Dossier
Gli approfondimenti della Torre di Babele
 PINO SCACCIA
Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità
pinoscaccia@gmail.com
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martedì, 21 agosto 2007, 13:26
Baghdad, 21 agosto 2004
Giovedì mattina io e il mio interprete, Wejdy, siamo partiti alle 5 e 30 alla volta dell'ospedale della Croce Rossa italiana a Baghdad. Per fortuna non c'erano ingorghi a quell'ora del mattino. Da lì siamo partiti per Najaf. C'erano circa quindici volontari della Croce Rossa italiana con qualcuno della Croce Rossa (cioè Mezza Luna rossa, n.d.t.) irachena, e stavamo per affrontare questo viaggio a Najaf, lungo e probabilmente pericoloso, portando materiale medico, di cui c'è molto bisogno, e un camion carico di razioni d'acqua da un litro. Ali, nella sua macchina che apriva il convoglio, composto da quattro jeep piene di volontari, due camion della Croce Rossa (uno con medicine, l'altro con acqua), un'ambulanza (con altro materiale sanitario) e un'altra macchina di volontari. Io e Wejdy viaggiavamo nel retro dell'ambulanza, vicino alla porta scorrevole laterale, il cui finestrino si apriva da entrambi i lati. Io sedevo guardando in avanti e Wejdy era seduto davanti a me, dando le spalle alla cabina di guida, quindi abbiamo aperto il finestrino scorrevole da entrambi i lati, per vedere fuori tutti e due. Se non avessimo aperto il finestrino non avremmo potuto vedere fuori, visto che il finestrino era coperto da un vetro smerigliato adesivo di plastica.
Dopo numerose fermate e deviazioni mentre passavamo attraverso Baghdad, abbiamo lasciato la città e ci siamo diretti a sud. Io e Wejdy eravamo felici seduti nel retro dell'ambulanza e abbiamo mangiato qualcosa e bevuto dell'acqua, mentre passavamo Mahmoudiya e stavamo per arrivare a Hilla. Abbiamo attraversato Al Latifya, a venti chilometri da Mahmoudiya e a cinquanta da Baghdad. All'improvviso c'è stata una grande esplosione, il cui impatto sembrò investire il fianco dell'ambulanza e infranse in mille pezzi il vetro del finestrino. Non sapevo cosa fosse, ma sapevo che era qualcosa di brutto e, immediatamente e d'istinto, sono caduta in ginocchio e mi sono aggrappata a Weydj, tirandolo giù sopra di me. Abbiamo così formato una specie di palla, più piccola possibile, sul pavimento dell'ambulanza. Non sapevamo se saremmo stati colpiti di nuovo. Augusto, il nostro autista, ha lottato con il veicolo tanto che sembrava che stessimo andando a zig zag per la strada. Dopo un tempo che ci è parso lungo minuti, abbiamo ripreso la strada. Da davanti ci hanno chiesto se stavamo bene. Sì, stavamo bene, mi faceva soltanto male la guancia, non perché fosse stata colpita dai frammenti di vetro (non era così), ma credo per la pressione dell'esplosione. Ma non era nemmeno ferita e il dolore si è calmato dopo circa un'ora. Dopo mi sono accorta che mi facevano male anche le spalle e le braccia, probabilmente perché avevo tirato Wejdy, ma anche quel dolore poi passò. Dopo qualche chilometro ci siamo fermati sul lato della strada, e ci siamo controllati.
Fortunatamente solo una persona era rimasta ferita. Uday, uno dei volontari iracheni, aveva un brutto taglio. La sua faccia aveva circa quaranta piccoli tagli da frammento di granata, uno dei quali vicino al suo occhio destro, e anche il suo braccio destro era ferito. E' stato messo sul retro della nostra ambulanza e curato. Sembrava scosso e che avesse bisogno di piangere: lo shock per lui è stato peggiore che per chiunque altro. Lui stava nel camion dell'acqua davanti a noi, che ha preso il peso maggiore dell'attacco, perdendo completamente il parabrezza, i finestrini e gli specchietti laterali. Il telone sopra l'acqua ha dovuto essere rimosso visto che era stato strappato, ridotto a brandelli e strisciando per terra era una seccatura. Mentre Uday veniva medicato, io e Weydj ci siamo seduti davanti nell'ambulanza, il cui parabrezza era stato colpito ma era ancora a posto. Mi sono meravigliata per la calma e la guida di Augosto: aveva controllato l'ambulanza dopo l'esplosione e l'aveva mantenuta sulla carreggiata. Lo stesso con il camion di fronte: aveva preso il peggio dell'esplosione e il guidatore aveva continuato a controllare il veicolo, nonostante avesse perso i finestrini e il parabrezza e avesse un passeggero ferito. E stava guidando un camion! Anche la macchina di Ali era stata danneggiata, aveva perso il lunotto e i finestrini posteriori. Se ci fossimo scontrati dopo l'attacco, sarebbe successo qualcosa troppo orribile per poterci pensare. Avremmo potuto rimanere bloccati sulla strada ed essere esposti al fuoco di chiunque ci avesse attaccato. E' grazie a questi meravigliosi autisti che questo non è successo. Ho chiesto ad Ali chi pensava avesse fatto questo e lui ha semplicemente risposto "degli stronzi". Non ci fu alcun altra discussione sulla strada per Najaf e, quanto a me, ho soltanto desiderato arrivarci e levarmi da quella strada pericolosa.
