Dossier
Gli approfondimenti della Torre di Babele
 PINO SCACCIA
Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità
pinoscaccia@gmail.com
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sabato, 09 agosto 2008, 15:25
Aldo Moro era favorevole a vendere armi ai Paesi arabi amici non solo a quelli più moderati, ma anche aerei e elicotteri da addestramento alla Libia di Gheddafi. A trent'anni dal sequestro da parte delle Brigate Rosse, spuntano dall'archivio privato di Moro alcune carte segrete che svelano particolari inediti della sua attività di ministro degli Esteri nel periodo a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. Nelle pagine ancora sconosciute della sua lunga attività di ministro degli Esteri durata dal 1969 al 1974 durante la quale avviò la nuova fase "mediterranea" della politica estera italiana, emerge, a sorpresa, un Moro "consapevole - come ha osservato lo storico Agostino Giovagnoli - che il mercato degli armamenti giocava in quegli anni un ruolo importante in politica estera". Repubblica.it I documenti segreti
sabato, 28 giugno 2008, 15:06
Il terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, nome di battaglia Carlos, svela che i servizi segreti militari italiani tentarono in extremis di salvare la vita allo statista democristiano consegnando a gruppi vicino alla resistenza palestinese alcuni brigatisti rinchiusi in carcere. Il piano però saltò il giorno prima della morte di Moro. (...) Finora la tesi del contatto tra le istituzioni e i gruppi eversivi era stata solo accennata dal terrorista. Questa volta Carlos ha fatto nomi, cognomi e date che dovranno certamente essere verificate ma che hanno più di un elemento di verosimiglianza. Attraverso il suo legale, lo "sciacallo", ha spiegato che nella sera tra l'8 e il 9 maggio 1978, la sera precedente l'omicidio del politico, una executive dei servizi segreti militari italiani attese invaso sulla pista dell'aeroporto di Beirut il contatto per organizzare la consegna in un paese arabo di alcuni brigatisti allora in carcere. Sul jet c'erano il colonnello Stefano Giavannone, uomo del Sismi legato a Moro, e alcuni esponenti del Fronte di liberazione della Palestina. Secondo Carlos, a mettere in allarme a Roma la fazione filo Nato dei servizi sull'operazione, fu probabilmente un'indiscrezione fatta a Beirut da un membro dell'ufficio politico dell'Olp, Bassam Abu Sharif. Il giorno successivo, il 9 maggio 1978, il corpo di Aldo Moro fu rinvenuto nel bagagliaio di una R4 parcheggiata in via Fani e qualche mese dopo, i responsabili del Sismi all'origine dell'operazione furono allontanati o costretti alle dimissioni. Ansa.it
QUEI VIAGGI A BEIRUT DEL GLADIATORE
domenica, 22 giugno 2008, 23:17
Spari' un mercoledi' sera, il 22 giugno del 1983, dopo la lezione di flauto. Da allora su Emanuela Orlandi e' stato detto di tutto. Che e' morta in quei giorni per uno strano incidente, che e' stata portata in Medio Oriente, che non e' stata affatto rapita ma si e' allontanata volontariamente. E poi altri piccoli misteri contraddittori: un ragazzo, forse uno della scorta del Papa, che l'andava a prendere sotto casa, un'auto blu, un poliziotto che vede il rapimento, un rapporto del Sisde sparito. Certo e' che il giudice Adele Rando sta tentando da anni di ottenere una rogatoria internazionale per interrogare alti prelati perche' c'e' qualcosa che non quadra in questa lunga scomparsa. Quasi esattamente due anni prima del rapimento di Emanuela Orlandi, nel giugno dell'81, il Papa scampo' miracolosamente a un attentato. E' possibile che i due episodi siano in qualche modo legati fra loro? Sta cercando di stabilirlo da molto tempo un altro giudice romano, Rosario Priore. Ha interrogato a lungo Ercole Orlandi, il padre di Emanuela. Chi sostiene che attentato e scomparsa della ragazza siano frutto di uno stesso progetto e' da sempre Oral Celik, ex terrorista turco, legato ai "lupi grigi" che rivendicarono il tentativo di uccidere il Papa. Piu’ volte ha dichiarato che Emanuela e’ viva, ha due figli, non uno, ed e’ nascosta in Sudamerica, sotto altissima protezione. Ma c'e' di piu'. Ci sono testimoni (un poliziotto e un vigile, di servizio quella sera in via della Dataria) convinti che l'uomo visto l'ultima volta con la giovane Orlandi fosse proprio lui, Celik. L'uomo che l'ha fatta salire sulla misteriosa auto blu. Non a forza, ma consenziente, da vecchi amici. Quaranta giorni prima di Emanuela, il 7 maggio, era scomparsa un'altra ragazza, una sua amica e coetanea, Mirella Gregori. E i magistrati che indagano sul grande giallo sono convinti naturalmente che le due scomparse siano legate. Ci sono le prove, del resto, di una correlazione. Il Papa nell'Angelus del 3 luglio fa appello ai rapitori per la liberazione delle due ragazze. E nel comunicato n.20 dell'84 i "lupi grigi" ammettono di avere in mano sia Emanuela che Mirella. Ma c'e' di piu'. La madre di Mirella, durante una visita del Papa in una parrocchia del Nomentano, il 15 dicembre del 1985, riconobbe in un uomo della scorta pontificia la persona che andava a prendere regolarmente la figlia a casa. E' uno di questi. Forse lo stesso, sulla quarantina, visto al bar con Emanuela poco prima della scomparsa. Era amico di tutte e due? Il mistero continua. Probabilmente per sempre.

