12 settembre 2003. Veleni e sangue. Lutti e rovine. Quel che resta del supervertice di Genova e' sicuramente l'antivertice. Io che stavo li' non ricordo una sola immagine degli otto "grandi" ma ricordo invece le gabbie, le sassate, gli spari, le ambulanze, le lacrime, la rabbia, la paura e la grande, inusitata violenza. Quando ancora si poteva girare per la citta' senza il rischio di essere bastonati, sono andato in via del Campo e ho fatto una visita al "museo" di De Andre', dov'e' conservata la sua chitarra. Insieme a me sono entrati anche molti poliziotti che stavano facendo la guardia ai carrugi di una bellezza splendida e oscura. Il "guardiano del museo" ha commentato con una sola battuta: "Adesso Fabrizio avrebbe detto: belinate, solo belinate".Quel che e' successo nei giorni successivi non e' stata una "belinata". Ma una storia grave, pesante. Ho visto i neri trasformare la citta' in un campo di battaglia, devastando tutti e tutto. E ho visto poliziotti picchiare come ossessi, spesso gratuitamente. Ho visto cose molto sporche. Stavo a due passi dalla piazzetta dove Mario, un carabiniere di vent'anni ha ucciso Carlo di ventitre'. Sono stato in mezzo al corteo di festa (fantastico: con suore e streghe) e sono stato accecato dai lacrimogeni. Sono stato la notte del blitz prima fuori, poi dentro la scuola Diaz. Quanto sangue! Eppure, vivendo dentro l'inferno, non so spiegarmi perche' tutto cio' e' successo. So che i ragazzi che contestavano il vertice hanno ragione, ma so anche che non si puo' usare quella violenza. So che la polizia deve difendere lo Stato, ma so anche che non puo' essere piu' violenta dei violentatori.