Durante e dopo l'attacco mi sono sentita strana. Non spaventata, non ho avuto mai paura. Mi sono solo sentita scossa e sconvolta, forse ho subito un leggero shock, non so, ma è stata un'emozione che non avevo mai sperimentato prima. Più tardi, quando siamo arrivati a Najaf, abbiamo potuto chiedere che cosa si pensava fosse accaduto. Wejdy aveva visto l'esplosione e ha detto che aveva visto qualcosa che colpiva la strada di lato e che aveva sollevato sporco e polvere. La sporcizia aveva riempito l'ambulanza, andando ovunque, sopra gli strumenti medici e riempiendo le nostre cose di fango e vetro, anche se il finestrino dalla nostra parte era rimasto intatto, per lo più, era esploso del vetro, volando in giro per l'ambulanza. Safa'a, uno dello staff della Mezza Luna rossa irachena, stava nella macchina dietro di noi. Dubitava che fosse stato un missile, un RPG o un colpo di mortaio, e diceva che era stata una bomba sul lato della strada. Probabilmente, diceva, qualcuno ci aveva seguito da Baghdad, ci aveva superato, e aveva lasciato la bomba, aspettando nelle vicinanze con un telecomando, o avendo predisposto un timer. Ma sentiva che era diretta a noi e si meravigliava preoccupato di come saremmo tornati a Baghdad sani e salvi. Un paio di ore dopo siamo arrivati a Najaf. C'erano segni di combattimenti ovunque: fori di proiettile e buchi rotonde da colpo di carrarmato su molti edifici. Abbiamo attraversato il ponte sullo splendido Eufrate e mi sono ricordata della mia visita precedente alla più santa delle città sante, nel dicembre dello scorso anno. Quanto erano più calme le cose nel dicembre scorso. Abbiamo passato un checkpoint dell'esercito del Mahdi e i passanti parlavano con Wejdy, specificando i danni alle abitazioni e dicendoci degli attacchi americani alla città, di come non riuscivano a dormire, eccetera. Qualcuno ha detto "Che Dio aiuti Moqtada". Ci siamo inoltrati verso la città, passando mercati e compratori in periferia, che continuavano a fare le loro cose, come se tutto fosse normale. Ma quando abbiamo proseguito le strade sono diventate più calme. Vedevamo sempre meno persone e macchine. Siamo stati sconsigliati ad andare in una direzione visto che c'erano dei cecchini americani. Abbiamo cambiato strada, e abbiamo attraversato un'area residenziale. Abbiamo percorso strade strette, polverose e irregolari, da entrambe le parti case color sabbia erano affacciate proprio sulla strada. Le persone sono uscite per vederci e hanno tenuto alto il molle cavo elettrico per fare passare i camion. Abbiamo iniziato a sentire in lontananza rumore di spari e di colpi di carrarmato. Continuando su quella strada il rumore era sempre più forte, mano a mano che ci avvicinavamo. Ancora una volta molti sono venuti a parlarci, dicendoci quante persone avevano abbandonato le loro case per la paura delle loro vite ed erano andati da qualche altra parte. I bambini venivano fuori, i vicini ci guardavano dagli ingressi delle loro case, molti ci salutavano con la mano e ci sorridevano. Molti ci dicevano cose brutte riguardo gli americani e ci chiedevano perché tutto ciò stava succedendo alla loro città. Un uomo ci ha avvisati che gli americani non ci avrebbero fatto entrare.
Le strade, poi, sono diventate lugubremente silenziose, a parte il suono della battaglia: il fuoco delle mitragliatrici e il rumore di carrarmato riempivano l'aria. Due dei nostri sono corsi davanti al convoglio, indossando corpetti della Croce Rossa, bianchi con una grande croce rossa sopra, e sventolando una grande bandiera della Croce Rossa. Andavano ad ogni incrocio che dovevamo attraversare e si facevano vedere con la bandiera. Appena passavamo ogni incrocio potevamo vedere i carri americani alla fine di ogni strada, a circa 150 metri: alla fine di una strada ce n'erano tre. Abbiamo proseguito lentamente. Poi siamo arrivati ad un incrocio dove sembrava che il combattimento fosse nella strada di fronte a noi, quella che attraversava la strada sulla quale eravamo. Il suono delle mitragliatrici era assordante. Ancora una volta i due dei nostri sono andati avanti con la bandiera per indicare che eravamo della Croce Rossa e portavamo aiuti medici. Ma non ci è stato consentito di passare. Loro sono andati giù sulla strada verso gli americani, ma no, non potevamo passare. Dopo ci hanno detto che gli americani che erano lì avrebbero preferito vomitare piuttosto che parlare loro! Abbiamo aspettato un po', senza attraversare l'incrocio, e la battaglia continuava: sembrava che si svolgesse proprio di fronte a noi. Abbiamo parcheggiato vicino alle case vuote. Una famiglia in una casa vicina ci ha invitati nella loro casa. Siamo entrati nella stanza degli ospiti, una grande sala con delle sedie e dei materassi messi intorno ai muri, le finestre, aperte, che davano sulla strada. Ci siamo seduti per un po', al caldo: non c'era elettricità e quindi i ventilatori non funzionavano, Najaf è senza corrente elettrica. Poi abbiamo iniziato a scaricare del materiale sanitario. Gli uomini della Croce Rossa italiana hanno iniziato a preparare un ospedale da campo improvvisato lì nella sala. Hanno preparato tre piccoli letti e hanno messo le cose necessarie, guanti, disinfettante, eccetera, alla testa di ogni letto. I sostegni per le flebo, materiale per il primo soccorso e scatole di medicine sono state messe in giro per la stanza. E' entrato il povero Uday: sembrava stesse soffrendo molto e gli è stata fatta un'iniezione per aiutare a diminuire il dolore. Mentre venivano fatte tutte queste cose, fuori continuava la battaglia. Sembrava che si stesse avvicinando e che i colpi dei carrarmati americani stessero colpendo l'edificio vicino al nostro. Uno in particolare è risuonato così vicino da scuotere la casa anche più degli altri: il lampadario ha tremato e ho contratto le dita dei piedi. Uno della Mezza Luna rossa irachena mi ha detto che quando erano stati a Najaf qualche giorno prima, avevano avuto il permesso di passare le linee americane, di consegnare gli aiuti e di fare qualcosa che ne valesse la pena, ma lì non potevamo fare niente. Qualche giorno prima gli americani erano ben lontani dalla moschea dell'Imam Ali, ma in quel momento loro e noi eravamo a circa duecento metri: sembrava come se loro fossero lì per uccidere e che non volessero salvare nessuno dei feriti. Visto che non ci era permesso passare le linee, non potevamo curare i feriti, e questi non potevano passare le linee per raggiungerci. La situazione era incredibile e impossibile. Gli americani avrebbero dovuto farci passare, eravamo dei volontari di soccorso.
Non c'è alcuna ragione per cui ci avrebbero dovuti fermare. Questo dimostra solo il loro disprezzo evidente per i diritti umani e la vita umana. Sono disgustosi, malvagi assassini e io l'ho visto da me: tutto quello che volevamo fare era portare aiuti ai feriti. Fu presa la decisione di riprendere le nostre cose e dirigerci a Kufa, dove c'era anche lì una battaglia, anche se non riportata, a dieci chilometri di distanza. Si sperava che lì avremmo potuto fare qualcosa di utile. Quindi abbiamo preso le nostre cose e siamo tornati indietro su strade polverose. Le persone di là che erano rimaste sono venute fuori a vederci andare via, e ci hanno chiesto perché ce ne stessimo andando. Inoltre non potevano credere al fatto che ci era stato impedito di passare. Ci dissero cose delle persone che lasciavano la città. Uno ha detto: "E' questa la democrazia?", un altro "Che Dio aiuti Moqtada" e altri ci hanno raccontato di come gli americani avevano sparato verso le loro case. Abbiamo preso stradine secondarie per uscire da Najaf, così piene di buche che l'ambulanza ha urtato col fondo molte volte e abbiamo preso la strada per Kufa. Abbiamo passato molti checkpoints dell'esercito di Mahdi, che ci hanno fatto passare e ci siamo diretti verso la Moschea.
