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Sarà anche uno dei posti più freddi e lontani al mondo, però riesce a garantire ai suoi cittadini il massimo della stabilità e tranquillità. L'Islanda, il paese europeo più remoto del continente, è anche il più pacifico al mondo: lo ha stabilito l'annuale ricerca sul "Global Peace Index" (Indice della Pace globale) pubblicata a Londra e stilata dall'Economist Intelligence Unit, organo legato alla rivista britannica The Economist. L'indice valuta i paesi tenendo conto di 24 criteri, tra cui la criminalità interna, numero dei reati violenti, stabilità politica, spese militari e possibili azioni terroristiche. Quest'anno lo studio ha esaminato la situazioni di ben 140 stati: l’Islanda precede in vetta alla classifica altri due nazioni dell'Europa del Nord, la Danimarca e la Norvegia. Seguono nella top ten Nuova Zelanda, Giappone, Irlanda, Portogallo, Finlandia, Lussemburgo e Austria. Come si nota tra i primi dieci vi sono ben 8 stati europei, mentre il Giappone è l'unico Paese del G8 ad essere nella top ten. Solo dodicesima la "pacifica" Svizzera, mentre l'Italia si attesta al ventottesimo posto e precede sia la Spagna (trentesima) che la Francia (trentaseiesima) Poche sorprese se guardiamo la classifica partendo dal fondo: il paese più violento si conferma l'Iraq, seguito dalla Somalia, dal Sudan, dall'Afghanistan e da Israele. Male la Gran Bretagna (quarantanovesima), gli Usa (novantasettesimi) e la Russia (centotrentunesimi). Questi ultimi due sono addirittura preceduti dalla Cina comunista che si piazza al sessantasettesimo posto. Secondo il rapporto in linea generale i conflitti sarebbero diminuti, ma persiste il problema dell’aumento della fabbricazione di armi: “In media gli indici dei conflitti interni, dei crimini violenti,dell’instabilità politica e dei possibili atti terroristici sono diminuiti marginalmente” recita lo studio. "Tuttavia, le spese militari sono cresciute”.
Un tormento di curve. Bisogna attraversare tutta la Barbagia per arrivare a Gavoi, un paesino solare e pulito, 3500 abitanti. Tutti sanno dove abita Antonio Piras. Abita in una grande villa gialla appena fuori il paese. E’ avvocato ma nella sua vita (attivissima) praticamente ha fatto di tutto meno che l’avvocato. Ha settant’anni, molti acciacchi e moltissimi amici. Anche l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha dichiarato: “Piras e’ un vecchio amico mio. Massone. Uomo di grandissima probita’. Gli hanno chiesto: ma lei e’ amico dei banditi? E lui: manco per sogno, mi portano rispetto”. Piras si definisce un uomo saggio. Sul muro della villa c’e’ una grande targa di marmo bianca con questa scritta: "Questa casa e’ aperta a Dio, al sole, agli amici sinceri e a tutti coloro che posso aiutare". La targa non è antica, anzi molto recente. “Amici? E’ vero. In una settimana sono passate da casa mia almeno trecento persone, solo per salutarmi. Ma ho anche tanti nemici, o comunque gente a cui non piaccio. Ancora oggi la mia casa e’ piena di cimici e microspie. Chissa’ cosa si aspettano di trovare. Una volta i carabinieri mi hanno chiesto: avvocato, non verranno da lei anche pregiudicati? Risposi chiaro: da mio nonno e da mio padre ho imparato a non chiedere la fedina penale a coloro che incontro. E’ in quei giorni che misi la targa fuori la porta. Cosi’ non ci sono equivoci”.
- La sua casa e’ aperta innanzitutto a Dio. Ma lei crede in Dio? “Credo sicuramente in un grande architetto dell’universo”.
- Parliamone subito. Lei e’ massone dichiarato. "Certamente. Sono massone fin da giovane. In Sardegna questa e’ una tradizione antica, secolare, che ha prodotto una rete ancor oggi ben funzionante di aiuti reciproci, di mutui soccorsi”.
In Sardegna, gli amici massoni di Piras non si contano. Stanno dovunque: nelle banche, nella politica, nella sanità, nelle professioni, nelle imprese. Dall'ex gran maestro della massoneria Armando Corona, all’avvocato Garau, all’ingegner Tito Melis, anche lui massone dichiarato, fino all’ex questore di Nuoro Elio Cioppa, iscritto alla P2. E’ negli elenchi del 1981: tessera 1890, grado terzo (maestro). E’ stato lui ad annunciare a tutti la liberazione di Silvia.
“La casa e’ aperta a tutti coloro che posso aiutare”: nell’ultima frase della targa c’e’ tutto l’avvocato Piras che ama il ruolo di grande mediatore, dell’uomo giusto, una persona di rispetto. Quasi un padrino, ma non in senso mafioso. “Io non sono un boss. I boss veri hanno eserciti intorno, fanno del male, lucrano soldi. Io sono solo, ho la mia parola che conta, non ho mai chiesto una lira per i miei consigli. E rispetto soprattutto lo Stato. Anche se spesso mi chiedo: ma cosa ha fatto lo Stato per la Sardegna?”
Ha un vanto: per la Barbagia ha sparsi almeno una trentina di figliocci di battesimo o di cresima. Ne e’ felice perche’ sa di avere amici sinceri. “Nella mia vita – dice – non ho mai mancato alla parola data. In una terra difficile, piena di odii e di vendette, la parola e’ molto importante”.
Cosi’ attaccato alla sua terra, eppure per molti anni l’ha abbandonata. Dopo gli studi, se ne va a Parma dove fa l’avvocato, politica (con i socialisti) e il direttore di una grande fabbrica di cucine. Ma resiste fino al 1962 quando decide di tornare in Sardegna. Apre un’azienda a Macomer. Ma e’ solo l’inizio. La sua fortuna arriva nei primi anni Settanta quando entra nel Banco di Sardegna. Fonda la “Sardaleasing” ed e’ la svolta.
Finanzia ogni tipo di attività: dalla piccola alla più impegnativa. Piras conosce i conti di tutti. Aiuta, fra gli altri, un giovane imprenditore che poi gli sara’ molto riconoscente: Nicola Grauso, detto Niki. “Doveva aprire Viodeolina, oggi la prima tv privata sarda. Grauso aveva un fido bancario di 35 milioni – ricorda Piras -. Io l’ho alzato fino a quattro miliardi e da li’ sono partite tutte le sue imprese”.
