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"Lasciamo che siano i fatti a parlare. Il resto sono chiacchiere e politica, tutte cose da cui voglio tenermi lontano”. Enzo Baldoni

"Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sè non è forse sufficiente, ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri". Joseph Pulitzer (1847-1911)

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sabato, 12 dicembre 2009, 16:53
In principio fu Buscetta. Anzi no. Secondo le cronache giudiziarie il primo pentito nella storia della mafia fu Leonardo Vitale. Nel 1973 indicò in Totò Riina il nuovo capo dei capi, ma nessuno gli diede retta, anzi fu considerato psicopatico e rinchiuso in manicomio. Appena uscito, qualche anno dopo, fu assassinato. Lo stesso Buscetta ha sempre rifiutato l’etichetta di pentito: risulta agli atti processuali. Si fece convincere nel 1984 da Falcone a collaborare con la giustizia per vendicarsi dei corleonesi che nella cosidetta seconda guerra di mafia gli sterminarono tutta la famiglia. E’ stata in seguito anche la scelta di altri mafiosi, come Totuccio Contorno: trentacinque parenti massacrati. Le domande fondamentali sui pentiti sono sempre state due: riguardo la credibilità ma anche sulla certezza del pentimento. Molte volte presumibilmente sono stati strumento della mafia, altre volte hanno finto di collaborare per ottenere sconti personali. Lo stesso Falcone ammetteva: “i falsi pentiti nascono in galera”. Poi c’è da considerare il contesto. Le dichiarazioni pesanti di Buscetta, quelle sulla zona grigia, cioè l’intreccio tra politica e criminalità organizzata, sono arrivate molti anni dopo, quando appunto il contesto lo ha permesso. E per mettere in piedi il doppio processo contro Andreotti di pentiti ne sono serviti ventitré addirittura. Secondo gli ultimi dati ufficiali i pentiti in Italia sono ottocento, 238 appartengono all’organizzazione mafiosa, tra cui trentasei donne. Ma quasi quattromila sono in totale le persone sotto protezione, perché legate da vincoli di parentela con chi ha deciso di collaborare con la giustizia. Non tutti sono risultati credibili e talvolta neppure utili, ma proprio Falcone indicò in questa strada la maniera di combattere dall’interno la mafia. Sono stati usati pentiti marciti come Balduccio Di Maggio, sono state acquisite testimonianze inverosimili e in altri casi si è corso il rischio di raccogliere e amplificare messaggi mafiosi. Sicuramente da prendere con le molle le dichiarazioni di Nino Giuffrè, luogotenente di Bernardo Provenzano. Venduto probabilmente dagli amici (battuti) di Totò Riina più che denunce ha sfornato messaggi da decifrare.La culla di quello che è chiamato il “fenomeno pentitismo” è stata sempre, naturalmente, Palermo, quel palazzo dei veleni che ha avuto spesso puntati tutti i riflettori d’Italia. Frantumato l’ufficio inquirente, è cambiata la gestione. Da Giancarlo Caselli si è passati di fatto ad Antonio Ingroia, allievo di Borsellino. E forse sta cambiando anche la strategia. Lo suggerisce il contesto. L’opinione pubblica non è più disposta a dar credito a chiacchiere. Adesso servono riscontri. Cioè fatti.
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giovedì, 07 febbraio 2008, 23:48
postato da latorredibabele · permalink · commenti
sabato, 21 aprile 2007, 20:28