Lì Ali ha parlato agli uomini di guardia al posto e gli hanno indicato la strada da prendere per le porte della moschea. Siamo entrati. E' una "moschea doppia", due moschee in un solo complesso, una moschea di Moqtar e una musulmana. Uomini dell'esercito del Mahdi stavano seduti all'ombra intorno alla moschea, e pranzavano. Una ragazzina vicino alla moschea ci fissava incredula. Le ho sorriso, e la sua faccia si è aperta in un largo sorriso. Mi sono immaginata quello che ha dovuto vedere e a come fosse la sua vita. Dentro la moschea, tutti i veicoli parcheggiati nel recinto. In quel momento si stava lavorando alla moschea per abbellirla, c'era materiale da costruzione ovunque e uomini che lavoravano. Siamo stati portati in una piccola stanza in uno degli edifici intorno al cortile, e ci è stata data molt acqua fresca da bere. Mi ero messa il velo non appena avevamo raggiunto i sobborghi di Najaf. Anche in quel momento avevo il mio chador: era importante che neanche un po' della testa fosse in mostra. Safa'a, poi, ha portato me e Wejdy in un'altra piccola stanza oltre il cortile. Lì c'erano circa dieci piccoli letti con cinque pazienti. Giovani che erano stati feriti da poco. Un uomo aveva avuto una colostomia cinque anni prima, ma aveva iniziato a sanguinare e non poteva raggiungere un ospedale, quindi era venuto nella moschea per delle cure rudimentali. Altri due uomini erano stati pesantemente ustionati dopo un attacco dei missili americani. Uno aveva entrambe le gambe ed un braccio gravemente bruciati, ed era necessario cambiargli le bende, trasudavano sangue e liquido. Safa'a gli ha detto di provare a muovere gli arti feriti per mantenerli mobili. Anche gli altri due erano stati feriti dai missili. Uno, che diceva di avere diciott'anni, ma ne dimostrava quindici o sedici, aveva ferite di granata su tutta la schiena e le natiche, e quindi non poteva neanche stendersi comodamente. Fortunatamente, specialmente per gli ustionati, lì c'era l'elettricità: almeno avevano il beneficio dell'aria condizionata e dei ventilatori, se non altro.
Abbiamo lasciato la stanza e siamo stati portati proprio nella moschea. Era la prima volta che mi era permesso di entrare in una moschea in Iraq. A differenza della Siria, della Tunisia e della Turchia, ai non musulmani non è permesso di entrare nelle moschee irachene, ma per noi è stata fatta un'eccezione e mi sono sentita così fortunata e onorata quando sono entrata nella sala della preghiera appena rimessa a nuovo. Era stupenda con enormi colonne beige e bianche e bellissimi vetri bianchi tra una e l'altra e, naturalmente, un sacco di ventilatori. La sala della preghiera, grande, piena di pace e ariosa, era aperta verso il cortile della moschea con grandi archi di mattoni. La moschea si chiama "moschea di Moqtar" e Moqtar è l'uomo che uccise Yezid, un califfo di Damasco. Yezid è quello che uccise Hussein a Kerbala nel 680 dopo Cristo. Hussein è l'uomo che è festeggiato nel mese di Moharram, e il 10 di quel mese, giorno chiamato Ashura, è il giorno in cui Hossein è morto a Kerbala. Lo stesso giorno in cui Kerbala e Khadimaya sono state bombardate quest'anno, il giorno più speciale e santo per gli sciiti. Oltre a tutto questo, questa è la prima moschea in cui ha pregato l'imam Ali, nipote e cugino del profeta Maometto, ed è la moschea in cui dice le preghiere ogni venerdì Moqtada Al Sadr, proprio lui, quello che si vede in TV. Quindi è un posto molto molto speciale, quasi speciale quanto la moschea dell'imam Ali a Najaf, dove l'imam è sepolto. Abbiamo pranzato in una piccola stanza a fianco della sala della preghiera. Wejdy ha provato per la prima volta un piacevole fenomeno legato al vegetarianesimo. Tutti gli altri hanno mangiato per primi, con del tremendo kebab su pane arabo con cipolle e pomodori. Noi abbiamo aspettato pazienti che arrivasse il nostro cibo: Ali ha spiegato gentilmente che eravamo vegetariani. E poi è arrivato un piatto enorme, di quaranta centimetri di diametro di riso giallo con verdure stufate: melanzane, pomodori, patate, cipolle, eccetera. Sembrava delizioso e così la pensavano tutti gli altri, che guardavano il nostro cibo con invidia. E ancora una volta ho goduto di quella sensazione, la sensazione che ognuno in quella stanza stava desiderando di aver detto che anche loro erano vegetariani.
Durante il pranzo, diverse persone sono entrati e si sono uniti a noi. Molti erano combattenti ed erano proprio uomini piacevoli. Visto che ero la sono donna della compagnia, ero completamente coccolata, il mio bicchiere di chai (the) veniva riempito costantemente. Ma quando quando dicevo qualcosina in arabo, che mi piaceva l'Iraq... chai. Ecco. Le chiacchiere e le risate hanno riempito le stanze quando abbiamo parlato del Galles, e della sua "occupazione" da parte dell'Inghilterra, della situazione in Iraq, della malvagità dell'America e anche dei miei sport preferiti.Il povero Wejdy poteva appena stare dietro alla traduzione, e mi incoraggiava di parlare sempre di più in arabo, ma la mia testa stava scoppiando, probabilmente per la combinazione delle due ore di sonno della notte precedente e dell'esplosione della bomba nel viaggio verso sud. Sono stata contenta quando ho saputo che avremmo potuto riposarci per un paio di ore, fino alle sei, quando avremmo aperto una clinica per la sera. Io ero lì per aiutare ogni donna che fosse arrivata. Ma prima che andassimo a dormire, un paio di soldati hanno voluto parlare agli uomini della Croce Rossa italiana. Uno di loro voleva sapere perché, ogni volta che lanciava un razzo, il suo corpo tremava, gli si sfocava la vista, sentiva qualcosa di strano alle orecchie e aveva le vertigini. Il dottore gli ha detto che dipendeva probabilmente dalla forza del lancio. Ma l'uomo era ancora preoccupato e diceva che questo non succedeva ai suoi compatrioti. Gli è stato detto che era probabilmente dovuto al suo stato di salute, uomini diversi sono in grado di fare cose diverse e lui probabilmente non si era rimesso al 100% da tutta la tensione e dai combattimenti, e non c'era nulla da preoccuparsi, se si sentiva a posto nella sua vita normale, giorno dopo giorno. Abu Moqtada ("il padre di Moqtada", che ha avuto di recente un neonato, che ha chiamato come Moqtada Al Sadr), un altro combattente, aveva punti grossolani che gli tenevano insieme dei tagli sulle dita. E' stato bendato molto accuratamente, ma poteva comunque combattere visto che la sua mano destra non era stata ferita.
