , un maschio e una femminuccia,. sono fuori la capanna. Non la lasciano mai. "Si’, io sono fortunata. Ho ancora i miei figli. Il mio uomo se ne e’ andato, ha paura, ma non importa. Mi interessa dei miei figli. Sento di morire giorno dopo giorno, soffio dopo soffio, ma devo restare bella, devo essere bella, per loro. Sto mettendo i miei abiti migliori. Quando saro’ diventata brutta, chiedero’ ai miei figli di non vedermi piu’. Sento che non manca molto".

 

L’Aids sta facendo una vera strage in Africa. Si parla di oltre 23 milioni di malati, l’85 per cento del totale nel mondo. Colpite in modo particolare le donne Un dato preoccupante se si pensa che le donne incinte trasmettono con facilità il virus al feto: L’anno scorso più di mezzo milione di bambini sono stati infettati dalle madri. Secondo le statistiche fra dieci anni, nel 2010, in Africa ci saranno quaranta milioni di orfani. L’unico sistema per fermare la strage e’, anche in questo caso, educare. Come al centro Kibwezi dove l’Amref sta portando avanti un family planning, un programma sanitario familiare. Ci sono molte donne, con i loro bambini. Questa voglia di riscatto e’ la grande speranza dell’Africa.Alla fine del viaggio, attraversiamo la Rift Valley , smisurata, incredibile, emozionante..Qui, secondo gli scienziati, ha avuto origine la specie umana. E’ avvolgente, come una grande culla. Questa non puo’ essere la terra dell’inferno. Quasi nascosto, ecco verso est il parco Tsavo, territorio della tribu’ dei Kamba. Si’, eccola, e’ questa l’Africa. Quattro leonesse stanno preparando l’attacco a una mandria di bufali. L’astuzia contro la forza bruta. E’ scontato: anche stavolta vinceranno le regine della savana, cioe’ l’astuzia. Addentrandoci nel parco, incontriamo elefanti, zebre, struzzi, impala, oltre alle immancabili giraffe. Giochiamo con le scimmie. Al primo lago, scopriamo un miracolo della sopravvivenza. Gli ippopotami che convivono con i coccodrilli. Una volta si sbranavano. Adesso stanno insieme, vicini. E forse ci insegnano qualcosa. L’ennesima lezione della natura. Asante sana, Africa. Grazie.
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sabato, 14 aprile 2007, 23:27

Timisoara (Romania) - In meno di un’ora (c’e’ un volo al giorno, la mattina presto) da Chisinau si arriva a Timisoara, in Romania. Dicono che questo sia il reale crocevia della tratta, il centro del traffico di esseri umani. Citta’ della rivolta, a Timisoara c’e’ l’orgoglio della memoria, i primi moti davanti al teatro dell’opera contro il regime di Ceausescu sedici anni fa ma anche il desiderio di entrare presto in Europa e voltare definitivamente pagina.  Fra passato e futuro c’e’ la piaga della tratta, gestita completamente dagli zingari che qui hanno costruito un impero grazie agli enormi capitali e alla corruzione. Un potere criminale non nascosto, addirittura vantato e tanto che vecchie zingare gestiscono direttamente la prostituzione per strada. Avram Imbrodane e’ una via lunghissima dove gli zingari hanno costruito, e continuano a costruire ville faraoniche dove neppure abitano, ma solo per dimostrare che qui comandano loro. Comprano tutto, e tutti. Mi hanno raccontato  di una ragazza che era andata alla polizia a denunciare il suo sfruttatore. Dopo cinque minuti e' arrivato lo sfruttatore, ha dato cento dollari al poliziotto, quattro schiaffi alla ragazza che poi alla sera e' stata costretta ad andare con quel  poliziotto. Gli zingari non trafficano solo in ragazze. C’e’ un posto dove sono raccolti quelli che riescono a fuggire, le terme di Baile Calacela, dove i ragazzi lavorano e ritrovano serenita’.  L’amministratore Meltes Mircea: “Quando hanno quindici-sedici anni per legge gli orfani devono uscire dagli istituti, soli, indifesi. Fuori ci sono loro ad aspettarli. Se sono donne diventano prostitute, se sono maschi quando va bene sono storpiati per andare a mendicare, se va male sono venduti. A quell'eta' non per le adozioni ma per il mercato degli organi. Sono venduti a pezzi”.