PROVVbLa svolta, secondo gli investigatori, è avvenuta quattro anni fa esatti, nell’aprile del 2002, quando fu arrestato Nino Giuffrè, il luogotenente fedelissimo di Provenzano. Il ragioniere di Cosa Nostra fu denunciato da una telefonata anonima e questo poteva far supporre a un cambiamento all’interno della Cupola. Attraverso Giuffrè le notizie su Provenzano cominciarono piano piano ad essere attualizzate dopo decenni di buio assoluto. Si dice che il capo dei capi sia sfuggito per un paio di volte alla cattura perche protetto da una rete di amici fedelissimi che lo hanno avvertito in extremis, ma anche a una struttura di difesa collaudata, prudentissima, i rapporti tenuti solo dai famosi pizzini, i bigliettini. Talmente protetto Provenzano che in questi anni si è permesso di girare anche l’Europa. I famosi due viaggi in Francia, a Marsiglia, nel 2003: a luglio e poi a ottobre, per l’operazione ormai nota alla prostata. Viaggi effettuati in auto sotto falso nome, quello del padre del suo autista, agricoltore pensionato. E addirittura la beffa. La richiesta alla Asl di Palermo del rimborso per l’operazione.  Una trasferta filata liscia sia la prima che la seconda volta. Ha raccontato tutto Tommaso Campanella, ex presidente del consiglio comunale di Villabate, l’ultimo pentito di mafia. Ha raccontato dei tre telefoni vergini per le comunicazioni, del camion di appoggio e di quel documento contraffatto in maniera anche piuttosto grezza, una carta d’dentità falsificata che nessuno notò in quei quattro passaggi alla frontiera. Ma quei viaggi furono probabilmente decisivi perché nelle due cliniche di Marsiglia Provenzano lasciò molte tracce. Tutto di se: la faccia, le cicatrici, le impronte digitali.  Ormai, insomma, non era piu un fantasma. Adesso che proprio un pizzino probabilmente lo ha tradito, bisogna capire chi ne ha preso il posto. Dicono che il nuovo boss sia di fatto, da tempo, Matteo Messina Denaro. Ma al di là del nome di chi sta al vertice . bisogna capire soprattutto come e se cambierà Cosa Nostra. Preso lo stragista Totò Riina, la scellerata politica mafiosa si traformò. “Per fare i soldi non serve rumore. E i morti fanno rumore” ha detto zio Binnu. E adesso, dopo Provenzano?

Più di quarant'anni di latitanza

L'ultima fuga a Marsiglia

postato da latorredibabele · permalink · commenti
lunedì, 16 aprile 2007, 23:03

 

Palermo, giugno 2003. Via Gianlorenzo Bernini e’ una via isolata, discreta, piena di ville nascoste dai muri di cinta. Un posto perfetto per chi vuole nascondersi ma non sparire, perche’ e’ a un passo del centro di Palermo e a ridosso dell’autostrada. In una di quelle ville, al numero 54, ha passato dieci anni della sua vita, quasi meta’ della latitanza, il capo dei capi di Cosa Nostra, Toto’ Riina. . Si faceva chiamare Giuseppe Bellomo, diceva di essere di Mazara del Vallo. Una casa lussuosa, con piscina e ascensore interno, naturalmente una cassaforte. Ma non era sua. La proprieta’ era ed e’ dei fratelli Giuseppe e Gaetano Sansone tuttora indagati per quell’appoggio al superboss. Riina pagava regolarmente l’affitto e anche le bollette: pagava con assegni circolari. Una vita tranquilla, fino a quel gennaio di dieci anni fa. Non si sa ancora con certezza da dove e’ arrivata l’informazione, fatto sta che i carabinieri del Ros ormai sanno dov’e’ nascosto Toto’ Riina. Ma sanno pure che non sara’ facile catturarlo e chiamano il blitz “Operazione Belva”. Da mercoledi’ 13 gennaio si appostano in nove davanti quella villa. Il nucleo, che si chiama Crimor, e’ comandato dal “capitano Ultimo. Con lui ci sono Arciere, Vichingo, Pirata, Oscar, .Omar, Nello, Barbaro e Ombra. I nomi, ancora oggi, sono coperti dal segreto.