C’è una traccia finalmente consistente per accertare che fine abbia fatto Emanuela Orlandi, la figlia del commesso della Casa Pontificia del Vaticano scomparsa 25 anni fa, il 22 giugno del 1983, quando aveva quindici anni. Una super-testimone, interrogata in gran segreto, ha rivelato ai magistrati un particolare da loro ritenuto decisivo per tentare di ricostruire la vicenda. Il mistero, ancora una volta, ruota attorno alla Banda della Magliana, la famigerata organizzazione (nata alla fine degli anni ’70 dalla fusione di vari gruppi criminali) in contatto con camorra, mafia, destra eversiva e loggia P2. A un sequestro deciso e ordinato per chissà quale (ancora) oscuro motivo dai boss che nulla avrebbe a che vedere, al contrario di quello che era stato ipotizzato fino a poco tempo fa, con i Lupi Grigi e con i colpi di pistola esplosi contro Giovanni Paolo II a piazza San Pietro, il 13 maggio dell’81, dal turco Alì Agca. La svolta sugli accertamenti per la sparizione di Emanuela Orlandi è arrivata inaspettata. Il procuratore aggiunto Italo Ormanni (nominato in settimana da Palazzo Chigi responsabile del Dipartimento per gli affari di giustizia del ministero di via Arenula) e i pm Simona Maisto e Andrea De Gasperis hanno lavorato in silenzio, affidando alla polizia le prime verifiche e cercando riscontri al racconto della donna. Che non è una delle tante figure più o meno equivoche apparse in tutti questi anni nelle varie inchieste: è stata a lungo la donna di uno dei boss della banda della Magliana, conoscerebbe molti segreti dell’organizzazione e, soprattutto, avrebbe avuto un ruolo attivo nel rapimento. segue
(...) "Ogni volta che si è tentato di allontanarsi dallo scenario originale, quello della pista internazionale - spiega Martella - non si è mai approdato a nulla. Restano come elementi da approfondire, a mio giudizio, quelli che all'epoca si acquisirono e che facevano ritenere che tra l'attentato al Papa e il rapimento Orlandi ci fosse un collegamento". Nesso che il magistrato scorge, confermando anche stavolta una ipotesi fatta durante questi anni, anche tra la scomparsa Orlandi e quella scomparsa di un'altra ragazza, Mirella Gregori, svanita nel nulla, sempre nel 1983 a Roma, 40 giorni prima della sparizione di Emanuela. "Conservo ancora una lettera che mi giunse in ufficio, dai presunti rapitori di Emanuela, diretta all'allora Presidente della Repubblica Pertini, in cui si rivendicava anche il sequestro della Gregori. Si informava che il gruppo che voleva la liberazione di Agcà aveva informato le alte gerarchie Vaticane per intavolare una trattativa finalizzata al rilascio della Gregori stessa, una richiesta che a detta di questa gente era stata snobbata dalla Santa Sede. Insomma questa lettera comunicava che dopo aver ucciso la Gregori ora si era passati ad un altro ostaggio, Emanuela Orlandi, con una trattativa che però doveva essere pubblica". "Questi erano gli elementi dell'epoca - conclude Martella - elementi, ripeto, che non diventarono prove ma tuttavia pensare ad altro per la vicenda Orlandi autorizzerebbe a pensare che vi sia stato qualcosa di veramente diabolico, orripilante. Qualcosa di davvero mostruoso che ha portato qualcuno a voler nascondere un sequestro fatto per motivi di criminalità comune con una messa in scena durata anni". (...) segue
Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa. Il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, sarebbe stato gettato in una betoniera a Torvaianica. La rivelazione è della donna che ebbe una relazione con il boss della banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, e che è stata sentita nelle scorse settimane, alla presenza dei funzionari della squadra mobile, dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dai pm Andrea De Gasperis e Simona Maisto, titolari dell’inchiesta sulla scomparsa della ragazza. La donna, pur ammettendo di aver fatto uso a lungo di droga e psicofarmaci, rivela circostanze quantomeno meritevoli di accertamenti: “Successe tutto a Torvajanica, andammo con Renato a pranzo da Pippo l’Abruzzese. Lì aveva un appuntamento con Sergio, l’autista, il quale portò due sacchi”. “Poi andammo in un cantiere, io restai in auto: buttarono i due sacchi dentro una betoniera. “Così facciamo scomparire tutte le prove” dissero. La supertestimone parla anche quindi di un secondo corpo, sarebbe quello di Domenico Nicitra, figlio di uno storico esponente della Banda. Ma le date non tornano. Di Emanuela Orlandi si persero le tracce il 22 giugno dell’83. Domenico Nicitra, il bambino di 11 anni, figlio di Salvatore, imputato al processo per i delitti commessi dalla banda della Magliana, scomparve il 21 giugno 1993 assieme allo zio Francesco, fratello del padre. E De Pedis in quell’epoca era già morto: venne ammazzato il 2 febbraio del ‘90.
"Non do' credito a nulla di quello che viene detto in queste ore finche' non si accerta per davvero quello che e' accaduto e lo si possa provare". E' la risposta che arriva da Natalina Orlandi, una delle sorelle di Emanuela, contattata dall'Agi dopo la diffusione di parte della deposizione della ex amante dell'allora boss della 'Banda della Magliana', Enrico De Pedis (detto 'Renatino'), al procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni e ai sostituti Andrea De Gasperis e Simona Maisto che stanno indagando sulla scomparsa, proprio ieri sono trascorsi 25 anni da allora, di Emanuela. "Per me - continua Natalina - questa notizia e' una come tante altre che escono fuori purtroppo quando sono in corso indagini ed accertamenti. Non si sa come mai vengano fuori notizie che dovrebbero essere riservate, ma e' risaputo che accade.... Ad ogni modo non penso nulla di tutto questo, aspetto soltanto, cosi' come aspetta tutta la famiglia". Natalina Orlandi si dice comunque "fiduciosa", e del resto "e' notorio che noi lo siamo sempre stati e continueremo ad esserlo fino a quando non avremo motivo per non esserlo". Rapita per ordine di Marcinkus?
