Dossier
Gli approfondimenti della Torre di Babele
 PINO SCACCIA
Se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità
pinoscaccia@gmail.com
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sabato, 09 agosto 2008, 15:25
Aldo Moro era favorevole a vendere armi ai Paesi arabi amici non solo a quelli più moderati, ma anche aerei e elicotteri da addestramento alla Libia di Gheddafi. A trent'anni dal sequestro da parte delle Brigate Rosse, spuntano dall'archivio privato di Moro alcune carte segrete che svelano particolari inediti della sua attività di ministro degli Esteri nel periodo a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. Nelle pagine ancora sconosciute della sua lunga attività di ministro degli Esteri durata dal 1969 al 1974 durante la quale avviò la nuova fase "mediterranea" della politica estera italiana, emerge, a sorpresa, un Moro "consapevole - come ha osservato lo storico Agostino Giovagnoli - che il mercato degli armamenti giocava in quegli anni un ruolo importante in politica estera". Repubblica.it I documenti segreti
giovedì, 24 luglio 2008, 20:07
L'abolizione della pena di morte nell'ultimo anno ha fatto importanti passi avanti in tutto il mondo, ma i dati assoluti sono in aumento per colpa dell'impennata nelle esecuzioni in Iran e Arabia Saudita. E' questo in sintesi il contenuto del Rapporto 2008 dell'associazione "Nessuno tocchi Caino" presentato oggi a Roma. Il documento espone i fatti più importanti del 2007 e dei primi sei mesi del 2008, che, si legge, "confermano l'evoluzione positiva verso l'abolizione della pena di morte in atto da oltre dieci anni". Tendenza oscurata a livello di cifre globali, spiega il rapporto, dall'escalation "di esecuzioni registrate in Iran, dove sono aumentate di un terzo, e in Arabia Saudita, dove sono quadruplicate". Il risultato finale è che "il numero delle esecuzioni è aumentato: nel 2007 ve ne sono state almeno 5.851, a fronte delle almeno 5.635 del 2006". Ancora una volta, denuncia l'associazione, l'Asia si è confermata il continente dove si pratica la quasi totalità della pena di morte nel mondo: "Se contiamo che in Cina vi sono state almeno 5.000 esecuzioni (in diminuzione rispetto all'anno precedente ma sempre l'85% del totale), il dato complessivo del 2007 per il continente corrisponde ad almeno 5.782 esecuzioni, in netto aumento rispetto al 2006 quando erano state almeno 5.492 e al 2005 quando furono almeno 5.413". "Le Americhe, prosegue il testo, sarebbero un continente praticamente libero dalla pena di morte, se non fosse per gli Stati Uniti, l'unico paese del continente che ha compiuto esecuzioni nel 2007: 42 le persone giustiziate (erano state 53 nel 2006 e 60 nel 2005)". In Africa, nel 2007 la pena di morte è stata eseguita in sette paesi - Botswana (almeno 1), Egitto (numero imprecisato), Etiopia (1), Guinea Equatoriale (3), Libia (almeno 9), Somalia (almeno 5) e Sudan (almeno 7) - dove sono state registrate almeno 26 esecuzioni contro le 87 del 2006 e le 19 del 2005 effettuate in tutto il continente. In Europa, la Bielorussia continua a costituire l'unica eccezione in un continente altrimenti libero dalla pena di morte. Almeno una esecuzione è stata effettuata nel 2007 e altre tre nei primi mesi del 2008. La Russia, infine, è impegnata ad abolire la pena di morte in quanto membro del Consiglio d'Europa e, nel frattempo, attua una moratoria delle esecuzioni. I dati sono stati illustrati durante un incontro con la stampa al quale ha partecipato l'ex premier Romano Prodi, insignito del premio "Abolizionista dell'anno". La motivazione del riconoscimento definisce l'ex presidente del Consiglio la "personalità che, più di ogni altra, si è impegnata sul fronte della moratoria delle esecuzioni capitali e dell'abolizione della pena di morte", dato che in veste di premier, il 18 dicembre scorso, "a nome del governo, del Parlamento e del Paese ha portato al successo la risoluzione per la moratoria delle esecuzioni capitali all'Assemblea Generale dell'Onu". "L'approvazione della risoluzione, presentata dall'Italia e co-sponsorizzata da 86 governi di paesi rappresentativi di tutti i continenti - motiva ancora il rapporto - è stata indubbiamente l'evento più significativo del 2007, il coronamento di una campagna condotta per oltre 15 anni da 'Nessuno tocchi Caino' e dal partito Radicale 'Nonviolento', ma anche una pietra miliare verso l'abolizione della pena di morte nel mondo".