Un giorno di attesa. Poi, la mattina dopo, alle 10,14 del 14 gennaio dal cancello della villa esce un’auto. Forse con i carabinieri c’e’ anche Di Maggio. Di sicuro e’ riconosciuta la donna all’interno: e’ Ninetta Bagarella, la moglie di Toto’ Riina. L’ultima conferma: il covo e’ proprio quello. Passano poco meno di ventiquattro ore. Ed ecco il momento sicuramente storico nella lotta alla mafia. Sono le 8 e 55 del 15 gennaio 1993. Esce una piccola auto, anonima. Al volante c’e’ Salvatore Biondino, l’autista del boss, e vicino proprio lui, la belva, Toto’ Riina. “In quel momento sento come un senso di vuoto” confidera’ poi il capitano Ultimo.
I nove della Crimor seguono l’auto, s’infilano in via Leonardo da Vinci, arrivano alla rotonda, il traffico e’ intenso, pochi metri dopo davanti al motel dell’Agip bloccano l’utilitaria. L’operazione e’ durata in tutto quindici minuti e un chilometro. La latitanza del capo dei capi di cosa nostra finisce qui dopo 23 anni, sei mesi e otto giorni, sullo stesso marciapiede dove quindici anni prima Riina fece assassinare il mafioso Beppe Di Cristina. Allora lo chiamavano solo “zio Toto’’” ma da quell’assassinio parti’ la sua scalata a Cosa Nostra. Preso proprio dove e’ diventato capo.
Era disarmato quando l’hanno preso. I carabinieri chiedono i documenti. L’altro li da’ (sono falsi), lui no, non apre bocca. Li portano in caserma. Queste sono le prime immagini della belva in gabbia. E’ talmente fermo, impassibile che sembra un’istantanea. Neanche s’accorge che sta sotto la foto del generale Dalla Chiesa. L’allora colonnello Mario Mori, ora direttore del Sisde, gli dice guardandolo fisso in faccia: “Tu sei Riina”. Lui resta in silenzio, a lungo. Mori insiste, alla fine lui ammette: “Si’, sono Riina. Chiamatemi un avvocato”. La sera non cena, e rifiuta il cibo anche il giorno dopo. Prende solo caffe’. Adesso sembra proprio un vecchio, “Toto’ u curto”. Lo portano di nascosto, di notte, a Termini Imerese. Cominciano gli interrogativi. Proprio quel giorno alla Procura di Palermo e’ arrivato Giancarlo Caselli. Taglia corto alle polemiche: “E’ stata un’operazione da manuale. E un grande giorno per la giustizia”. Caselli e’ appena arrivato da Torino, la citta’ dove poco tempo prima Di Maggio aveva svelato, forse, il covo della belva, anzi come diceva lui “la macelleria giusta”, come conferma Mario Mori pubblicamente..
Alle dieci di mattina di due giorni dopo, il 17 gennaio, Riina lascia la Sicilia in elicottero e rivede dall’alto la terra dove per tanti anni ha spadroneggiato come un tiranno. Come per magia a Corleone ricompaiono la moglie, Ninetta Bagarella, e i quattro figli, quella che sembrava una famiglia fantasma. Toto’ Riina adesso e’ nel supercarcere di Marino del Tronto ma in questi anni ha girato spesso l’Italia per le udienze dei vari processi, accumulando un ergastolo dopo l’altro, l’ultimo per l’omicidio del giudice Saetta. Sa di essere stato tradito, odia i pentiti. Una volta, il 22 aprile del 1996, a Firenze Pierluigi Vigna e Giancarlo Caselli provarono a farlo parlare. Agghiacciante la trascrizione dei verbali. “Parlare? Dottore, la prego, si fermi qui, non la pronunci neanche quella parola. Voi sbagliate persona”. In questi anni e’ tornato anche a Palermo, ma in gabbia. E ha parlato solo per dire il suo odio contro chi parla.

CaselliPoliziaDieci anni dopo, i misteri sono ancora molti. Intanto resta il dubbio su chi ha contribuito realmente alla cattura. Un grande lavoro di intelligence, durato, si dice, almeno cento giorni? Oppure, come sostiene il generale Delfino (in codice “giaguaro uno”), poi indagato per altre storie, furono decisive le rivelazioni di un piccolo boss in disgrazia, Baldassarre Di Maggio? Ma c’e’ anche chi, fra i pentiti, sostiene che tutto e’ nato da una soffiata di un confidente del maresciallo Antonino Lombardo, poi suicida. Per Giovanni Brusca il tradimento arrivo’ da Toto’ Cancemi, per Bagarella da Francesco Lojacono, un fedelissimo di Provenzano.
I dubbi piu’ grandi riguardano tuttavia la fase successiva all’arresto. Sul covo sono tuttora in corso due inchieste giudiziarie: La prima , come dicevamo, riguarda i proprietari della villa, la secondo e’ contro ignoti e riguarda la mancata perquisizione della casa. Proprio ieri il gip Vincenzina Massa ha chiesto nuove indagini, chiedendo di interrogare tutti i protagonisti della vicenda. Ammette lo stesso Caselli: “Discutemmo se conveniva entrare nel covo subito, o piu’ tardi per individuare altri mafiosi., come ci suggeri’ il capitano Ultimo”. Adesso "Ultimo" e' maggiore e sta al reparto ecologico dei carabinieri. Il covo in realta’, dopo solo un giorno fu abbandonato. La perquisizione finalmente arrivo’ diciotto giorni piu’ tardi. Troppi. Non si trovo’ piu’ niente, la casa era svuotata. Racconta in aula il 28 agosto 1997 il mafioso Angelo Siino: “I corleonesi entrarono vestiti da operai, portarono via i mobili, tinteggiarono le pareti, cambiarono pure i servizi igienici, fecero sparire la cassaforte”. Pare che alla testa di quel gruppo ci fosse.Antonino Giuffre’, l’ultimo pentito, luogotenente storico di Provenzano. Sostiene il pm Tescaroli: “Dietro l’arresto di Riina restano molte ombre, dubbi e perplessita’ che solo Provenzano potrebbe rivelare”. Intanto, potrebbe cominciare a raccontarle Giuffre’. 

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