Piras concorre in quegli anni allo sviluppo di grosse industrie. E tesse molte reti, le amicizie massoniche e attraverso gli sportelli di credito agricolo del Banco quello delle campagne. Si fa molti amici. Praticamente ha l’isola in mano. Cinque anni fa decide di andare in pensione. Unica passione la caccia (ancora oggi ci va: il giovedi’ e la domenica, nelle campagne di Macomer). Ma soprattutto ha un impegno. Deve preoccuparsi dei suoi 174 chili di peso: colpa di un metaboslismo alterato da un’improvvisa rinuncia alle sue quaranta sigarette al giorno. Cosi’ in crisi con il peso al massimo si fa portare dai parenti nella casa di Sassari. Altrimenti se ne sta chiuso nel suo studio di Gavoi. Una sera d’inverno riceve la visita di Tito Melis. Era marzo. Silvia era stata rapita da poche settimane, 19 febbraio. “Non l’avevo mai visto prima – racconta Piras -. Mi saluto’ premendo l’indice della mano sulla mia: capii che era massone come me. Arrivammo presto non a un accordo, ma diciamo a un atto di fiducia, illimitato. Puoi fare qualcosa? mi chiese e io gli risposi: posso far girare la voce che venga trattata bene. Basta andare in giro, al bar o al mercato. Non e’ difficile. Ma ricordati: io sono solo un garante”.
In ottobre la svolta. Melis, che ha affidato all'avvocato il miliardo raccolto per il riscatto, lo va di nuovo a trovare alle cinque del mattino, piangendo. Piras lo sta ad ascoltare. In campo e’ entrato un altro intermediario, don Pinuccio Solinas. Passato glorioso: aveva risolto molti sequestri. Il frate garantisce per un miliardo la liberta’ di Silvia. Piras storce la bocca, non accetta un ruolo marginale. Quando incontra don Pinuccio lo tratta male. “Si vergogni, non si gioca sulla vita di un ostaggio” gli urla e lo mette alla porta. Piras non puo’ muoversi: era stato appena operato, aveva perso cinquanta chili e ripreso a fumare quaranta sigarette. Ma indica a Melis la persona giusta, fidata che puo’ occuparsi del riscatto: quel giovane imprenditore, Grauso. Da quel momento, Melis si affida completamente nelle mani di Piras e si fidera’ solo delle ambasciate di un altro legale, Luigi Garau, un avvocato cagliaritano (anche lui) di fede massonica e in ottimi rapporti con un magistrato una volta sulla cresta dell'onda, Luigi Lombardini, poi messo in disparte perché ha il vizio di mettere lo zampino nelle indagini senza averne ormai titolo.
Lombardini indaga nella zona di Tertenia. Segretamente. Entra in scena invece con tutti i clamori Niki Grauso. Dalle colonne del suo quotidiano “L'unione Sarda” agli schermi della sua televisione “Videolina” fa da grancassa al grido disperato di Tito Melis (“Lo Stato mi impedisce di salvare mia figlia”) che diventa da quel momento il suo grido di battaglia politico.
La regia del sequestro Melis si allarga dunque a un singolare triangolo: Piras, Lombardini e Grauso che candidamente ammette: “Per me il caso di Silvia e’ stato un’eccellente occasione per farmi pubblicita’ a costo zero”. Una vicenda triste come il sequestro di una giovane mamma si trasforma percio’ in un affare per un imprenditore senza scrupoli, un personaggio che vuole essere il puntodi riferimento dell’isola e un magistrato in disparte che vuole dimostrare di essere un grande investigatore.
Dopo il caffe’, prima di uscire, chiedo all’avvocato Piras un giudizio sul giallo della tenda, su Silvia che si libera da sola delle catene. Accende l’ennesima sigaretta, mi risponde quasi diverito: “Conosco bene la zona. Ricordo di aver ucciso un cinghiale, proprio li’. Un cinghiale enorme, il piu’ grande che ho abbattuto”. La sua casa e’ piena di Dio, di sole e di amici (forse) sinceri. Ma certamente anche di infiniti silenzi. Dal libro "Sequestro di persona" di Pino Scaccia - ed. Editori Riuniti - 2000
Antonio Piras è morto il 7 giugno 2007 all'età di 78 anni
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Boston, settembre 2001 - L’operazione e’ partita di fatto il 28 maggio, quasi quattro mesi prima della strage. Prima base dei terroristi la Florida, nell’ultima fase Boston. Tutto ruota intorno alla figura di Mohammed Atta, 33 anni, almeno altri cinque nomi conosciuti, di origini kuwaitiane ma con passaporto saudita. E’ arrivato per la prima volta negli Stati Uniti nel maggio del 2000. Ha sicuramente fatto un paio di viaggio in Europa, a Barcellona e Praga, dove avrebbe incontrato estremisti islamici irakeni e sauditi. Poi si e’ trasferito per otto mesi in Germania, dove si e’ laureato in architettura urbana. Il 2 maggio di quest’anno e’ tornato negli Stati Uniti. Ha preso un brevetto di volo e una patente di guida con identita’ egiziana. Di carattere violento ha aggredito uno sceriffo in Florida ma non si e’ mai presentato davanti alla corte. Gli investigatori hanno ricostruito comunque da allora tutti i suoi movimenti e quelli del gruppo suicida. Un’attivita’ sincronizzata attraverso 45 e mail in inglese e arabo spedite da biblioteche pubbliche e alcuni incontri in motel. L’ultima fase dell’operazione scatta il 6 agosto. Atta noleggia un’auto a Pompano Beach, in Florida. Il 15 agosto noleggia una seconda auto. Il 25 agosto i dieci dirottatori cominciano ad acquistare i biglietti aerei presso l’American airlines e la United airlines. Acquistano due biglietti al giorno con carta di credito e una volta in contanti. Il 6 settembre Atta e’ visto girare in auto fuori l’aeroporto Logan. Il commando si e’ trasferito a Boston. Il 10 settenbre dormono a gruppi di due in vari motel del Massacchussettes. Mohammed Atta dorme a Portland in Maine. All’alba prende l’aereo per Boston ed e’ ripreso da una telecamera. E’ l’ultimo passaggio prima di salire sul volo n.11 che guidera’ contro le torri di New York.