Quando ci siamo svegliati alle sei del pomeriggio, ci è stato dato ancora del chai. Mi è stato dato anche un poster di Moqtada, uno vecchio e sciupato, e gli uomini me ne hanno voluto dare uno nuovo. Ho declinato la loro gentile offerta, preferendo quello vecchio, che era stato effettivamente usato ed esposto nella moschea. Prima avevamo incontrato due degli sceicchi della moschea e poi abbiamo parlato a lungo con uno di loro, prima di uscire ed aiutare a scaricare i camion di aiuti medici. Due ambulanze erano piene di equipaggiamento di emergenza per Najaf, e altre cose sono state scaricate in una clinica improvvisata in una stanza nel circondario della moschea. Poi è stato scaricato, nel cortile della moschea, il camion dell'acqua. Nagi, un ragazzino di nove anni, ci stava aiutando. L'avevo incontrato prima, ed era veramente un tesoro. Orfano, viveva nella moschea, ed era ovunque tutto il tempo, il centro dell'attenzione, e viziato e coccolato da tutti. Mi è stato detto che gli piaceva aiutare i combattenti a caricare i loro fucili e che voleva combattere e morire al loro fianco. Aveva una fascia in testa che diceva, in arabo, "Per favore, Dio, fa che le leggi di Maometto siano sempre rispettate". Ha lavorato duro, giorno e notte, e quando siamo andati a dormire, più tardi, nella sala della preghiera, lui era ancora una volta lì, che dormiva vicino a noi.
Durante tutta la sera abbiamo parlato con così tanti combattenti che è difficile ricordarli tutti. Posso dire onestamente che erano tutti uomini incredibilmente coraggiosi, gentili e decorosi. Non sono terroristi o fondamentalisti religiosi. Sapevano tutti che io ero britannica e che gli italiani erano italiani e avevano tutti la capacità di capire che, solo perché venivamo da paesi cattivi che occupavano e smantellavano l'Iraq, non era detto che fossimo d'accordo con i nostri governi. Al contrario, abbiamo spiegato che non lo eravamo. E non essere musulmani non era un problema: c'era un rispetto completo e assoluto delle reciproche religioni.Loro vogliono soltanto che gli americani se ne vadano dall'Iraq, da Kufa e Najaf, dai loro luoghi santi. Molti di loro, effettivamente, lo vedevano come un attacco all'Islam, ma mi hanno prontamente ascoltato quando gli ho spiegato che era molto di più. Ma non ho potuto rispondere quando mi hanno chiesto cosa pensassi del fatto che gli americani attaccassero le moschee. Alla fine ho solo risposto che non potevo capire l'odio nel cuore di ogni uomo che attaccava gente povera in aree residenziali senza alcun riguardo per la santità della vita umana, quindi non ho potuto di certo rispondere per questi uomini che fanno del male. Un altro uomo di là voleva portarci tutti nella sua casa e sistemarci per la notte. Ha chiesto perché l'America stesse attaccando l'Iraq e stesse cercando di portare i suoi valori "occidentali" che l'Iraq non vuole. Mi ha detto: "Sei cristiana, diventa musulmana, se non vuoi dovrei ucciderti? Naturalmente no! Allora perché l'America non ci lascia stare e rispetta la nostra religione?" Un altro combattente mi ha detto di come sua madre stesse anche lei combattendo: spara RPG agli americani, nel suo chador, coprendosi il volto fino al naso.
Poi, quando abbiamo attraversato il cortile, Wejdy di colpo ha incrociato un suo vecchio compagno di scuola, veramente uno dei suoi migliori amici, Mohammed da Hilla. Non ci potevano credere, incontrarsi in quelle circostanze dopo un anno e mezzo. Mohammed era arrivato per combattere l'America e Wejdy era arrivato per dare aiuto con le medicine e con traduzioni fondamentali. Durante la serata è stato letto un discorso dall'altoparlante della moschea. Poi tutti gli uomini si sono fermati e hanno iniziato a cantare, finendo con un "Moqtada, Moqtada, Moqtada". Gli era stato appena detto che l'America aveva lanciato un grosso attacco sul centro di Najaf, ma l'esercito del Mahdi aveva risposto con gli RPG e aveva respinto l'attacco: gli americani avevano ripiegato. Ho solo sperato che fosse vero e che quindi non fosse stato versato altro sangue. Non c'erano armi stivate nella moschea. L'unica volta che ho visto delle armi era quando i combattenti venivano nel cortile per riposarsi o per prendere dell'acqua, eccetera. Non stavano lanciando alcun attacco proprio dalla moschea. Ho visto ogni tipo di arma, fucili di precisione, AK 47, RPG. Ho fatto una battuta, dicendo che ero così arrabbiata per il comportamento dei soldati americani che avrei potuto lanciarne uno verso di loro io stessa. Beh, era così. Avevano l'idea che io dovessi uscire con un RPG e che mi venisse fatta una foto. Questo doveva essere fatto fuori dalla moschea, perché non si poteva tenere un RPG in posizione d'attacco, anche se per scherzo, nel territorio della moschea. Sulle prime Ali, che era responsabile del nostro gruppo, non voleva saperne del fatto che andassi fuori, nel caso di attacco. Ero certamente più al sicuro all'interno della moschea. Ma dopo quelli dell'esercito del Mahdi l'hanno convinto che sarebbe stata cosa di cinque minuti e ci è stato permesso.