venerdì, 04 luglio 2008, 13:41
Veleni e sangue. Lutti e rovine. Quel che resta del supervertice di Genova e’ sicuramente l’antivertice. Io che stavo li’ non ricordo una sola immagine degli otto “grandi” ma ricordo invece le gabbie, le sassate, gli spari, le ambulanze, le lacrime, la rabbia, la paura e la grande, inusitata violenza. Quando ancora si poteva girare per la citta’ senza il rischio di essere bastonati, sono andato in via del Campo e ho fatto una visita al “museo” di De Andre’, dov’e’ conservata la sua chitarra. Insieme a me sono entrati anche molti poliziotti che stavano facendo la guardia ai carrugi di una bellezza splendida e oscura. Il “guardiano del museo” ha commentato con una sola battuta: “Adesso Fabrizio avrebbe detto: belinate, solo belinate”.Quel che e’ successo nei giorni successivi non e’ stata una “belinata”. Ma una storia grave, pesante. Ho visto i neri trasformare la citta’ in un campo di battaglia, devastando tutti e tutto. E ho visto poliziotti picchiare come ossessi, spesso gratuitamente. Ho visto cose molto sporche. Stavo a due passi dalla piazzetta dove Mario, un carabiniere di vent’anni ha ucciso Carlo di ventitre’. Sono stato in mezzo al corteo di festa (fantastico: con suore e streghe) e sono stato accecato dai lacrimogeni. Sono stato la notte del blitz prima fuori, poi dentro la scuola Diaz. Quanto sangue! Eppure, vivendo dentro l’inferno, non so spiegarmi perche’ tutto cio’ e’ successo. So che i ragazzi che contestavano il vertice hanno ragione, ma so anche che non si puo’ usare quella violenza. So che la polizia deve difendere lo Stato, ma so anche che non puo’ essere piu’ violenta dei violentatori. (Genova, 12 settembre 2003)
sabato, 28 giugno 2008, 15:06
Il terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, nome di battaglia Carlos, svela che i servizi segreti militari italiani tentarono in extremis di salvare la vita allo statista democristiano consegnando a gruppi vicino alla resistenza palestinese alcuni brigatisti rinchiusi in carcere. Il piano però saltò il giorno prima della morte di Moro. (...) Finora la tesi del contatto tra le istituzioni e i gruppi eversivi era stata solo accennata dal terrorista. Questa volta Carlos ha fatto nomi, cognomi e date che dovranno certamente essere verificate ma che hanno più di un elemento di verosimiglianza. Attraverso il suo legale, lo "sciacallo", ha spiegato che nella sera tra l'8 e il 9 maggio 1978, la sera precedente l'omicidio del politico, una executive dei servizi segreti militari italiani attese invaso sulla pista dell'aeroporto di Beirut il contatto per organizzare la consegna in un paese arabo di alcuni brigatisti allora in carcere. Sul jet c'erano il colonnello Stefano Giavannone, uomo del Sismi legato a Moro, e alcuni esponenti del Fronte di liberazione della Palestina. Secondo Carlos, a mettere in allarme a Roma la fazione filo Nato dei servizi sull'operazione, fu probabilmente un'indiscrezione fatta a Beirut da un membro dell'ufficio politico dell'Olp, Bassam Abu Sharif. Il giorno successivo, il 9 maggio 1978, il corpo di Aldo Moro fu rinvenuto nel bagagliaio di una R4 parcheggiata in via Fani e qualche mese dopo, i responsabili del Sismi all'origine dell'operazione furono allontanati o costretti alle dimissioni. Ansa.it
QUEI VIAGGI A BEIRUT DEL GLADIATORE
domenica, 22 giugno 2008, 23:17
Spari' un mercoledi' sera, il 22 giugno del 1983, dopo la lezione di flauto. Da allora su Emanuela Orlandi e' stato detto di tutto. Che e' morta in quei giorni per uno strano incidente, che e' stata portata in Medio Oriente, che non e' stata affatto rapita ma si e' allontanata volontariamente. E poi altri piccoli misteri contraddittori: un ragazzo, forse uno della scorta del Papa, che l'andava a prendere sotto casa, un'auto blu, un poliziotto che vede il rapimento, un rapporto del Sisde sparito. Certo e' che il giudice Adele Rando sta tentando da anni di ottenere una rogatoria internazionale per interrogare alti prelati perche' c'e' qualcosa che non quadra in questa lunga scomparsa. Quasi esattamente due anni prima del rapimento di Emanuela Orlandi, nel giugno dell'81, il Papa scampo' miracolosamente a un attentato. E' possibile che i due episodi siano in qualche modo legati fra loro? Sta cercando di stabilirlo da molto tempo un altro giudice romano, Rosario Priore. Ha interrogato a lungo Ercole Orlandi, il padre di Emanuela. Chi sostiene che attentato e scomparsa della ragazza siano frutto di uno stesso progetto e' da sempre Oral Celik, ex terrorista turco, legato ai "lupi grigi" che rivendicarono il tentativo di uccidere il Papa. Piu’ volte ha dichiarato che Emanuela e’ viva, ha due figli, non uno, ed e’ nascosta in Sudamerica, sotto altissima protezione. Ma c'e' di piu'. Ci sono testimoni (un poliziotto e un vigile, di servizio quella sera in via della Dataria) convinti che l'uomo visto l'ultima volta con la giovane Orlandi fosse proprio lui, Celik. L'uomo che l'ha fatta salire sulla misteriosa auto blu. Non a forza, ma consenziente, da vecchi amici. Quaranta giorni prima di Emanuela, il 7 maggio, era scomparsa un'altra ragazza, una sua amica e coetanea, Mirella Gregori. E i magistrati che indagano sul grande giallo sono convinti naturalmente che le due scomparse siano legate. Ci sono le prove, del resto, di una correlazione. Il Papa nell'Angelus del 3 luglio fa appello ai rapitori per la liberazione delle due ragazze. E nel comunicato n.20 dell'84 i "lupi grigi" ammettono di avere in mano sia Emanuela che Mirella. Ma c'e' di piu'. La madre di Mirella, durante una visita del Papa in una parrocchia del Nomentano, il 15 dicembre del 1985, riconobbe in un uomo della scorta pontificia la persona che andava a prendere regolarmente la figlia a casa. E' uno di questi. Forse lo stesso, sulla quarantina, visto al bar con Emanuela poco prima della scomparsa. Era amico di tutte e due? Il mistero continua. Probabilmente per sempre.