12 settembre 2003. postato da latorredibabele · permalink · commenti (2)
La Terra si fa stretta. Duecento anni fa eravamo un miliardo, oggi siamo piu' di cinque miliardi e mezzo, nel 2050 saremo il doppio. Fra un secolo, al ritmo attuale di crescita, su questo pianeta saremo -pensate- addirittura trenta miliardi di persone. Ci avviamo dunque verso un pianeta senza frontiere. Gia’ adesso a fronte di ogni posto-lavoro disponibile in Europa ci sono 64 persone in lista d'attesa nella sola fascia dell'Africa mediterranea. Un movimento di dimensioni bibliche, un'autentica marea nera, e c'e' chi parla addirittura di un "sesto continente" che dal cosidetto terzo mondo si sposta, in cerca di rifugio, verso i paesi industrializzati. "La societa' di domani - dice il sociologo Franco Ferrarotti - sara' multietnica e quindi anche multirazziale. Dobbiamo ormai capire che il mondo e' diventato unitario e che l'umanita' e' toccata nello stesso momento da tutto cio' che accade”. Il mondo tuttavia probabilmente non e' ancora pronto a questa idea di universalita'. Ecco perche' avvengono episodi vergognosi come il pestaggio di un extracomunitario su un autobus a Ostia o il linciaggio di un nero sulla spiaggia sarda. Oppure come la storia di una giovane donna eritrea costretta a lasciare il posto su un autobus a Roma a un bianco. Quell'autobus e' una metafora: la Terra somiglia sempre piu' a quell'autobus, gremito, soffocante, dove ci si sbrana per quei pochi posti a sedere, dove c'e' la paura che gli altri ci tolgano spazio. Ed ecco dunque il nuovo razzismo, non piu' ideologico, legato al colore della pelle, ma legato alla lotta per la vita, alla sopravvivenza. Assistiamo anche in questi giorni a spostamenti di profughi da tutte le parti del mondo in crisi. Li ritroviamo dappertutto, anche sotto le nostre case. Li chiamano "i nuovi dannati". Forse dovremmo sforzarci di capire il loro dramma, pur nella consapevolezza che questo flusso va gestito e che vanno distinti gli immigrati “buoni” da quelli “cattivi”. Servono senza dubbio regole ma resta di fondo un problema pratico, oltre che morale: di quegli otto miliardi e mezzo di persone che saremo fra vent’anni sul pianeta, solo un miliardo e mezzo apparterranno al cosidetto mondo civilizzato, tutti gli altri arrivano dai Paesi in via di sviluppo. Come non tenerne conto, pensando soprattutto che il trenta per cento di "noi" sara' vecchio, fuori dell'eta' produttiva? Bisogna insomma abituarsi all'idea di vivere insieme. Non e' difficile. Mi diceva una volta un giovane ingegnere della Costa d'Avorio: "Di solito siamo abituati a vedere le nostre differenze. E le differenze esistono. Ma cerchiamo d'ora in poi di vedere solo cio' che ci unisce”. (2000)
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Mosca, luglio 2001 - Anche in Russia, come nel mondo, tutto e’ cominciato dalla droga. Un pacchetto di erba qui costa piu’ o meno cinquemila lire. Pochissimo. Significa che e’ sin troppo facile esportare. L’eroina sintetica e altri allucinogeni prodotti nei laboratori di Mosca costano, ad esempio, almeno dieci volte meno rispetto alla media europea. E l’hashish coltivato in Kazakistan ha un prezzo inferiore di cento, persino centocinquanta volte dei mercati occidentali. Mi dice un poliziotto della squadra antidroga: “Per tanti anni si e’ taciuto sul problema degli stupefacenti. Adesso finalmente si puo’ parlare e le cifre fanno spavento. I drogati in Russia sono ormai otto milioni. E il 74 per cento sono ragazzi sotto i trent’anni“. In altre parole, la Russia in un paio d’anni sta coprendo d’un balzo la strada percorsa dall’Occidente in decenni, con lo sviluppo di un narcoimpero tale da costituire una minaccia all’intera comunita’ mondiale. C’e’ chi ha detto che nei narcotici dell’ex Unione Sovietica ci puo’ affogare tutta l’Europa. I narcomafiosi russi hanno gia’ costruito ponti solidi di comunicazione con Germania, Austria, Giappone e Scandinavia. Il capo dei capi, secondo gli inquirenti, e’ Rafi Svo, il barone rosso. Per lui, dicono, lavora la mafia italiana. Con un compito preciso: riciclare dollari sporchi. Incontro Vitalij Anikin, uno dei primi poliziotti russi a occuparsi di lotta alla droga. Era un capitano. Adesso non sta piu’ nella polizia. Guadagna molto di piu’ facendo il guardiano notturno in uno stabilimento. Ma ha lasciato non solo per soldi. La sua denuncia e’ inquietante: “Ricordo che Breznev diceva che solo una fantasia malata poteva pensare che nell’impero sovietico ci si drogasse. Nell’88 mi offrirono molti soldi, 200 mila rubli l’anno, per non vedere, per non indagare“. Anikin era un bravo poliziotto: nella sua rete finirono borseggiatori, lenoni, ladri, spacciatori. L’embrione della mafia. O forse era gia’ mafia.