Fuori, in mezzo ad anche più soldati, ho tenuto, prima di tutto, un RPG iracheno. Appena mi sono messa in posa, cosa non facile in chador, con quest'arma, è diventato pesante ed ero contenta quando le foto e il filmato sono stati fatti. Poi ho tenuto un RPG americano, ma questo era facile da tenere e più leggero. L'ho detto ai combattenti, che gli americani ce l'hanno sempre facile, anche le loro armi sono più leggere. Uno degli uomini della moschea mi ha filmato. Aveva filmato tutti noi per tutto il giorno, e Wejdy ha fatto una battuta sul fatto che scommetteva che avrebbe mostrato il video a Moqtada. Quindi nella sera gli italiani hanno aperto una clinica improvvisata e si è formata velocemente lungo il cortile della moschea. Qualcuno degli italiani è andato a medicare i feriti più gravi. Ogni volta che si presentava una donna era il mio turno, con Wejdy che traduceva, per capire quale fosse il problema. Dopo siamo andati a parlare a Safa'a nella clinica, per cercare di medicare le donne, facendole saltare la fila, per esempio, il prima possibile. Una signora, Azhar, è arrivata con sua madre, Om Khalid, che soffriva di calcoli renali. Ne ho parlato con uno dei dottori italiani, che mi ha detto che non c'era niente da fare per lei lì, ma che se fosse andata nell'ospedale italiano a Baghdad avrebbe ricevuto cure senza pagarle. Ho parlato alle signore, in arabo, e loro mi hanno detto che non potevano dormire con gli attacchi americani a Kufa. Due altre donne si sono presentate con dei bimbi adorabili. Due di loro stavano soffrendo di febbre e nausea. Una signora aveva un bimbo di nome Sadiq, e un neonato che aveva chiamato Moqtada, e l'altra signora teneva in braccio la sua piccola, Zahra'a, con altri due bimbi, Hussein e Ali. Moqtada e Zahra'a, i più piccoli, erano malati e gli sono state date medicine da prendere con l'acqua (che è sporca) due volte al giorno. Poi è arrivata un'intera famiglia che aveva bisogno di cure. Ogni volta che vedevo una donna nel cortile, che appariva sperduta e bisognosa di cure, dovevo lasciare la persona con cui stavo parlando, per andare ad aiutarla. Questa famiglia aveva un'intera schiera di problemi. La bambina, Zeinab, di nove anni, aveva dei calcoli renali. Il medico italiano le ha detto di andare all'ospedale italiano di Baghdad per una scansione a ultrasuoni entro sei mesi. Sarebbero stati un problema solo se si fossero mossi o se fossero diventati più grandi. Nello stesso tempo le è stato detto di bere molto. La famiglia aveva portato le sue radiografie perché il medico le controllasse. La mamma di Zeinab soffriva di acidità di stomaco e le è stato dato del magnesio da prendere due volte al giorno e anche lei aveva una spalla che le faceva molto male, per la quale le è stato dato del paracetamolo. Poi sua madre, che aveva problemi al colon, e alla quale è stato detto, come agli altri, di andare all'ospedale italiano a Baghdad per le cure: non poteva essere curata lì. Un'altra donna ha portato suo figlio con una gastroenterite: anche a lui sono stati dati dei farmaci.
C'erano anche degli altri casi, ma uno dei più tristi era una vecchietta che viveva nella moschea. L'ho messa io in coda: aveva un prolasso all'utero e quando il dottore le ha toccato l'addome ha urlato di dolore. Non c'era nulla da fare per lei, ha detto il dottore, solo antidolorifici. Anche se l'avessero operata, era probabile che le capitasse ancora. Era una cara, vecchia signora e ha continuato a ringraziarmi. Mi sentivo tremendamente, non avevo fatto nulla. L'ho vista la mattina successiva nel bagno delle donne della moschea: ha continuato a parlarmi in arabo, ma le uniche cose che ho potuto veramente capire erano "grazie" e "arrivederci". Durante tutta la sera la coda non si è sfoltita e gli uomini della Croce Rossa sembravano distrutti e hanno fatto fronte così bene a quelle condizioni. E' stato chiesto loro se avessero bisogno di riposo, ma hanno rifiutato, non volendo lasciare le persone in piedi in coda mentre loro si prendevano una pausa. Abbiamo finito circa alle 1130, e ci siamo riposati nella sala dove avevamo pranzato. Abbiamo bevuto dell'acqua e abbiamo mangiato del cibo e poi, per fortuna, era ora di andare a letto. La battaglia era scoppiata qualche tempo prima e, anche se non così come era stata a Najaf, era comunque vicina a noi. Abbiamo sentito i forti boati del fuoco di carrarmato americano e il fuoco di risposta dalle strade intorno alla moschea. Mi sono sentita prosciugata e distrutta, e volevo essere una vera ragazza e farmi un bel pianto. Non per me, ma per quello che mi succedeva intorno. Sembrava tutto così ingiusto, così sbagliato e mi sentivo senza il potere di fare nulla per provare a rimettere le cose a posto. Sento che scrivere queste cose in questo modo serve a questo, a cercare di dire la verità a proposito di ciò che ho visto e a cercare di dirlo al maggior numero di persone possibile. Abbiamo trovato un tappeto e ci siamo distesi per dormire nella sala delle preghiere. Sulle prime sentivo un caldo da morire, col chador e col velo, e ho pensato che non avrei potuto dormire con il suono della battaglia fuori. Ma ce l'ho fatta, ero così stanca, anche se il richiamo per la preghiera delle quattro e un quarto di mattina mi ha tenuto sveglia per un po'. Ma non mi è importato, visto che ho trovato il richiamo della preghiera un suono bellissimo e rilassante, ed essere in una moschea mentre veniva lanciato l'ha fatto sembrare qualcosa di davvero speciale.
Alle sei e mezzo siamo stati svegliati: stavamo per partire. Il tempo di una lavata veloce prima di riprendere la strada, col pensiero che avremmo battuto qualunque tentativo di attacco sulla strada di ritorno da Baghdad. Abbiamo lasciato la moschea, salutando con la mano i nostri nuovi amici e abbiamo guidato attraverso Kufa: la città si stava svegliando e si stavano preparando dei banchi del mercato. Poi fuori da Kufa siamo passati per un po' attraverso dei campi rigogliosi e verdi, prima di passare davanti a tre fabbriche di mattoni. Non sembravano così brutte come quelle a Al Nahrwan, ma ho visto i quartieri residenziali: piccole squallide case di mattoni messe alla meglio intorno alle fabbriche e alle ciminiere, e l'unica differenza sembrava essere che lì c'erano solo tre ciminiere, contro le 100-150, e quindi l'aria non poteva essere proprio troppo venefica. Abbiamo continuato a guidare e abbiamo raggiunto Hilla e lì, per la prima volta, mi sono preoccupata e ho avuto paura. Non molto prima di arrivare ad Al Lattifya, dove saremmo stati attaccati di nuovo, lo stavo temendo. C'erano molti checkpoints sulla strada, incluso uno molto grande a Hilla, con un grande ingorgo.