 

Mariana Petersel e’ la responsabile di “Generatie Tanara”, “generazione giovani”. In questo momento ha molte ragazze da recuperare, compito difficile, appena arrivate dall’Italia.Nel centro ci sono anche adolescenti, quelle che da noi chiamiamo baby-prostitute. Salvate, appena in tempo. Due  bambine con il corpo da donna.  Il corpo e, purtroppo, anche gli occhi gia' da donna.Mihaela ha sedici anni, e’ di Timisoara.  “Quest’estate ho conosciuto una ragazza, piu’ grande di me. Mi ha presentato degli uomini, non mi piacevano, erano troppo vecchi. E non sorridevano mai. Mi hanno chiuso per giorni in una casa, senza darmi da mangiare, niente. Un giorno sono entrati nella stanza e mi hanno detto: adesso ti portiamo in strada così’ fai un po’ di soldi. Io non ho risposto, quando sono scesa sono riuscita a scappare. Ho corso tanto finche’ ho trovato un’auto della polizia, ho chiesto aiuto e adesso sono qui. No, non mi sono mai prostituita”. Trema, guarda dall’altra parte, forse e’ una bugia. Alexandra ha quindici anni, viene da Orawitza, probabilmente e’ lei a spiegare la verita’.“No, non sono mai stata in strada. Ma sono andata con molti uomini, ma in casa, dentro una casa. Anch’io sono stata  avvicinata da una ragazza piu’ grande. Mi ha portato a Timisoara, mi ha promesso un lavoro da ballerina in un locale. Poi pero’ mi sono ritrovata a fare le pulizie. Di giorno pulivo il locale e di notte dovevo darmi agli uomini. Per fortuna e’ finita quando la polizia ha fatto irruzione e mi ha salvata, insieme alle altre, tutte della mia eta’”

Liliana invece di anni adesso ne ha ventinove. Ma e’ entrata molto presto nell’inferno. A dodici anni. A quindici gia’ aveva un figlio. Le hanno fatto fare un figlio per venderlo. Poi altri due, stesso destino. L’ultimo in Italia. Liliana ha fatto per dieci anni la prostituta in Italia. La sua storia  e’ la storia di tutte. Partita per fare la badante e ritrovatasi per strada. Venduta tante volte da tante bande. E serve per capire, dall’interno, l’orrore di una vita sul marciapiede.  Liliana e’ uscita dalla Romania via terra come avviene con tutte le clandestine. Qui siamo a Cenad, in uno dei quattro posti di frontiera rumeni, al confine con l’Ungheria. La zona da dove provengono Oana e Mariana. Diecimila persone al giorno passano di qui regolarmente, molte s’infilano nella zona verde. Altri cercano di passare con il passaporto falso. Questo e’ un vecchio poliziotto di frontiera: da solo ha scoperto, ci dicono, almeno duecento passaporti falsi. Dentro la cabina ha le foto dei trafficanti piu’ pericolosi. In un’altra cabina c’e’ la foto di un bambino, Andrej, tre anni. Sanno che e’ stato rapito. “Non e’ facile prenderli, ma neppure tanto difficile –ci dice Gheorge Ciobanu, capo della polizia di frontiera di Cenad - perche’ i trafficanti sono cosi’ arroganti, cos’ sicuri di farla franca che passano di qui. Sembrano famigliole normali e invece portano bambini rubati. Oppure ragazze che sembrano le figlie e invece vanno a fare le prostitute. In Romania si entra illegalmente ma soprattutto si esce. La colpa e’ della miseria. Molto spesso ci ritroviamo di fronte a persone perbene che sono state ingannate dai trafficanti. Vengono tranquille perche’ hanno comprato il passaporto o il visto e sono convinte di essere, o sembrare, in regola. Magari quel documento l’hanno pagato con gli ultimi soldi. Invece le contraffazioni sono cosi’ grossolane che e’ facile scoprirle. E loro non sanno neppure dove ritrovare chi gli ha venduto, di fatto, la galera”.

Il viaggio finisce dove era cominciato. Le ultime notizie dalla Romania, e sono cifre ufficiali, parlano del piu’ del quaranta per cento della popolazione senza i servizi essenziali, neppure l’acqua corrente. Un fenomeno definito da diciannovesimo secolo, perche’ in campagna si arriva addirittura al doppio, all’ottanta per cento. E allora forse si capisce perche’ sono convinte che quello sia l’inferno. Senza sapere invece che l’inferno e’ un altro. E da quello non ci si puo’ salvare.

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