La mattina che liberarono Augusto De Megni corsi all'aeroporto dell’Urbe, a Roma. Un elicottero della polizia ci aspettava per andare a riprendere il bambino. C'erano ancora i Nocs. Ma arrivati sul posto, Augusto non c'era piu'. Ricordo una corsa folle, fino a Perugia. Fuori casa De Megni c'erano giornalisti, fotografi, tante telecamere: tutte rigorosamente fuori. Io entrai sparato con l'auto della polizia. Mi ritrovai da solo in salotto con il bambino, la madre e il padre. Non ricordo, dopo tanto tempo, le parole. Ma una cosa che mi e’ rimasta dentro e’ la dolcezza di quel bambino. Un ometto. Lo aveva gia’ dimostrato nel momento piu’ duro, quello del sequestro. "Papa', tranquillo non faro' uscire lacrime, stringero' i denti" aveva detto. Era lui che tranquillizzava i grandi. Il padre non credeva a un sequestro, lui invece capi' subito: pianse solo quando incaprettarono il padre.Ricordo altre due cose. Che Augustino aveva un male terribile ai talloni: per molto tempo, dopo la liberazione, non e’ poi riuscito a camminare. E che era talmente sotto choc che non voleva andare dal presidente Cossiga. Perche' parlava sardo. Gli ricordava i rapitori.Da allora gli voglio bene. Raccontare la storia del suo segreto, significa svelare un po’ dei segreti che ci sono intorno alla liberazione. Bisogna naturalmente cominciare dal nonno, suo omonimo. Il vecchio "Puccio" De Megni, chiese aiuto a tutti. Non era uno “qualsiasi”, ma un massone potente, gia’ gran maestro del rito scozzese e antico. Ce la mise davvero tutta. Per amore, naturalmente, ma anche perche’ si sentiva un po’ responsabile di quel sequestro. La notizia non era stata resa pubblica, ma lui sapeva che ad agosto (due mesi prima) avevano tentato di rapire Bruno Buitoni: a Perugia dunque c’era una banda scatenata. Non solo. Venti giorni prima del sequestro di Augustino (a ottobre) il nonno aveva compiuto una grossa operazione finanziaria. Ne raccontano tante sulla sua disperata ricerca di aiuto. Una delle voci piu’ accreditate porta a una grossa comunita’ terapeutica, in Umbria. Li’ c’era una ragazza uscita dalla droga figlia di un sardo della Barbagia. Il padre della ragazza decise di intervenire. L’inchiesta della procura di Palermo sta cercando di appurare se in quel frangente intervenne anche l’immancabile Luigi Lombardini mettendo a disposizione tutta la sua rete di informatori. Fatto sta che il vecchio De Megni non pago' il riscatto ma tiro' fuori in tutto ottocento milioni: trecento in beneficenza agli orfani dei poliziotti, l'altro mezzo miliardo non si sa, forse pago' l'informazione decisiva: dove stava il bambino. Arrivarono i Nocs e lo liberarono. Fu sicuramente una soffiata. Augusto De Megni fu liberato il 3 febbraio. Pochi giorni prima, il 28 gennaio, ci fu una grande cena a Perugia. Il prefetto De Marinis (ora e' morto) confido' agli amici: "Ormai sappiamo dove sta Augusto, e' come se fosse gia' libero". Oltretutto, uno di quei Nocs mi ha confidato di recente che conoscevano esattamente il punto, anche se ci misero parecchio perche’ la grotta era nascosta benissimo, dalle foglie. Quando finalmente arrivarono non ci furono reazioni. Il bambino era sotto il tiro della pistola di uno dei banditi, ma quello non sparo’. Augustino disse subito: “Lui e’ buono”. Ancora gli scrive. Dopo qualche tempo, ci furono due morti. Due sardi. Forse quelli che avevano parlato. "Sequestro di persona" di Pino Scaccia - Editori Riuniti
Il rapimento era avvenuto di sera. Quattro banditi armati e con il volto coperto da passamontagna avevano fatto irruzione nella villa De Megni, alla provincia Perugia. Un'operazione rapidissima, di pochi minuti. In casa c'erano soltanto Dino De Megni e suo figlio, Augusto, dieci anni. Il padrone di casa vennelegato e imbavagliato, il bambino portato via dai rapitori. Il sequestro durò quasi quattro mesi. Un tempo interminabile per la famiglia, che interruppe a tratti il silenzio stampa, voluto sin dal primo giorno, soltanto per lanciare appelli e messaggi ai rapitori. La richiesta dei sequestratori fu di 20 miliardi di lire e arrivò solo dopo 27 giorni dal sequestro. I familiari tentarono di trattare, mentre lo Stato scelsela linea dura. Fu proprio in quei giorni che venne infatti approvato il decreto d'emergenza per il sequestro preventivo dei beni delle famiglie dei rapiti. I sequestratori, da parte loro, sanno che i De Megni potevano permettersi quella cifra. Il padre ed il nonno di Augusto, appartenevano a una delle famiglie più ricche di Perugia, possedendo addirittura una banca. Il 22 gennaio del '91 i Nocs scovano la prigione dove Augusto è tenuto prigioniero. L'irruzione nel casolare è rapida, ma uno di loro punta una pistola dritta sulla tempia del bambino. Vuole trattare, cercare un accordo, salvarsi. Passerá più di mezz'ora prima che decida di mettere giù l'arma e lasciarsi arrestare. Augusto De Megni ora è libero. Nel giro di una mezz'ora l'immagine di quel bambino, avvolto in un giubbotto troppo grande per la sua etá, finirá su tutti i telegiornali della sera. Sereno, equilibrato e composto come e più di un adulto dirá: «Sono stato trattato abbastanza bene, stavo in una piccola prigione e leggevo il giornale tutti i giorni. So che è scoppiata la guerra, ne ho discusso anche con i miei rapitori».
3 febbraio 1998, i tempi della guerra in Bosnia. Dalla base Nato di Aviano parte in volo di addestramento un aereo dei marines. La missione e’ chiamata Easy 01, all’interno dell’operazione pianificata Deny Flight. Il velivolo e’ usato per la guerra elettronica: e’ un Ea – 6 b detto Prowler, il predatore. Decolla alle 14,36.. Alle 15,12 minuti e 51 secondi trancia due cavi della funivia che da Cavalese porta al monte Cermis. Una cabina precipita fino a valle, a ridosso del fiume Avisio. Muoiono diciannove turisti e il manovratore della funivia. Alle 15,26 il Prowler atterra di nuovo ad Aviano. Il pilota dira’: “Ho sentito solo uno scossone”.