Poi è accaduto: solo cinque chilometri prima del punto dove eravamo stati attaccati il giorno prima, siamo di nuovo finiti sotto attacco. Questa volta l'ho visto. Una grande esplosione davanti a noi ha lanciato quintali di polvere e di detriti, e la strada è scomparsa in una nuvola di fumo. Abbiamo proseguito velocemente. Non c'era modo di fermarsi, dovevamo continuare. Fermarsi avrebbe voluto dire essere uccisi. Una macchina bianca ci ha sorpassati, l'autista, un uomo in uno yahsmak rosso, si stava tenendo la testa insanguinata mentre continuava a guidare. La sua macchina era danneggiata, ma ha continuato ad andare, non ti devi fermare. Un chilometro circa continuando sulla strada c'era un checkpoint del Corpo della Difesa Civile irachena. Siamo stati fermati e Wejdy ha detto loro cos'era successo. Sapete cosa hanno detto questi codardi? "E cosa volete da noi?". Beh, innanzitutto mettere una pattuglia sulla strada per evitare che accadano cose del genere. Dovrebbero difendere i civili in Iraq ed eccoli là, a un chilometro dal punto dove dei civili vengono attaccati e non stanno facendo nulla per questo. Non ci siamo fermati fino a che siamo arrivati a Baghdad. Safa'a è andato lungo il convoglio per vedere se stavamo bene. Ho chiesto dove fosse la macchina di Ali, dove fosse finito. "Non lo so", ha risposto. "Non lo so proprio: dovremo capire dov'è quando arriviamo a Medical City (la zona dell'ospedale iracheno, N.d.T.)"
Ancora non sappiamo dove sia Ali o la sua macchina. Era nel primo veicolo che è stato colpito dal dispositivo esplosivo al lato della strada. Ma quando abbiamo superato il posto, circa cinquanta metri davanti a noi quando è esploso, non abbiamo visto resti di una macchina danneggiata o rotta. Nessuno sa dove sia e il suo cellulare, sempre sempre acceso, è spento o non raggiungibile. Siamo pieni di preoccupazione, ed è stato difficile scrivere queste cose oggi, pensando a questo. Vi farò sapere che cosa scopriamo. E' un brav'uomo, e cerca sempre di aiutare tutti, non importa chi siano. Ci ha portati a Fallujah ed è perché ci ha tenuti al sicuro lì che io e la nostra sicurezza si sono affidati a lui per andare a Najaf. Sto solo sperando e pregando che stia bene e che è solo il suo telefono che non funziona.
L'esercito del Mahdi non è formato da terroristi o pazzi. Ognuno di loro era disgustato nel vedere i danni ai nostri veicoli e nel sentire quello che ci era successo, dicendo che era sbagliato, molto sbagliato. I terroristi sono gli uomini sull'autostrada che cercano di fare saltare in aria i veicoli della Croce Rossa e di uccidere la gente per bene che cerca di aiutare il prossimo. E' stato suggesto da tanti, e da persone sensate, che gli attacchi sarebbero potuti arrivare dalle truppe americane. Dopotutto, loro non volevano che andassimo ad aiutare i feriti a Najaf, quindi perché non provare a dissuaderci dall'andarci, in primo luogo?
Sono così sicura che ciò che l'America sta facendo in Iraq adesso sia sbagliato, sia un atto criminale. Sono sicura di questo esattamente come sono sicura del fatto che mangiare la carne, la vivisezione e la guerra al primo posto sono cose sbagliate. L'America dovrebbe andarsene da questo paese e deve andarsene adesso, l'hanno distrutto. Il problema è che hanno aperto una ferita che non può guarire. Se le persone stavano soffrendo prima, la loro sofferenza è peggiore ora. Guardo l'Iraq e vedo un paese distrutto e lacerato con niente in grado di rendere la vita facile in qualche senso. Gli edifici e le infrastrutture erano state fortemente danneggiate, principalmente dalle sanzioni, prima della guerra, e mi meraviglio pensando alle menti degli uomini che hanno potuto bombardare e attaccare un posto del genere, e uccidere e ferire così tante persone innocenti. Ascolto una storia dopo l'altra di sofferenza e ingiustizia, e questo mi fa male e mi stanca.
Adesso che scrivo queste cose voglio parlare, sono letteralmente ricacciando indietro le lacrime. Non so se sono solo stanca per gli ultimi due giorni, se è la preoccupazione per Ali o se ne ho abbastanza di vedere la sofferenza. So che mi sento emotivamente prosciugata: in un certo senso ho vissuto la più grande esperienza della mia vita con gli uomini dell'esercito del Mahdi, ma, d'altro canto, desidero che non fosse successo, che niente di questo sia successo e spero solo che tutto questo cessi presto e che loro prevalgano. Non posso essere imparziale su questo, mi dispiace, è impossibile. Helen Williams
lunedì, 20 agosto 2007, 23:43
Questo è un pezzo scritto il 27 ottobre 2004 a quattro mani da Helen Williams & Wejdy Adeeb sul sito Electronic Iraq dal titolo “Iraq: muore un eroe nella Valle della Morte”. E’ un omaggio al loro amico Ghareeb, autista e interprete di Enzo Baldoni, morto due mesi prima. C’è una novità che non si conosceva: Ghareeb aveva avuto una figlia, morta prima di lui.
Salve, ora Helen Williams ha lasciato l'Iraq. Attualmente è ad Amman, in Giordania, passa quasi tutto il suo tempo parlando con gli iraqeni delle loro tragedie personali. Spera di tornare in Iraq, quando possibile, a continuare il suo lavoro. Questo è il racconto di una tragedia personale sua e di Wejdy Adeeb. Parla della morte di un iraqeno chiamato Ghareeb. Era uno dei pochissimi eroi di questo mondo, è morto in agosto mentre ritornava da una missione umanitaria presso la città santa assediata di Najaf. Siccome era un iraqeno la sua morte non è stata riportata, ma questo fatto ha lasciato effetti profondi e duraturi su Helen e Wejdy.
Abbiamo incontrato per la prima volta Ghareeb in aprile, mentre gli americani stavano assediando Fallujah. Lo abbiamo conosciuto tramite un amico fidato e ci chiesero se eravamo disponibili ad accompagnarli in una missione per portare aiuti sanitari a Fallujah. Accettammo di andare con loro il giorno dopo.