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sabato, 21 giugno 2008, 23:47
 La notte del 27 giugno 1980 l'aereo dell'Itavia in volo tra Bologna e Palermo con a bordo 81 persone, scompare dai tracciati dei radar di Fiumicino. Dopo alcune ore si ha la certezza che è caduto in mare a nord di Ustica. Non ci sono superstiti. Ecco le principali tappe della vicenda in 28 anni di indagini e misteri che hanno preceduto la sentenza di assoluzione del generale Lamberto Bartolucci, ex capo di stato maggiore dell'Aeronautica, e del suo vice generale Franco Ferri.
27 giugno 1980 Ore 20.59'.45". Il Dc9 I-Tigi Itavia in volo da Bologna a Palermo partito con due ore di ritardo, si inabissa a nord di Ustica. Ottantuno le vittime fra passeggeri ed equipaggio: tra loro 13 bambini, due dei quali non avevavo ancora compiuto due mesi. Il gruppo neofascista dei Nar rivendica la strage: per i giudici si tratterà di un vero e proprio depistaggio operato dal cosiddetto Super Sismi.
Luglio 1980 Il ministro socialista della Difesa Lelio Lagorio riferisce in Senato sul disastro, escludendo il coinvolgimento di aerei militari. Le autorità aeronautiche sostengono l'ipotesi del "cedimento strutturale" del velivolo. Il generale Romolo Mangani, comandante del Centro operativo regionale di Martina Franca, responsabile del controllo radar dei cieli del sud verrà accusato di "alto tradimento per aver depistato le indagini".
Luglio 1980 Sui monti della Sila viene trovato un Mig 23 libico, forse caduto la notte del 27 giugno, la stessa della tragedia del Dc9. Il maresciallo Mario Alberto Dettori, radarista della base di Poggio Ballone (Grosseto), confessa alla moglie: "Quella notte è successo un casino, per poco non scoppia la guerra". Dettori morirà suicida nel marzo dell'87 ossessionato da una frase che, dice, non lo abbandona mai: "Il silenzio è d'oro e uccide".
Dicembre 1980 L'Itavia, l'azienda del Dc9 esploso, dirama un comunicato stampa che indica come unica ipotesi valida a spiegare la caduta dell'aereo quella di un missile.
Marzo 1982 La prima commissione d'inchiesta parlamentare (presidente Carlo Luzzati) sostiene che senza l'esame del relitto non è possibile chiarire se il Dc9 cadde per esplosione interna (bomba) o esterna (missile).
Agosto 1986 Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiede al presidente del Consiglio Bettino Craxi di disporre il recupero del relitto.
Marzo 1989 Dopo cinque anni di lavoro sul relitto, i periti della commissione Blasi concludono che il Dc9 è stato abbattuto da un missile.
Maggio 1990 A sorpresa, due componenti della commissione voluta da Bucarelli fanno marcia indietro riproponendo l'ipotesi della bomba.
Marzo 1993 Alexj Pavlov, ex colonnello del Kgb, rivela la sua verità: il Dc9 fu abbattuto da missili americani, i sovietici videro tutto dalla base militare segreta che nascondevano vicino a Tripoli: "Fummo costretti a non rivelare quanto sapevamo per non scoprire il nostro punto di osservazione. Quella notte furono fatte allontanare tutte le unità sovietiche della zona perché sapevamo che ci sarebbe stata un'esercitazione a fuoco delle forze americane".
Dicembre 1993 Andrea Crociani, imprenditore toscano, viene interrogato dal giudice Rosario Priore, titolare dell'inchiesta. Crociani rivela le confessioni a lui fatte da Mario Naldini, il tenente colonnello che prestava servizio all'aeroporto di Grosseto e che la sera del 27 giugno si alzò in volo con il suo caccia Tf140 per un'esercitazione Nato. "Mario mi disse: Quella notte c'erano tre aerei. Uno autorizzato, due no. Li avevamo intercettati quando ci dissero di rientrare. All'aeroporto di Grosseto, dopo l'atterraggio, ci informarono della tragedia del Dc9". Naldini era il capo squadriglia delle Frecce Tricolori, morto a Ramstein nell'agosto dell'88 durante la disastrosa esibizione che causò la morte di 51 persone. Dieci giorni dopo doveva essere ascoltato da Priore per i fatti di Ustica.
26 novembre 2003 La tragedia di Ustica non fu certamente provocata dal cedimento strutturale del Dc9 dell'Itavia, ma probabilmente da un missile esploso dall'esterno dell'aereo. Il tribunale di Roma, a 23 anni dalla tragedia, dichiara responsabili i ministeri dei Trasporti, della Difesa e dell'Interno, e li condanna in solido a risarcire all'Itavia i danni, quantificati in circa 108 milioni di euro (210 miliardi delle vecchie lire).
30 aprile 2004 La terza sezione della Corte d'Assise di Roma assolve da tutte le accuse contestate i generali dell'Aeronautica Lamberto Bartolucci, Franco Ferri, Zeno Tascio e Corrado Melillo individuando responsabilità nelle condotte dei generali Bartolucci e Ferri in merito alle informazioni che i due militari fornirono, in maniera errata, alle autorità politiche.