L’hanno definita la strage impunita perche’ nessuno e’ stato condannato per quei morti, nonostante le prove precise, pesanti di responsabilita’. Cinque anni dopo, sul luogo della tragedia c’e’ una croce, a memoria. La funivia e’ da tempo nuova, splendente. E la valle del Cermis e’ tornata un luogo di vacanza. Anche perche’ adesso quei voli non possano piu’. Ma nessuno dimentica i lutti. E la rabbia. Morirono in venti, quel martedi’, in piena settimana bianca: nove donne e undici uomini, se si puo’ chiamare un uomo Philip, quattordici anni, polacco, morto con la madre Ewa. I turisti venivano da tutta Europa: anche da Germania, Austria, Belgio, Olanda. Gente di casa, da anni, su queste montagne. Ma di casa era soprattutto Marcello Vanzo, il manovratore, che quel giorno aveva scambiato il turno, e il destino, con un collega. Una strage impunita, e’ stato detto. Ma anche piena di misteri, mai chiariti. Un volo radente autorizzato o no?, dieci minuti di silenzio radio (proprio in prossimita’ dell’impatto fatale, dalle 15,05 alle 15,15 quando il pilota lancia l’emergenza), un “mission recorder” sparito, una cassetta video distrutta, una carta di volo contestata, un allarme lanciato da tempo, soprattutto un’assoluzione scandalosa. Andiamo per ordine.La missione era sicuramente autorizzata dalle autorita’ italiane. Quel volo era il quarto di una lista di dieci presentata dal comando dei marines. C’e’ una sigla sotto a quell’elenco, di un capitano italiano, il cognome comincia per F. Dal segreto militare filtra un particolare: gli americani avrebbero inserito il Prowler in un elenco che invece era destinato solo agli F 16. Un errore. Resta il fatto che nessuno se ne e’ accorto. Ne’ l’altro ufficiale italiano, M.B.G, che controfirmo’, ne’ il centro di controllo di Martinafranca. L’inchiesta, immediata, della procura di Trento stabilisce in ogni caso la gravissima responsabilita’ del pilota. I voli normali erano autorizzati a una quota di 1100 metri , anche se fosse stato autorizzato al volo radente non poteva scendere piu’ in basso di 650 metri. L’impatto, invece, e’ avvenuto a 150 metri da terra. L’aereo volava sicuramente anche a una velocita’ nettamente superiore a quella prevista. Secondo i dati forniti da un aereo –radar Usa “Awacs” che in quel momento voleva a una quota superiore, il Prowler andava a 500 miglia orarie e non a 100 come previsto dal regolamento. Lo conferma il 12 marzo, quaranta giorni dopo la strage, il rapporto della commissione d’inchiesta americana presieduta dal generale Michael Delong . “La causa dell’incidente – si legge nel documento - e’ stata un errore dell’equipaggio che ha guidato in modo aggressivo l’aereo, superando la velocita’ massima e volando ben al di sotto della quota richiesta”. I periti italiani vanno oltre. Stabiliscono che l’aereo si e’ infilato fra i due cavi tranciati, distanti fra loro fra i trenta e i quaranta metri. Una bravata, insomma. Una scommessa, come tante altre volte, in cui ci si giocava una birra la sera. La gente di montagna e’ di poche parole. Ma ricorda. Testimoni quel giorno hanno visto passare l’aereo pochi istanti prima della tragedia a volo radente sul pelo del lago artificiale di Stramentizzo. E non era certo la prima volta. La battaglia legale e’ lunga. Ma vince la politica, con Clinton impegnato in prima persona. I militari americani evitano il processo in Italia. Sul Prowler erano in quattro. Il comandante, il capitano Richard Ashby, 32 anni, californiano, 750 ore di volo ,. veterano della Bosnia. Il navigatore Joseph Schweitzer, 30 anni, dello Stato di New York. Dietro, seduti nel retro della cabina, c’erano i due addetti alle attrezzature di ricognizione: Chandler Seagraves 28 anni dell’Indiana e William Raney, 26 anni del Colorado. Quasi esattamente un anno dopo, l’8 febbraio 1999, si apre il processo davanti alla corte marziale di Camp Lejeune, la base dei marines, nel North Carolina. Il capitano rischia 206 anni di carcere. Il 4 marzo invece e’ assolto, dopo sette ore e mezza di camera di consiglio, da tutte le imputazioni. Uno scandalo: la corte gli riconosce che il volo era autorizzato a una quota di 500 piedi (ma lui stava molto piu’ sotto, altrimenti non avrebbe tranciato i cavi), che le mappe di volo non contenevano le indicazioni della funivia (lo stesso comando dei marines lo ha smentito: sulla Tpc, la carta di pilotaggio tattico la funivia era segnata) e che il radar-altimetro presentava difetti di funzionamento (circostanza mai dimostrata). Dopo il verdetto Ashby dice: “Adesso le mie preghiere sono tutte per le vittime”. Ma i giornali americani scrivono che il giorno dopo sta a Las Vegas a festeggiare la liberta’.Sia pure in minima parte, comunque ha poi pagato. Perche’ anche quel giorno, come consuetudine, era stato girato un video delle prodezze. Il video del Cermis non esiste piu’ per un motivo semplice: e’ stato distrutto. La confessione e’ del co-pilota, Schweitzer. Preso dal rimorso, ha dichiarato: “Alla fine del volo ho consegnato la cassetta al comandante. Non l’ho piu’ rivista”. Ma intanto, perche’ reo confesso, lui evita il carcere. A maggio c’e’ dunque un nuovo processo al pilota, Ashby, per ostruzione di prove. Stavolta e’ condannato, a sei mesi. Ma esce di carcere, non si capisce perche’, con un mese di anticipo. Dal 2 ottobre di quattro anni fa e’ nuovamente un uomo libero. Torna a vivere nella villetta di Jacksonville, vicino alla base dei marines . Non apre piu’ bocca. Ma e’ la sua ragazza, Dodie, a parlare. E’ infuriata.: “La cella di Richard, pensate, non aveva l’aria condizionata. Ha passato i primi mesi da solo a leggere davanti a un tavolo. E io potevo andarlo a trovare solo il fine settimana”. Povero cowboy. postato da latorredibabele · permalink · commenti (1)
Palermo, giugno 2003. Via Gianlorenzo Bernini e’ una via isolata, discreta, piena di ville nascoste dai muri di cinta. Un posto perfetto per chi vuole nascondersi ma non sparire, perche’ e’ a un passo del centro di Palermo e a ridosso dell’autostrada. In una di quelle ville, al numero 54, ha passato dieci anni della sua vita, quasi meta’ della latitanza, il capo dei capi di Cosa Nostra, Toto’ Riina. . Si faceva chiamare Giuseppe Bellomo, diceva di essere di Mazara del Vallo. Una casa lussuosa, con piscina e ascensore interno, naturalmente una cassaforte. Ma non era sua. La proprieta’ era ed e’ dei fratelli Giuseppe e Gaetano Sansone tuttora indagati per quell’appoggio al superboss. Riina pagava regolarmente l’affitto e anche le bollette: pagava con assegni circolari. Una vita tranquilla, fino a quel gennaio di dieci anni fa. Non si sa ancora con certezza da dove e’ arrivata l’informazione, fatto sta che i carabinieri del Ros ormai sanno dov’e’ nascosto Toto’ Riina. Ma sanno pure che non sara’ facile catturarlo e chiamano il blitz “Operazione Belva”. Da mercoledi’ 13 gennaio si appostano in nove davanti quella villa. Il nucleo, che si chiama Crimor, e’ comandato dal “capitano Ultimo. Con lui ci sono Arciere, Vichingo, Pirata, Oscar, .Omar, Nello, Barbaro e Ombra. I nomi, ancora oggi, sono coperti dal segreto. Un giorno di attesa. Poi, la mattina dopo, alle 10,14 del 14 gennaio dal cancello della villa esce un’auto. Forse con i carabinieri c’e’ anche Di Maggio. Di sicuro e’ riconosciuta la donna all’interno: e’ Ninetta Bagarella, la moglie di Toto’ Riina. L’ultima conferma: il covo e’ proprio quello. Passano poco meno di ventiquattro ore. Ed ecco il momento sicuramente storico nella lotta alla mafia. Sono le 8 e 55 del 15 gennaio 1993. Esce una piccola auto, anonima. Al volante c’e’ Salvatore Biondino, l’autista del boss, e vicino proprio lui, la belva, Toto’ Riina. “In quel momento sento come un senso di vuoto” confidera’ poi il capitano Ultimo.