Avevamo saputo da questo amico e da Ghareeb che avevano fatto parecchi viaggi a Fallujah, provvedendo a rifornimenti urgenti e portando fuori gente ferita, donne e bambini. Era un grosso rischio per la loro sicurezza personale e per la loro incolumità. Ghareeb, quando lo incontrammo, era distrutto, stanco, esausto. Era entrato ed uscito continuamente da Fallujah per fare questo lavoro coraggioso, vitale, ed aveva dormito a stento per settimane. Aveva usato la su automobile personale per portare quanto più sollievo per alleviare le sofferenze di quella pover gente quanto più poteva. Non era costretto a farlo, ma potevamo vedere che quell'uomo si sentiva obbligato ad aiutare in ogni modo potesse, era il suo amore per l'umanità e la sua preoccupazione per la gente oppressa che lo faceva continuare. Non sapevamo come facesse a stare sveglio, ma a Fallujah aveva addirittura guidato l'ultima ambulanza dell'ospedale. Aveva guidato instancabilmente per la città raccogliendo i feriti dalle strade pericolosamente prese di mira dai cecchini e raccogliendo i morti. Aveva portato avanti questo compito tutto il giorno fino a quando l'ambulanza, alla quale i cecchini avevano già sparato di mattina, era stata resa inservibile dopo essere passata attraverso un nuovo attacco dei cecchini americani. Sì, gli americani avevano sparato sulle ambulanze, a Fallujah. Quando l'ambulanza di Ghareeb fu colpita, quasi uccidendo lui e gli altri occupanti del veicolo, fu la sua rapida reazione e la sua fuga veloce, benchè molto stanco, che li salvò ed evitò di essere uccisi.
Il giorno dopo lasciammo la città, portando portando fuori molti feriti e conducendoli al Medical City di Baghdad, dove si sperava che alcuni di loro avrebbero avuto una possibilità di guarire e di vivere.
Non vedemmo Ghareeb per qualche tempo, avevamo cambiato residenza e ci eravamo persi di vista. Ma ad un certo punto, in estate, ci fu una riunione e ci imbattemmo in lui per caso fuori dal suo ristorante preferito. Ci sedemmo con lui, bevemmo il chai e mangiammo per circa cinque ore fino al mattino presto. Avevamo tanto da dirci. Ghareeb, naturalmente, aveva molto di più da raccontare. Era stato ad aiutare gente sofferente a Bassora, alcuni dei quali erano stati colpiti e torturati dai soldati britannici e lui aveva guidato avanti e indietro facendo il lavoro più vitale per cercare di portare giustizia a queste persone. Davvero, benchè fosse stato sveglio fino a tardi con noi, stava per andare là, il giorno seguente, e vedemmo lo stesso stanco Ghareeb che avevamo incontrato in aprile, sorretto dal suo bisogno di aiutare. Ci disse pure di Zeinab, una ragazzina che aveva perso una gamba a Bassora. Lui era riuscito a farla portare in Inghilterra per essere curata, addirittura conducendola personalmente in Giordania, da dove era partita per l'Inghilterra. Zeinab aveva perso 17 membri della sua famiglia nello stesso raid, la sua tragedia era pesante da sopportare. Ghareeb aveva tante cose in programma. Parlava di fare una cosa il giorno dopo e finiva per condurre qualche altra importante missione umanitaria. C'erano tante cose urgenti di cui preoccuparsi, e chi farò queste cose ora?
Da allora Ghareeb divenne un visitatore regolare del nostro appartamento. Lo vedevamo quasi tutti i giorni e se non succedeva ci telefonava per sapere se andava tutto bene e se eravamo protetti quando la situazione della sicurezza peggiorò nel paese. Era pieno di idee e di suggerimenti su come stare al sicuro. Aveva un consiglio per ogni situazione e per ogni problema potessimo incontrare nel nostro lavoro, che era quello di aiutare i bambini di strada e le famiglie povere. Ci divertivamo con lui, spesso facendoci grande risate perchè Ghareeb aveva un dannato senso dell'umorismo. Ci prendevamo in giro continuamente. Lo attaccavamo sempre perchè non era un vegetariano, chiedendogli come una persona così gentile e preoccupata potesse mangiare gli animali. Era solito dire: "guarda, io sono palestinese, noi palestinesi dobbiamo pensare ai diritti umani per prima cosa, non ai diritti degli animali!". Quando gli spiegavamo che essere vegetariani non era solo aiutare gli animali, ma che era in effetti qualcosa che aiutava milioni di persone, specialmente in Africa, lui non sapeva che dire. Lo provocavamo tutto il tempo e ci divertivamo a cucinargli cibo per vegetariani, che, nonostante i suoi sforzi, apprezzava totalmente. Fu in quei momenti che disse che aveva bisogno di una pausa e di riposarsi benchè sapesse che c'era gente sofferente da aiutare. Era solito parlare di prendersi una settimana, quindici giorni di pausa, dicendo che dopo questo viaggio a Najaf avrebbe proprio preso un po' di tempo per se stesso. E usava dire quanto la sua famiglia volesse la sua partenza dall'Iraq perchè le cose stavano andando così male, erano così preoccupati per lui, così interessati alla sua salute e ai rischi che affrontava. Non ebbe mai quel meritato riposo. Ad un certo punto Helen prese il tifo e in quel momento non sapevamo cosa fosse. Ghareeb veniva ogni notte con un rimedio differente da provare. Una notte stava così male che volle portarla subito all'ospedale. Voleva essere informato sulla sua salute anche se era tardi e aveva lavorato duro tutto il giorno ed anche se lui stesso stava male.
Ghareeb era un omone, alto ben più di un metro e ottanta, e quotidianamente rischiava la sua vita aiutando gli altri. Ma una cosa lo preoccupava più di tutti questi rischi per la sua stessa vita, suo padre!! Suo padre si preoccupava costantemente del fatto che Ghareeb andasse in posti pericolosi e corresse questi rischi. Ghareeb ci raccontava di come suo padre una volta aveva scoperto che lui era stato a Najaf, benchè Ghareeb non glielo avesse detto. Così cercava di fare in modo che suo padre non lo scoprisse di nuovo. Alla fine comprò un'altra carta sim per il suo cellulare che poteva essere chiamata nel sud dell'Iraq senza che suo padre sapesse dov'era. Non voleva neppure che la sua amata famiglia sapesse dei rischi che stava correndo o fosse preoccupata per lui, voleva risparmiare loro l'agitazione.