15 dicembre 2005 Bartolucci e Ferri sono assolti in appello.
10 gennaio 2007 La prima sezione penale della Corte di Cassazione si pronuncia definitivamente sul processo confermando la sentenza di assoluzione pronunciata in appello e cancellando quindi la possibilità ai famigliari delle vittime di chiedere un risarcimento.
Quasi trent’anni dopo si riapre l’inchiesta su Ustica perchè Cossiga ha dichiarato che ad abbattere, nel giugno dell’80, il Dc9 dell’Itavia fu un missile della marina militare francese. Ci sono sempre due verità: quella giudiziaria e quella giornalistica. Quella giornalistica sostiene da tempo la stessa tesi. Quella giudiziaria invece ha assolto tutti, con l’aggravante del mancato risarcimento dei familiari delle ottantuno vittime. Ben venga la riapertura, anche se dolorosamente dobbiamo constatare che già lo sapevamo. C’è solo una novità: che forse finalmente si farà giustizia.
venerdì, 09 maggio 2008, 17:55
Sembra ieri, sono passati trent'anni. Molto è cambiato da allora, ma ancora restano tutti i misteri. Dopo infiniti processi ancora non sappiamo quanti erano a via Fani (e chi), ancora non sappiamo chi ha fisicamente ucciso Moro nè soprattutto chi lo ha ordinato, ancora non sappiamo quali siano stati i legami con il mondo politico e se le brigate rosse erano strumentalizzate. Ricordo che feci la domanda diretta a Valerio Morucci e lui letteralmente scappò. E Moretti, voi sapete dove sta Moretti? Puntualmente, ad ogni anniversario, c'è la sfilata istituzionale, ma il buio e lo sconforto di quel giorno in via Caetani restano drammaticamente intatti. L'immagine straziante di quell'uomo dalla frezza bianca riverso esanime dentro il bagagliaio di un'auto popolare continua a emanare fantasmi. Non nascerà mai una nuova Italia se non si daranno nomi a quei fantasmi. Via Caetani, trent'anni fa Qualcuno sapeva
giovedì, 17 aprile 2008, 10:12
Dopo anni di silenzi e misteri, il segreto di stato cessa di essere “eterno”. Il limite massimo sarà di 15 anni, più altri 15 aggiuntivi con un decreto da parte del Presidente del Consiglio. Diventeranno pubblici gli atti dei servizi segreti riguardanti i fatti accaduti più di trent’anni fa: la strage di Brescia, l’Italicus, il Golpe Borghese e, naturalmente, il Caso Moro… Il bando per la consultazione dovrebbe essere reso pubblico a breve, intorno al 20 del mese. Concordi D’Ambrosio e Casson nell’affermare che, al di là della positività di una legge che si attendeva da decenni e che, per lo meno in futuro, impedirà che si verifichino depistaggi, per quanto riguarda la documentazione relativa al periodo delle stragi, probabilmente quello ce rimaneva oscuro continuerà ad esserlo, perché molti di quei documenti sono stati atti sparire.
giovedì, 27 marzo 2008, 15:54
C’è un’altra verità, come tanti sospettano, dietro l’uccisione di Robert F.Kennedy, avvenuta in un hotel di Los Angeles nel giugno del 1968? Alcuni periti balistici pensano di sì. Kennedy, sostengono, sarebbe stato colpito da una seconda persona appostata alle sue spalle e non da Shiran Shiran, l’uomo condannato all’ergastolo per il delitto. La teoria – non nuova - è stata illustrata durante un congresso svoltosi nel Connecticut. Un perito balistico, Robert Joling, che ha indagato per 40 anni sull’attentato, è giunto alla conclusione che il colpo fatale non poteva venire dalla pistola di Shiran che si trovava davanti al bersaglio e che, stando alle testimonianze, non si sarebbe mai avvicinato alla vittima. E’ invece più probabile che un secondo tiratore abbia sorpreso il senatore sparando da una posizione defilata e alle spalle. L’autopsia ha infatti confermato che tre colpi hanno raggiunto Kennedy da dietro con una traiettoria dal basso verso l’alto e da destra verso sinistra. Inoltre il proiettile fatale sarebbe stato esploso vicino all’orecchio: infatti ha lasciato una traccia di bruciatura.C’è un’altra verità, come tanti sospettano, dietro l’uccisione di Robert F.Kennedy, avvenuta in un hotel di Los Angeles nel giugno del 1968? Alcuni periti balistici pensano di sì. Kennedy, sostengono, sarebbe stato colpito da una seconda persona appostata alle sue spalle e non da Shiran Shiran, l’uomo condannato all’ergastolo per il delitto. La teoria – non nuova - è stata illustrata durante un congresso. Un altro esperto, Philip Van Praag, esaminando un nastro registrato da un giornalista canadese al momento dell’agguato, ha determinato che sarebbero stati esplosi almeno 13 colpi mentre l’arma di Shiran ne poteva contenere solo otto. Van Praag ha aggiunto che la seconda arma poteva appartenere ad un agente della scorta, il quale interrogato aveva fornito una versione poco plausibile. Le ricostruzioni dei due «tecnici» potrebbero riaccendere le polemiche sull’indagine. La tesi ufficiale del coinvolgimento del solo Shiran non ha mai convinto del tutto e ciò ha alimentato molte teorie su chi avesse organizzato il complotto: dalla mafia agli avversari politici. Un mistero fitto quanto quello dell’assassinio del fratello John a Dallas. Anche nell’uccisione del presidente è probabile che i killer fossero diversi, appostati in modo da poter aprire il fuoco su ogni lato del corteo. Corriere.it
mercoledì, 01 agosto 2007, 12:05
Erano passati pochi minuti e nessuno riusciva a capire. Perché sembrava incredibile. Il boato era stato sentito in ogni angolo della la città. Poi per pochi secondi il silenzio. Ma le voci che lo avevano seguito parlavano di tanti morti: una decina, forse trenta. Una cifra impensabile: trenta morti alla stazione, nel cuore di Bologna, nei giorni dell'esodo d'agosto. Tutti correvano verso la piazza dilaniata: baristi con il grembiule addosso, cameriere con la divisa di una volta, operai in tuta blu, carabinieri con la cravatta da cerimonia. Per coprire i corpi travolti nel parcheggio dei taxi usavano le tovaglie. E subito l'incredibile diventava vero: i cadaveri erano decine. Alla fine saranno 85.