Lo chiamano il "Grande Orecchio". E' l'entita' sempre piu' incombente che ascolta tutto di tutti. Quasi un incubo. Con molte difficolta', siamo riusciti a penetrare all'interno di questo Grande Orecchio. E' nascosto in un enorme palazzo di vetro alla periferia di Roma. Corridoi asettici, deserti. Una stanza scarna, senza identita' ne' indirizzo, gente fantasma che non vuol farsi riconoscere, nervosa. Un luogo proibito: la sala-ascolto dell'"ufficio I", la sezione piu' riservata della Guardia di Finanza. Qui si intercettano telefonate di chiunque a chiunque. Ad un'unica condizione: che l'ordine arrivi da un magistrato. Questo e' dunque il Grande Orecchio legale. Sale ascolto simili le hanno tutte le forze dell'ordine. Non solo. Secondo i dati del Ministero di Grazia e Giustizia sale ascolto, a disposizione dei giudici, sono installate anche presso 164 Procure per un totale di 5.138 apparecchiature. Impossibile entrare, specialmente adesso che il settore delle intercettazioni e' diventato un campo minato. Ma in questo viaggio dentro il Grande Orecchio cercheremo di dimostrarvi che legalmente o illegalmente, per affari o per gioco, siamo tutti un po' spiati. Nessuna paura. Abbiamo forse scoperto anche il modo di difenderci.
La storia per cosi' dire ufficiale delle intercettazioni comincia in un palazzo americano nel '72. E' lo scandalo Watergate che travolge Nixon. Pensare che erano stati proprio gli americani a denunciare il vizio sovietico di spiare. Ma per la verita' il vizio e' notoriamente universale. In Francia sotto il peso delle intercettazioni cade Balladur. In Spagna denunciano che sotto controllo c'e' anche re Juan Carlos. Per non parlare delle sorti del trono britannico affidate agli scoop su Diana. Da noi il primo a parlare a voce alta del Grande Orecchio fu Cossiga che temeva microspie anche al Quirinale. Certamente c'erano al Viminale, secondo la testimonianza clamorosa di un ex ministro dell'Interno. "Il primo giorno che arrivai nel mio ufficio - ci racconta Roberto Maroni -, l'allora capo della polizia Parisi mi consiglio' di far bonificare la stanza. Lui faceva bonificare la sua due volte a settimana". Alcuni scandali o presunti tali nel tempo sono venuti alla luce. Anzi, talmente numerosi e senza confini politici da spingere Andreotti a parlare argutamente di "centralinismo democratico", nel senso che non si e' salvato e non si salva nessuno. Dal giudice Carnevale al commercialista Mandalari, da Di Pietro a Craxi. Le intercettazioni allo Stato costano. Si pensi che solo alla Procura di Torino hanno speso in un anno oltre due miliardi di lire. La mancanza di personale costringe ad affidarsi spesso a societa' esterne alla pubblica amministrazione. Una microspia telefonica costa 15 mila lire al giorno, 350 mila una microspia ambientale. Si passa a un milione per l'intercettazione di un cellulare e a un milione e ottocentomila per l'uso del sistema di individuazione GPS (Global Position System) messo a punto dalla Nasa. Le intercettazioni sono servite, com'e' noto, nei grandi casi. Come il sequestro Moro. O la scomparsa di Emanuela Orlandi. O anche per la strage di Ustica. Ma servono quotidianamente anche per sconfiggere la criminalita'. Qui i carabinieri di Napoli grazie alle intercettazioni stroncano un traffico internazionale d'armi. E qui la polizia con lo stesso mezzo scopre che finti tecnici Sip interferivano nelle telefonate per vincere gare d'appalto pubbliche. Ma chi altri intercetta e per ordine di chi? C'e' un settore che non riceve ordini. E', naturalmente, quello dei servizi segreti. I dossier che Sismi e Sisde conservano nei loro impenetrabili bunker sono ufficialmente 308 mila: lo ha stabilito il comitato per i servizi. Ma si calcola che ci siano almeno un milione di schedature illegali. Su tutto e su tutti. Schedature definite "galleggianti" e che quasi mai finiscono sul tavolo dei magistrati, secondo l'autore del cosidetto "rapporto Achille". "Ci sono dossier su tutti i protagonisti della vita pubblica italiana, ma proprio tutti. Una schedatura a 360 gradi", ci ha confermato Roberto Napoli, ex agente del Sisde. La verita' e' che e' facile intercettare. Molto facile. L'intercettazione fissa e' addirittura elementare. Basta una microspia: costo totale un milione, compresa la radio ricevente. Ancora piu' semplice, pare, l'intercettazione mobile grazie all'apporto dato, nei casi legali, della Telecom. "E' un'operazione virtuale. Basta un software per mettere sotto controllo un cellulare, le sue chiamate finiscono direttamente alla centrale. Non e' vero oltretutto quello che si dice: e' intercettabile anche il GSM, l'ultima generazione dei telefonini, ci vuole solo piu' tempo", spiega il responsabile del servizio Attilio Achler. L'intercettazione dal 1974 e' illegale, compresa quella dei servizi segreti. Un magistrato puo' mettere il telefono di un cittadino sotto controllo (dall'anno scorso anche di un parlamentare) solo quando sospetta di un reato grave, punito con una pena superiore ai cinque anni. La richiesta va convalidata dal gip. Il paradosso e' che invece