In agosto gli americani con i loro nuovi alleati governativi iraqeni colpirono ripetutamente la città santa di Najaf, danneggiando pure la Moschea Sacra. Quando Ghareeb ci chiese se eravamo disposti ad andare a Najaf con lui per portare i primi aiuti e rifornimenti medici, fummo molto felici. Lui era stato là alcuni giorni prima, quando la Croce Rossa Italiana o altre autorità varie lo avevano mollato brutalmente con un convoglio di aiuti. Era deciso ad andare là con quel convoglio e con parecchi altri aveva insistito per raggiungere la città sofferente, tanto importante era la loro missione. Due notti prima della partenza Ghareeb stava molto male per il mal di schiena e il torcicollo. Gli portammo cibo e frutta, poteva a stento muovere il suo corpo stanco e dolente. Dormì sul pavimento quella notte e il giorno dopo era in piedi in giro come al solito, preparando le cose per il viaggio a Najaf del giorno dopo. Ci venne a trovare quella sera per controllare se eravamo pronti e con i bagagli fatti e per vedere che avessimo tutto quello che era necessario per partire. Enzo Baldoni, un giornalista italiano di sinistra che avevamo incontrato brevemente tramite Ghareeb, venne pure con il convoglio. Il mattino seguente ci venne a prendere presto per condurci all'Ospedale Italiano a Medical City, da dove saremmo dovuti partire per Najaf. Prendemmo la strada con il nostro convoglio di parecchi veicoli della Croce Rossa per il lungo viaggio verso sud. Quando fummo colpiti da un RPG o da una mina vicino a Lattifya, Ghareeb ribolliva dalla rabbia verso chi avesse potuto farci questo. Un autocarro, l'ambulanza a bordo della quale viaggiavamo e la stessa autovettura di Ghareeb furono pesantemente danneggiati nell'attacco, ma continuammo per la nostra strada.
A Najaf, gli americani non ci consentirono di passare attraverso le loro linee con i rifornimenti medici per aiutare i feriti e i sofferenti. Eravamo molto arrabbiati per questo e ci chiedemmo cosa potevamo fare. Una famiglia gentile lasciò che gli italiani attrezzassero un ospedale da campo nel loro salotto e questo fu fatto rapidamente. Ma divenne presto chiaro che saremmo stati incapaci di aiutare molto, la gente ferita ed uccisa a Najaf, che stava dall'altra parte delle linee americane, non poteva raggiungerci e noi non potevamo andare da loro. Ghareeb pensò a questo problema per un po', sembrava esserci poco costrutto nel rimanere lì, così ci dirigemmo verso la vicina Kufa per vedere se potevamo essere d'aiuto là. Vi passammo il giorno e la notte, trattati assai bene dall'Esercito del Mahdi e in serata arrangiammo un ambulatorio in una delle stanze della moschea. Ghareeb lavorò instancabilmente tutto il giorno con i rifornimenti medici e controllando che noi stessimo bene e riuniti, non si fermò mai. Wejdy tradusse tutto il giorno ed Helen fece quanto poteva per aiutare i pazienti di sesso femminile. Sapevamo di non poter fare poi tanto, ma alla fine della serata Ghareeb diede ad Helen un animaletto di plastica vestito da infermiera, perchè era stata un'infermiera tutto il giorno.
Quando ci sedemmo a riposare, dopo mezzanotte, Ghareeb disse a Helen che l'avrebbe portata a Najaf, perchè lei era stata in Iraq quasi un anno e sapeva come comportarsi e stare con gli iraqeni, avendo capito il loro differente sistema di vita. Non posso dirvi come si sentì per questo complimento. Fu una delle ultime cose che sentimmo dire da Ghareeb.
Venne il momento di dormire, lo facemmo nella moschea fino alle 6.30 del mattino. Ci svegliammo poco prima di partire. Helen andò velocemente a lavarsi e non parlò a Ghareeb nella fretta della partenza, vedendolo solo per poco sul cortile della moschea. Wejdy parlò con lui solo brevemente. E' una cosa strana ma se avessimo saputo che cosa stava per capitare avremmo fatto sicuramente lo sforzo di dire di più, di dire qualcosa che avesse più significato, anche solo per ringraziare Ghareeb della sua speciale amicizia e per averci portato a Najaf con lui, per avere creduto tanto in noi. Ma non lo sapevamo e quelle parole non vennero dette. Il viaggio di ritorno verso Baghdad fu teso. Era la prima volta durante l'intero viaggio che ci sentivamo spaventati, avvicinandoci a Lattifya. Poi fummo colpiti di nuovo. Beh, non noi, la macchina di Ghareeb. Sparì nel fumo e nella polvere di un'altra enorme esplosione. Lo avevamo solo visto uscire ai check point sulla strada, non lo avremmo più visto. Enzo era pure nella sua auto e la sua sorte fu, per quanto possibile, pubblicamente più orribile. Fu catturato e più tardi assassinato, dal vivo su internet. Non sapevamo cosa era successo e gli uomini della Croce Rossa Italiana non ci aiutarono, né ci dissero alcunchè di quello che sapevano. Chiamammo ripetutamente Ghareeb quel giorno e il giorno seguente quando fummo a Baghdad, temendo il peggio, ma sperando che fosse solo ferito, sbattuto in qualche ospedale, da qualche parte a farsi curare.
Ma non fu così. Avevamo perduto Ghareeb. Beh, no, il mondo e l'Iraq lo hanno perduto. E che perdita. Tanti in Iraq ora stanno peggio perchè Ghareeb non è qui e mentre quella splendida terra precipita sempre più nel caos e nello scontro, si sente la mancanza di Ghareeb più che mai prima. Ma non è qui e questo è difficile da sopportare. La sua vita e il suo lavoro senza fine ha toccato tanti, a tanti manca e tanti piangono la sua fine, tante persone avevano bisogno di lui.
Il corpo di Ghareeb non è stato trovato. Voci e illazioni abondano su dove potrebbe essere. Questa è una tortura per la sua famiglia. Se il suo corpo non dovesse essere trovato, non potranno seppellirlo, la loro paura più grande è che Ghareeb possa finire per essere sepolto da stranieri in qualche fossa comune e loro non saprebbero mai dov'è. Hanno bisogno di seppellire Ghareeb vicino a sua figlia, se non sarà possibile la loro sofferenza e l'agitazione che si è impossessata delle loro vite potrà solo continuare. Non possiamo immaginare l'angoscia e il disperato senso di perdita e di dolore che essi stiano passando ora. Per noi personalmente la perdita è stata sentita dolorosamente. Abbiamo il cuore in pezzi. Per settimane ogni auto bianca parcheggiata fuori da casa ci ha fatto pensare e sperare che fosse, in qualche modo, Ghareeb. Abbiamo sperato per settimane che non fosse vero, che sarebbe ricomparso e tornato nelle nostre vite per venirci a trovare di nuovo per un po' di te e una chiacchierata. Ma non è così e noi, come tanti altri, dobbiamo abituarci alla perdita del nostro amico caro, per quanto ci faccia male. Helen e Wejdy
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