Quella mattina del 2 agosto 1980, pochi minuti dopo le 10.25 nella piazza della Stazione arrivarono anche Enzo Cicco e Giorgio Lolli, meno di quarant'anni in due. Arrivarono di corsa, prima delle ambulanze. Da poche settimane i due ragazzi avevano cominciato a collaborare come cameramen per Punto Radio Tv, storica emittente nata da un'idea di Vasco Rossi e poi acquistata dal Pci. Le loro immagini documentano l'incredibile: la polvere, il sangue, la disperazione, la rabbia. Ma soprattutto lo stupore per quell'attentato così mostruoso che aveva sepolto turisti, pendolari, ferrovieri, baristi, ferrovieri. Perché nessuno anche in quei primi istanti ha mai dubitato sulla matrice della strage: l'odore dell'esplosivo era inconfondibile.
Adesso, 27 anni dopo, History Channel trasmette integralmente i quaranta minuti girati da Cicco e Lolli. "L'espresso" anticipa i minuti iniziali, con le prime registrazioni della sala operativa e poi il sonoro originale dei soccorritori. Un filmato choccante, che costringe lo spettatore a immergersi tra le rovine e i suoni di quel dramma; tutto sembra uscire da un'atmosfera irreale. Pochi urlano e lo fanno solo per cercare di dare un ordine a quei soccorsi fatti solo di buona volontà; i più sembrano parlare a bassa voce, quasi sussurrare, come se l'enormità della tragedia gli avesse tolto il respiro. C'è chi piange, senza riuscire a fermarsi. E una folla crescente di persone che sente il bisogno di fare qualcosa, affrontando a mani nude quella montagna che ha preso il posto della sala di aspetto inghiottendo 85 vite. Da quella di Angela Fresu, che a ottobre sarebbe andata all'asilo, a quella di Luca Mauri, che forse aveva già comprato la cartella per la prima elementare; da Marina Trolese, di sedici anni che lotterà invano per dieci giorni, a quella di Antonio Montanari, che di anni ne aveva 86 e aveva già visto due guerre prima di venire massacrato da una guerra mai dichiarata.
History Channel manderà in onda questo documento giovedì 2 agosto alle 10.25, nell'orario esatto dell'esplosione. È un filmato che costringe a entrare nella polvere, obbligando ogni spettatore a fare i conti con la ferita più profonda nella storia della Repubblica: oggi come allora, le immagini tolgono il fiato. E spingono solo a chiedere: perché? Gianluca Di Feo Il video sull'Espresso

Quindici anni di processi. Dopo quindici anni dall'attentato più grave della storia italiana, e cinque gradi di giudizio, la sentenza della Cassazione del 23 novembre del 1995 condanna all'ergastolo Valerio Fioravanti e Francesca Mambro per la strage avvenuta alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, che causò 85 morti e oltre 200 feriti. Sul banco degli imputati ci sono, fra gli altri, anche Licio Gelli e Francesco Pazienza, condannati a 10 anni per aver depistato le indagini. Alla lista degli esecutori si va ad aggiungere l'ex Nar Luigi Ciavardini, condannato a 30 anni dalla Cassazione l'11 aprile di quest'anno. Ciavardini, diciassettenne all'epoca dei fatti, è stato giudicato dal Tribunale dei minori di Bologna.Il tormentato iter del processo principale era iniziato alla Corte d'assise di Bologna nel gennaio del 1987. Un anno e mezzo dopo vengono condannati all'ergastolo Fioravanti e Mambro. La sentenza di appello, invece, il 18 luglio 1990 assolve tutti gli imputati dal delitto di strage, e Gelli e Pazienza dall'accusa di depistaggio. La Cassazione però annulla il verdetto d'Appello e dispone un nuovo grado di giudizio. Il 16 maggio 1994, la Corte d'assise di Appello di Bologna conferma le condanne principali del processo di primo grado. Sentenza che un anno e mezzo dopo trova conferma in Cassazione. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro si dichiarano tuttora innocenti. Fioravanti ha accumulato sei ergastoli per otto omicidi, oltre alla strage di Bologna. In più gli sono state inflitte pene per 134 anni e otto mesi di reclusione per vari reati. Dopo 18 anni di carcere, dal 1999 ha ottenuto il beneficio del lavoro esterno, dal 2001 la semilibertà e dal 2004 la libertà condizionale. Lavora all'associazione contro la pena di morte Nessuno tocchi Caino.Francesca Mambro deve scontare sei ergastoli per dieci omicidi, oltre alla strage. Su di lei, oltre al carcere a vita, pesano condanne pari a 84 anni e otto mesi per molteplici capi di imputazione. In lavoro esterno dal 1998, dopo 16 anni di carcere, dal 2000 ha avuto la sospensione della pena per la maternità. Lavora con Fioravanti, dal 1985 suo marito. Insieme hanno avuto una figlia, che adesso ha sei anni. "Sì, ho visto la Mambro"