e' consentito di fatto l'acquisto di apparecchiature: per acquistarle si dovrebbe presentare un'autorizzazione del Ministero delle Poste ma nessuno la chiede. Molti italiani, non solo privati cittadini, vanno a Londra in un negozio di South Adley street che non si nasconde certo dietro una metafora. Entriamo dunque nello "spy shop", strada discreta, quartiere di lusso. Troviamo due funzionari dell'ambasciata russa, un paio di spagnoli proprietari di un casino, una ragazza forse tradita e anche un collega della Bbc in caccia di una candid-camera. Non li dovremmo ...vedere ma nel regno delle spie tutto e' consentito. L'idea e' stata di una distinta signora che ha intravisto l'affare. Giura che non si tratta di un ex spia. Nel negozio c'e' di tutto. Obiettivi di telecamere nascoste negli orologi, nei pacchetti di sigarette, in un walk-man, addirittura negli occhiali da sole. E altri aggeggi infernali. Per non parlare dei microfoni: facilissimo mimetizzarli. Ci dice David Ross, il direttore del negozio: "Anche un giudice italiano antimafia ci ha chiesto materiale. Effettivamente il mercato italiano e' fra i piu' redditizi. Vendiamo tutto a tutti senza troppe spiegazioni. Politici, poliziotti, industriali, mariti sospettosi, curiosi. Non ci sentiamo in colpa. Chi vende pistole non e' responsabile di tutti i reati che si fanno con quelle pistole" Giochiamo. Con uno scanner, cioe' un analizzatore di frequenze, tarato intorno ai 900 megahertz, la frequenza appunto dei cellulari, captiamo tutte le telefonate della zona di Mayfair dove ci troviamo. Niente di clamoroso. Solo qualche appuntamento a cena. Ma con pochi soldi ormai ognuno di noi puo' sapere ormai tutto di tutti. C'e' chi ne ha fatto, ad esempio, un gioco televisivo come Chiambretti che nella trasmissione "Il laureato" ha intercettato Ambra mentre ripeteva passo passo le parole di Boncompagni, come una replicante. C'e' anche chi di questo gioco del pettegolezzo, frutto della societa' incivile, di questo sport del buco della serratura, ne ha fatto un libro di successo (rompendo molte famiglie) come gli autori di "Italia ti ascolto". E chi si e' inventato una rubrica divertente e rigorosamente anonima, "Il terziario arretrato", come il settimanale "Cuore". "L'autore? Non lo conosco neppure io - confessa il direttore Claudio Sabelli Fioretti -, beh una cosa posso rivelarla. Interceptor in realta' e' doppio, nel senso che sono due persone. Ma diciamo il vizio non il peccatore. Sul giornale i nomi sono tutti cambiati. Anche se qualcuno si riconosce...". Secondo un sondaggio quattro italiani su dieci hanno paura di essere intercettati quando parlano. E forse hanno ragione. Probabilmente siamo un popolo di spiati e dunque di spioni. Ma ci si puo' difendere? Nel settore delle investigazioni private chi si e' specializzato nel controspionaggio, cioe' nella difesa o come si usa dire in termine tecnico nella bonifica. E' l'agenzia Tom Ponzi, forse perche' il fondatore fu la prima vittima della legge contro l'intercettazione. "Lavoriamo soprattutto nel campo dello spionaggio industriale - spiega Miriam Ponzi -. Difendiamo i segreti delle aziende. C'e' troppa gente senza scrupoli. Ma proteggiamo chiunque voglia stare tranquillo". Dunque, niente paura. Ci sono anche gli antispioni. Contro lo "scanner" esiste lo "scrambler". Il nemico del Grande Orecchio, una sorta di angelo del Villaggio Globale. Lo scrambler codifica il messaggio in partenza e lo rende cosi' intelleggibile da un altro apparecchio ricevente. Sta tutto in una valigetta. Ma contro le cimici ci sono anche apparecchi piu' piccoli, da tenere in borsetta. Un consiglio: con i primi risparmi acquistatene uno. E potrete parlare tranquilli. Forse. Nigeria, 1988 - A Lagos li chiamano "chief", capo. Vestono bene e in genere si presentano come "dottore". Quando arrivano a un'ambasciata europea mettono sul tavolo decine di passaporti. Per un carico di uomini inventandosi addirittura partite di calcio internazionali. Per le donne sfilate di moda. I nomi sono quasi sempre gli stessi (cinque in tutto: il piu' diffuso per le ragazze e' Momoh) perche' quelli che fanno i passaporti falsi a Victoria Island non hanno molta fantasia. Ci vuole poco a capire che si tenta di rifornire il mercato degli spacciatori e delle prostitute ma in qualche ambasciata si finge da anni di non capire. Quando siamo andati noi, tempo fa, bastavano poche centinaia di dollari. Senza troppi pudori, quasi davanti ai nostri occhi. Adesso, dicono, di dollari ce ne vogliono duemila. Perche' il mercato e' cresciuto.
Secondo un rapporto della Casa Bianca il quaranta per cento dell'eroina che entra negli Stati Uniti arriva dalla Nigeria. Proprio in base al rapporto del dipartimento di Stato sul narcotraffico, il presidente Clinton ha deciso di iscrivere la Nigeria, insieme a Birmania, Iran e Siria, nella lista dei Paesi che non posso beneficiare degli aiuti umanitari americani.Questo per quanto riguarda la droga. I fatti poi dimostrano che il mercato della prostituzione nelle maggiori citta' italiane e' interamente occupato dalle nigeriane.
