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"Lasciamo che siano i fatti a parlare. Il resto sono chiacchiere e politica, tutte cose da cui voglio tenermi lontano”. Enzo Baldoni

"Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sè non è forse sufficiente, ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri". Joseph Pulitzer (1847-1911)

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mercoledì, 02 maggio 2007, 22:36
L’orario di apertura era concluso da almeno mezzora ma gli sportelli erano ancora pieni di gente, alla prese con i conti della tredicesima: 12 dicembre 1969, quasi quarant’anni fa, ore 16.37, una bomba esplode dentro la Banca Nazionale dell’Agricoltura, a piazza Fontana, in pieno centro di Milano. Quattordici persone muoiono sul colpo, altre due poco dopo all’ospedale. I feriti sono ottantotto. Una strage definita il crocevia di tutti i misteri italiani. Sicuramente dopo le contestazioni studentesche, fu l’avvio della stagione nera del terrorismo. L’Italia quel pomeriggio cambiò, la percezione fu netta in tutti i cittadini. Perché in meno di un’ora, quel 12 dicembre, ci furono cinque attentati tra Roma e Milano. Come il segnale di qualcosa che cambiava e che avrebbe segnato la nostra storia, gli anni di piombo: 140 attentati fino al ’74, 150 morti, migliaia di feriti. Oltre al dolore, misteri irrisolti perché solo due anni fa sono stati assolti definitivamente gli ultimi indagati per quella bomba e dunque Piazza Fontana resta una strage impunita.
 
Le indagini furono affidate a un giovane ma stimato funzionario di polizia, il commissario Luigi Calabresi. Già la sera stessa fu arrestato un anarchico, il ferroviere Giuseppe Pinelli. L’interrogatorio fu serrato, lunghissimo (durò tre giorni), ma anche con il rispetto della persona, tanto che a Pinelli fu permesso di telefonare e di vedere la moglie Lucia. Del resto, come ricordano Monatenelli e Pannella, i rapporti fra Calabresi e Pinelli, nei diversi ruoli, non erano cattivi. Era da poco passata la mezzanotte del 15 dicembre quando l’anarchico cadde dalla finestra del quarto piano della Questura di via Fatebenefratelli. Cominciò allora contro Calabresi una campagna pesantissima di Lotta Continua, un gruppo estremista. Il commissario fu chiamato boia e torturatore, insulti accompagnati da minacce dirette. Il 6 giugno 1970 “Lotta Continua” scrive: “Dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole ormai. Noi di questi nemici del popolo vogliamo la morte”.
 
calbre omicLa morte per Calabresi arrivò due anni dopo, il 17 maggio 1972, alle nove e un quarto di mattina, nel caos del traffico milanese. Il commissario esce di casa, alla solita ora. Almeno tre testimoni vedono arrivare, piano, una Fiat 125 blu. Esce un uomo alto e magro con una pistola a canna lunga. Spara due colpi a Calabresi: uno alla nuca, l’altro alla schiena. Poi risale in auto, dove c’era un complice ad aspettarlo, e se ne va. Il commissario l’aveva detto: mi colpiranno alle spalle. Qualche anno dopo si saprà che i due avrebbero abbandonato l’auto dopo poche centinaia di metri, per prendere  la metropolitana diretta alla stazione centrale. Alle 9 e 40, neanche mezz’ora dopo quei colpi e sette minuti prima che Calabresi morisse in ospedale, sarebbero già saliti su un treno. Luigi Calabresi lascia la moglie Gemma, incinta, e due bambini piccoli. Il terzo figlio, nato dopo la morte del padre, ne porterà il nome: Luigi. L’omicidio dà l’idea dell’attacco frontale. Il corpo di Luigi Calabresi riverso fra una 500 rossa e una Kadett diventa simbolo tragico di un Paese smarrito, alle prese con un nemico infido, invisibile. Eppure molti intellettuali gioiscono e il quotidiano Lotta Continua sembra quasi rivendicare l’omicidio.Tre anni dopo la sua morte, la memoria di quel poliziotto viene riabilitata. Il giudice Gerardo D’Ambrosio, nell’ottobre del 1975, sentenzia che Calabresi non era presente nella stanza durante il volo drammatico di Pinelli dalla finestra. L’odio aveva ucciso il nemico innocente. Passano molti altri anni, in tutto sedici dall’omicidio, per conoscere i responsabili di quella morte. E’ un ex operaio diventato un piccolo rapinatore iscritto a Lotta Continua a confessare. Si chiama Leonardo Marino. E’ il 20 luglio del 1988. Racconta: “Ero io alla guida di quell’auto. A sparare è stato Ovidio Bompressi. Chi ce lo ha chiesto, cioè i mandanti, sono due  leader di Lotta Continua, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani”. La stessa sera Sofri è arrestato a casa, all’Impruneta, vicino Firenze. Pietrostefani e Bompressi furono presi una settimana dopo. Tutti si sono dichiarati sempre innocenti.  
sofriComincia un travagliato, acceso iter giudiziario e il “caso Calabresi” diventa il “caso Sofri”. Passando tutti i gradi di giudizio, si arriva alla Cassazione che il 24 gennaio del 2000 conferma in maniera definitiva la condanna a 22 anni di reclusione per i mandanti e l’esecutore del delitto, undici per Marino, condanna poi caduta in prescrizione. Adesso Leonardo Marino è libero e gestisce un chiosco di crèpes in Liguria, Pietrostefani è latitante in Francia, Bompressi è stato graziato l’anno scorso dal presidente Napolitano per gravi motivi di salute. Infine Adriano Sofri. Diventato in carcere articolista di successo e guru della sinistra che non fa autocritica sugli anni del terrorismo, dal 2005 gode del regime di semilibertà. Protagonista indiretto di un largo dibattito sull’opportunità di un atto di clemenza, che ha provocato anche uno scontro istituzionale, Sofri l’anno scorso è stato colpito dalla sindrome di Boerhaave, una malattia rarissima che riduce l’esofago, e da allora la pena è stata sospesa. Libero, in convalescenza.
postato da latorredibabele · permalink · commenti (1)

Commenti
#1    03 Maggio 2007 - 01:19
 
Adriano Sofri. Le sue prigioni leggi qui
utente anonimo

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