Ventisette anni fa: 85 morti, 200 feriti. Due agosto di ventisette anni fa. Stazione ferroviaria di Bologna.Per molti italiani cominciano le ferie estive. Alcuni scelgono le autostrade, pronti ad affrontare interminabili code, stipati tra le lamiere roventi delle automobili. Altri preferiscono il treno. E’ sabato, gli uffici sono chiusi e nemmeno i portici della citta’ medioevale possono assicurare un minimo di refrigerio dal caldo torrido. La stazione e’ dunque gremita di persone che attendono di salire in carrozza sin dalle prime ore della mattina. Alle 10 e 25 pero’ il tempo si ferma. Le lancette del grande orologio che faceva affrettare il passo ai viaggiatori in ritardo segnano ancora oggi quell’ora terribile. Un boato squarcia l'aria, crolla l' ala sinistra dell'edificio: non resta piu’ nulla della sala d'aspetto di seconda classe, del ristorante, degli uffici del primo piano. Una valanga di macerie si abbatte anche sul treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, fermo sul primo binario. Pochi interminabili istanti: uomini, donne e bambini restano schiacciati. E’ la piu’ grande strage italiana in tempo di pace. Ottantacinque morti, piu’ di duecento feriti. La vittima piu' piccola e' Angela Fresu, appena 3 anni, e poi Luca Mauri, di 6, Sonia Burri, di 7, fino a Maria Idria Avati, ottantenne, e ad Antonio Montanari, 86. I familiari: "Vogliamo la verità"
mercoledì, 02 maggio 2007, 22:36

L’orario di apertura era concluso da almeno mezzora ma gli sportelli erano ancora pieni di gente, alla prese con i conti della tredicesima: 12 dicembre 1969, quasi quarant’anni fa, ore 16.37, una bomba esplode dentro la Banca Nazionale dell’Agricoltura, a piazza Fontana, in pieno centro di Milano. Quattordici persone muoiono sul colpo, altre due poco dopo all’ospedale. I feriti sono ottantotto. Una strage definita il crocevia di tutti i misteri italiani. Sicuramente dopo le contestazioni studentesche, fu l’avvio della stagione nera del terrorismo. L’Italia quel pomeriggio cambiò, la percezione fu netta in tutti i cittadini. Perché in meno di un’ora, quel 12 dicembre, ci furono cinque attentati tra Roma e Milano. Come il segnale di qualcosa che cambiava e che avrebbe segnato la nostra storia, gli anni di piombo: 140 attentati fino al ’74, 150 morti, migliaia di feriti. Oltre al dolore, misteri irrisolti perché solo due anni fa sono stati assolti definitivamente gli ultimi indagati per quella bomba e dunque Piazza Fontana resta una strage impunita.
Le indagini furono affidate a un giovane ma stimato funzionario di polizia, il commissario Luigi Calabresi. Già la sera stessa fu arrestato un anarchico, il ferroviere Giuseppe Pinelli. L’interrogatorio fu serrato, lunghissimo (durò tre giorni), ma anche con il rispetto della persona, tanto che a Pinelli fu permesso di telefonare e di vedere la moglie Lucia. Del resto, come ricordano Monatenelli e Pannella, i rapporti fra Calabresi e Pinelli, nei diversi ruoli, non erano cattivi. Era da poco passata la mezzanotte del 15 dicembre quando l’anarchico cadde dalla finestra del quarto piano della Questura di via Fatebenefratelli. Cominciò allora contro Calabresi una campagna pesantissima di Lotta Continua, un gruppo estremista. Il commissario fu chiamato boia e torturatore, insulti accompagnati da minacce dirette. Il 6 giugno 1970 “Lotta Continua” scrive: “Dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole ormai. Noi di questi nemici del popolo vogliamo la morte”.
La morte per Calabresi arrivò due anni dopo, il 17 maggio 1972, alle nove e un quarto di mattina, nel caos del traffico milanese. Il commissario esce di casa, alla solita ora. Almeno tre testimoni vedono arrivare, piano, una Fiat 125 blu. Esce un uomo alto e magro con una pistola a canna lunga. Spara due colpi a Calabresi: uno alla nuca, l’altro alla schiena. Poi risale in auto, dove c’era un complice ad aspettarlo, e se ne va. Il commissario l’aveva detto: mi colpiranno alle spalle. Qualche anno dopo si saprà che i due avrebbero abbandonato l’auto dopo poche centinaia di metri, per prendere la metropolitana diretta alla stazione centrale. Alle 9 e 40, neanche mezz’ora dopo quei colpi e sette minuti prima che Calabresi morisse in ospedale, sarebbero già saliti su un treno. Luigi Calabresi lascia la moglie Gemma, incinta, e due bambini piccoli. Il terzo figlio, nato dopo la morte del padre, ne porterà il nome: Luigi. L’omicidio dà l’idea dell’attacco frontale. Il corpo di Luigi Calabresi riverso fra una 500 rossa e una Kadett diventa simbolo tragico di un Paese smarrito, alle prese con un nemico infido, invisibile. Eppure molti intellettuali gioiscono e il quotidiano Lotta Continua sembra quasi rivendicare l’omicidio.Tre anni dopo la sua morte, la memoria di quel poliziotto viene riabilitata. Il giudice Gerardo D’Ambrosio, nell’ottobre del 1975, sentenzia che Calabresi non era presente nella stanza durante il volo drammatico di Pinelli dalla finestra. L’odio aveva ucciso il nemico innocente. Passano molti altri anni, in tutto sedici dall’omicidio, per conoscere i responsabili di quella morte. E’ un ex operaio diventato un piccolo rapinatore iscritto a Lotta Continua a confessare. Si chiama Leonardo Marino. E’ il 20 luglio del 1988. Racconta: “Ero io alla guida di quell’auto. A sparare è stato Ovidio Bompressi. Chi ce lo ha chiesto, cioè i mandanti, sono due leader di Lotta Continua, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani”. La stessa sera Sofri è arrestato a casa, all’Impruneta, vicino Firenze. Pietrostefani e Bompressi furono presi una settimana dopo. Tutti si sono dichiarati sempre innocenti.