Siamo stati per una settimana chiusi nella nostra ambasciata a Lagos. Eravamo andati a fare le riprese alle discariche di bidoni tossici e ci avevano arrestato, nonostante i permessi. Perche' in Nigeria e' proibita qualsiasi immagini. Tutto quello che esiste e' stato ripreso clandestinamente, sempre. Non e' un caso che in aereo si arrivi e si parta di notte. In quella settimana in ambasciata avevamo visto "strani" movimenti. L'inchiesta della magistratura torinese parte dal 1989. Noi eravamo li' l'anno prima. La Nigeria e' un Paese di una bellezza incredibile e anche ricco, grazie al petrolio. Solo che la ricchezza, come succede in Africa, non riguarda certo il popolo. Sicuramente e' uno dei Paesi piu' difficili che abbiamo conosciuto. Violento, corrotto: con grandi coinvolgimenti governativi. Un Paese dove la vita conta molto poco. Ecco perche', per una delle tante Momoh, diventa un sogno anche finire su un marciapiede. Purche' europeo.
Chernobyl resta l’Apocalisse. Ma il disastro vero e' che le "Chernobyl" nascoste, spesso negate, sono numerose: soltanto nell’ex Unione Sovietica. Solo qualche anno fa e' stato rivelato che nel 1961 (è passato quasi mezzo secolo nel silenzio) l'equipaggio di un sommergibile nucleare si sacrifico' per evitare una catastrofe sottomarina. Pensare che ancora esistono dieci citta' nucleari neppure segnate sulla carta geografica. Conosciute solo in codice, come "Tomsk 2" o "Arzamas 16", abitate da ottocentomila fantasmi: perche' ovviamente anche loro non esistono, in nessuna anagrafe. Tecnici ormai alla fame che per vivere pare che adesso commercino plutonio, uranio e mercurio rosso. Vere e proprie bombe ambulanti in giro per l'Europa. E' come essere seduti tutti su una bomba ad orologeria, anzi su centinaia di bombe. Che possono esplodere da un momento all'altro. Come possiamo sapere quando esploderanno? Come possiamo scoprire cosa c'e' dietro decenni di colpevoli silenzi? Per fortuna, grazie a ufficiali compiacenti oppure pentiti o piu' facilmente comprati, escono ora alcune verita' soffocate negli archivi del Kgb. Ma quanti segreti ci sono in quei tristi sotterranei della Lubianka? Pochi sanno, ad esempio, che a Tiumei, in Siberia, ogni forma di vita e' stata cancellata da una nube tossica: lo scopri',pensate, Krikaliev, l'ultimo eroe russo dello spazio, abbandonato per un anno sulla Mir. E nessuno sa cosa sta succedendo a ridosso del polo nord. Una zona maledetta, territorio di "test" nucleari, soprattutto negli anni della guerra fredda e del grande armamento. Chi paga, in maniera irreversibile, e' la popolazione eschimese, vittima di continue, ininterrotte piogge radioattive. Molti di loro -oltre che poverissimi- nascono malati di mente, sicuramente muoiono molto presto. Quando si muore vecchi, da quelle parti, si muore a 45-50 anni. Anche la vita e' dura. Tutti nomadi, allevatori di renne, non hanno piu' sostentamento perche' la radioattivita' ha cancellato le piante e le renne non hanno piu' da mangiare. E' il dramma di un popolo destinato a sparire dalla terra. Situazioni di questo genere ce ne sono molte nello smisurato ex impero sovietico. Pochi sanno anche dell'esplosione, nel 1957, nell'industria Majak negli Urali che, in una delle citta' segrete ("Celiabinsk 65"), produceva esplosivo per le bombe atomiche. L'incidente che ha reso irrimediabilmente sterile un'intera regione provoco', secondo gli scienziati, un inquinamento radioattivo decine di volte superiore a quello di Chernobyl,
Dieci citta' segrete, dunque. Della meta', di cinque siamo riusciti almeno a scoprire il nome, o meglio il codice: le prime ad essere rivelate furono proprio Arzamas-16, dov'e' avvenuto l'ultimo furto, e Tomsk-2. E proprio di recente il ministro dell'Energia Atomica Viktor Mikhailov in un'intervista al giornale "Nezavisimaya Gazeta" ha parlato espressamente di Tomsk-7 e di Celiabinsk-70 dove sono avvenute fughe radioattive. Ma ora che ufficiali compiacenti (o comprati) dell'ex Kgb hanno deciso di parlare, si scopre per esempio che nel 1957 ci fu un'esplosione nell'industria Majak negli Urali che, in un'altra delle citta' segrete, Celiabinsk-65, produceva esplosivo per le bombe atomiche. L'incidente che ha reso irrimediabilmente sterile un'intera regione provoco', secondo gli scienziati, un inquinamento radioattivo decine di volte superiore a quello di Chernobyl,
Quanti misteri. In un rapporto presentato a Kiev un comitato di esperti prevede un milione di morti per Chernobyl. Ma il delitto piu' grande resta il ritardo nell'allarme, l'evacuazione dopo 48 ore, il silenzio al mondo che ancora provoca danni. Nei depositi della Bielorussia ci sarebbero tuttora diecimila tonnellate di carne radioattiva immesse sul mercato dopo il disastro mentre in qualche fattoria intorno al reattore n.3 si fanno esperimenti sugli animali e sembra che le pelli di numerosi visoni contaminati siano finite al grande mercato di San Pietroburgo. Tutti sanno che a Sosnovy Bor , la centrale nucleare a ridosso della fantastica San Pietroburgo, ci sono state almeno due esplosioni ma pochi sanno che proprio davanti all'ingresso della centrale – l’abbiamo visto con i nostri occhi - c'e' quello che qui chiamano il cimitero atomico. In una fabbrica sono racchiusi tutti i rifiuti radioattivi della zona nord-occidentale dell'ex Unione Sovietica. Un incidente equivarrebbe all'apocalisse. Una situazione del genere esiste, addirittura, anche a Mosca, in pieno centro. A due passi dall'ambasciata americana e dal Planetario, una scuola di astronomia, sotto almeno tre cortili ci sono depositi di sostanze altamente nocive: arsenico, mercurio e piombo. Ma la cosa più incredibile è l'uso di queste sostanze. Sono depositate da decenni dal terzo dipartimento medico del comitato centrale del Pcus, dipartimento intitolato a Lenin, che ha come compito principale la conservazione, nel mausoleo in piazza Rossa, della salma del padre del comunismo. Anche quegli additivi sono serviti insomma per costruire la grande utopia. Come dire che la gente paga due volte. |
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