Comincia un travagliato, acceso iter giudiziario e il “caso Calabresi” diventa il “caso Sofri”. Passando tutti i gradi di giudizio, si arriva alla Cassazione che il 24 gennaio del 2000 conferma in maniera definitiva la condanna a 22 anni di reclusione per i mandanti e l’esecutore del delitto, undici per Marino, condanna poi caduta in prescrizione. Adesso Leonardo Marino è libero e gestisce un chiosco di crèpes in Liguria, Pietrostefani è latitante in Francia, Bompressi è stato graziato l’anno scorso dal presidente Napolitano per gravi motivi di salute. Infine Adriano Sofri. Diventato in carcere articolista di successo e guru della sinistra che non fa autocritica sugli anni del terrorismo, dal 2005 gode del regime di semilibertà. Protagonista indiretto di un largo dibattito sull’opportunità di un atto di clemenza, che ha provocato anche uno scontro istituzionale, Sofri l’anno scorso è stato colpito dalla sindrome di Boerhaave, una malattia rarissima che riduce l’esofago, e da allora la pena è stata sospesa. Libero, in convalescenza.
martedì, 17 aprile 2007, 00:16
Se fosse viva, adesso avrebbe quasi quarant'anni. Era nata infatti il 29 novembre del 1970. L’ultima volta e’ stata vista a New Orleans il 6 gennaio del 1994. Da allora tanti avvistamenti, tante voci, grandi polemiche, ma nessuna certezza. Ylenia e’ sparita, per sempre. Storie & Persone
lunedì, 16 aprile 2007, 23:49
Ali Agca, nato il 9 gennaio 1958 a Yesiltepe, in Turchia, nella provincia di Malatya, ai confini del Kurdistan, sale all' onore della cronaca per l' attentato al Papa Giovanni Paolo secondo, compiuto il 13 maggio 1981 in piazza San Pietro. Militante dell'organizzazione terroristica di estrema destra dei «lupi grigi», il primo febbraio 1979, Agca aveva ucciso Abdi Ipekci, direttore del quotidiano liberale «Milliyet». Per questo omicidio Agca verrà condannato a morte, pena ridotta poi a dieci anni. Il 25 novembre 1979 però riesce ad evadere dal carcere di massima sicurezza di Kartel Maltepe, aiutato dai suoi compagni dei «lupi grigi». Dopo l' evasione Agca minaccia di uccidere il Papa. È probabile che la minaccia sia stata preconfezionata per eliminare i sospetti di un complotto nella successiva azione terroristica. La motivazione della sentenza di condanna all' ergastolo rileva però che l' attentato non fu opera di un maniaco, ma venne preparato da un'organizzazione eversiva rimasta nell'ombrà. La difesa sostiene invece che Agca aveva agito in piena solitudine, in preda ad una schizofrenia paranoica che gli faceva desiderare di diventare un eroe del mondo mussulmano. Nel 1982, Agca cambia versione, comincia a collaborare e parla di una 'pista bulgarà che collegherebbe l'attentato al Papa ai servizi segreti bulgari, che comprendeva anche mafia turca e 'lupi grigì. Viene individuato anche un presunto complice di Agca, Oral Celik, che sarebbe intervenuto se Agca avesse fallito. La sentenza del 1986 non riesce però a dimostrare l' esistenza del complotto, o almeno la colpevolezza dei bulgari e dei turchi. Agca non parla però solo di pista bulgara. In un secondo momento parla di ufficiali dei servizi segreti Usa che gli chiesero di chiamare in causa paesi del'Est europeo quali mandanti, coinvolge Francesco Pazienza il quale in seguito attribuisce invece la nascita della pista bulgara al brigatista rosso Giovanni Senzani, che è stato compagno di carcere di Agca, cerca di cavalcare il collegamento della sua vicenda alla scomparsa di Emanuela Orlandi, lega l'attentato ai misteri del terzo segreto di Fatima, torna di nuovo sulla pista bulgara, alternando dichiarazioni e richieste di perdono ad atteggiamenti profetici in cui sostiene di essere un nuovo Messia, la 'reincarnazione di Gesù Cristò. In carcere scrive un libro autobiografico dal titolo «la mia verità». Negli ultimi anni Agca cambia ancora atteggiamento. Sembra aver perso ogni protagonismo e comincia insistentemente a chiedere la grazia o il permesso di finire di scontare la detenzione nel suo Paese. Dopo le rivelazioni del Papa sul «terzo segret» di Fatima, Agca dice: «Sono stato strumento inconsapevole di un disegno misterioso». Nel giugno 2000 il Presidente della Repubblica Ciampi concede la grazia a Alì Agca, che viene trasferito in Turchia e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza per scontare la pena per l' assassinio del giornalista Abdu Ipekci.
lunedì, 12 febbraio 2007, 18:47
Venerdì 22 novemebre 1963. In quel maledetto mezzogiorno da cani a Dallas, c'era un cecchino anche sulla collinetta erbosa. D. B. Thomas, uno dei massimi esperti dell'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy, non ha più dubbi. E può dimostrare la sua teoria con un'attendibilità altissima, tanto che la quota di certezza è del 96,3 %. Con uno studio scientifico, pubblicato dalla prestigiosa rivista "Science and Justice", che analizza la "colonna" dei rumori registrata dai due canali radio della polizia, Thomas svela un "quarto sparo". Quello letale che fece esplodere la testa dell'inquilino della Casa Bianca. Un proiettile che non proveniva dal deposito dei libri scolastici posto alle spalle rispetto alla marcia della Lincoln presidenziale, ma di fianco, dal poggio erboso. E' la conclusione che, disperatamente e invano, il procuratore di New Orleans, Jim Garrisson tentò, dal 20 gennaio al 1 marzo 1969, di provare in tribunale. La sua indagine, coraggiosa e pericolosa, è stata ricostruita, nel 1991, nelle sequenze di "JFK", il capolavoro di Oliver Stone.
La morte di Kennedy è il grande mistero americano. Mai esorcizzato non soltanto per una questione di paranoia, ma perché la commissione Warren non ha mai convinto l'opinione pubblica. Il suo dispositivo finale indicava in Lee Harvey Oswald l'unico e folle colpevole. Tre colpi con fucile squinternato e celebre per la sua bassissima affidabilità di precisione, in un lasso di tempo tanto stretto, avrebbero dovuto ferire non soltanto Kennedy, ma anche il governatore del Texas Connoly e un cittadino che assisteva alla sfilata dall'imbocco del sottopassaggio sulla Dealay Plaza. Una valutazione contraddetta, secondo la scansione matematica dei secondi (poco più di 6) impiegati per mirare, caricare e tirare, dalle immagini del film amatoriale del sarto Zapruder. La commissione Warren così inventò la "pallottola magica": se un colpo era andato a vuoto (ghermendo il testimone) e un altro aveva centrato, alla nuca, il capo di Kennedy, quello rimanente aveva osservato una traiettoria tanto tortuosa quanto incredibile, lacerando la schiena di Kennedy, uscendo dalla sua gola per poi cogliere il corpo del governatore. Una menzogna sfacciata, ma per anni i fotogrammi di Zapruder restarono confinati in una cassaforte e soltanto Garrison ottenne, con un'ingiunzione, la prima proiezione in pubblico nell'aula di New Orleans. I giurati, come ammisero dopo la sentenza nelle interviste permesse dalla legge della Louisiana, erano d'accordo sulla congiura, ma deliberarono su un verdetto di non colpevolezza perché non erano affatto sicuri del coinvolgimento dell'imputato, l'uomo d'affari e agente della Cia, Clay Shaw.
Jim Garrison durante la sua requisitoria aveva ammonito: L'analisi di D. B. Thomas arriva alle stesse conclusioni e su basi prettamente scientifiche, facendo piazza pulita sia dell'ipotesi di una commissione della Camera dei Deputati (che, nonostante si fosse espressa già nel 1979 per la congiura, ritenne il quarto sparo ininfluente, avendo probabilmente fallito la macchina già partita a gran velocità) sia del referto degli scienziati della National Academy of Science (secondo i quali la radio della polizia aveva amplificato solo disturbi di ricezione). Tesi sospette che ricordano non soltanto la deriva immaginifica della commissione Warren, ma anche la strana e frettolosa autopsia del cadavere del presidente con gli appunti dei pataloghi distrutti e la sparizione di quanto restava del cervello di Kennedy.
Ricordiamo la ricostruzione dell'agguato secondo Garrison: furono almeno sei gli spari e da tre diverse postazioni. Il primo mancò il bersaglio, il secondo colpì Kennedy alla gola dal davanti, il terzo lo raggiunse alla schiena, il quarto toccò a Connoly, il quinto, rimbalzando sull'asfalto, sfiorò la guancia dello spettatore Tague in piedi all'ingresso del tunnel, il sesto, esploso dalla collinetta erbosa, produsse la ferita mortale alla testa, spingendo il presidente indietro e a sinistra, con un movimento (filmato da Zapruder) come soltanto un impatto frontale può generare. Non c'è contraddizione sostanziale tra Thomas e Garrison: conta l'aver superato la fatidica soglia dei tre proiettili e dunque l'impossibilità di Osvald (o di chi si era appostato nel deposito) di essere l'unico killer.
E allora, se il "come" dell'assassinio venisse ribaltato, resterebbero da chiarire il chi e il perché. Secondo Jim Garrison, il colonnello Leroy Fletcher Prouty (il "mister X" in carne ed ossa del film di Stone) e la maggioranza dei "complottisti" si sarebbero trattato di un vero e proprio golpe dell'apparato militare-industriale ( il "cartello" affaristico-ideologico denunciato come insidioso nemico interno della democrazia americano nel discorso d'addio alla Casa Bianca del presidente Dwight David Eisenhower, certamente non sospettabile di odio verso l'esercito) per impedire a Kennedy di ritirarsi dal Vietnam e dunque di far abortire una guerra che avrebbe prodotto un giro di speculazioni in armamenti da miliardi di dollari. Una congiura alla quale parteciparono la Cia, la mafia, l'Fbi e i poteri forti economici e politici. Un regicidio in piena regola che se appurato, al di là di ogni ragionevole interrogativo, porterebbe a una sconvolgente dimensione con gravissimi dubbi sulla leggittimità costituzionale dei successori di Kennedy, da Johnson a Bush Jr. Al confronto, i brogli elettorali in Florida sarebbero una comica. Natalino Bruzzone
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