C’è una traccia finalmente consistente per accertare che fine abbia fatto Emanuela Orlandi, la figlia del commesso della Casa Pontificia del Vaticano scomparsa 25 anni fa, il 22 giugno del 1983, quando aveva quindici anni. Una super-testimone, interrogata in gran segreto, ha rivelato ai magistrati un particolare da loro ritenuto decisivo per tentare di ricostruire la vicenda. Il mistero, ancora una volta, ruota attorno alla Banda della Magliana, la famigerata organizzazione (nata alla fine degli anni ’70 dalla fusione di vari gruppi criminali) in contatto con camorra, mafia, destra eversiva e loggia P2. A un sequestro deciso e ordinato per chissà quale (ancora) oscuro motivo dai boss che nulla avrebbe a che vedere, al contrario di quello che era stato ipotizzato fino a poco tempo fa, con i Lupi Grigi e con i colpi di pistola esplosi contro Giovanni Paolo II a piazza San Pietro, il 13 maggio dell’81, dal turco Alì Agca. La svolta sugli accertamenti per la sparizione di Emanuela Orlandi è arrivata inaspettata. Il procuratore aggiunto Italo Ormanni (nominato in settimana da Palazzo Chigi responsabile del Dipartimento per gli affari di giustizia del ministero di via Arenula) e i pm Simona Maisto e Andrea De Gasperis hanno lavorato in silenzio, affidando alla polizia le prime verifiche e cercando riscontri al racconto della donna. Che non è una delle tante figure più o meno equivoche apparse in tutti questi anni nelle varie inchieste: è stata a lungo la donna di uno dei boss della banda della Magliana, conoscerebbe molti segreti dell’organizzazione e, soprattutto, avrebbe avuto un ruolo attivo nel rapimento. segue
(...) "Ogni volta che si è tentato di allontanarsi dallo scenario originale, quello della pista internazionale - spiega Martella - non si è mai approdato a nulla. Restano come elementi da approfondire, a mio giudizio, quelli che all'epoca si acquisirono e che facevano ritenere che tra l'attentato al Papa e il rapimento Orlandi ci fosse un collegamento". Nesso che il magistrato scorge, confermando anche stavolta una ipotesi fatta durante questi anni, anche tra la scomparsa Orlandi e quella scomparsa di un'altra ragazza, Mirella Gregori, svanita nel nulla, sempre nel 1983 a Roma, 40 giorni prima della sparizione di Emanuela. "Conservo ancora una lettera che mi giunse in ufficio, dai presunti rapitori di Emanuela, diretta all'allora Presidente della Repubblica Pertini, in cui si rivendicava anche il sequestro della Gregori. Si informava che il gruppo che voleva la liberazione di Agcà aveva informato le alte gerarchie Vaticane per intavolare una trattativa finalizzata al rilascio della Gregori stessa, una richiesta che a detta di questa gente era stata snobbata dalla Santa Sede. Insomma questa lettera comunicava che dopo aver ucciso la Gregori ora si era passati ad un altro ostaggio, Emanuela Orlandi, con una trattativa che però doveva essere pubblica". "Questi erano gli elementi dell'epoca - conclude Martella - elementi, ripeto, che non diventarono prove ma tuttavia pensare ad altro per la vicenda Orlandi autorizzerebbe a pensare che vi sia stato qualcosa di veramente diabolico, orripilante. Qualcosa di davvero mostruoso che ha portato qualcuno a voler nascondere un sequestro fatto per motivi di criminalità comune con una messa in scena durata anni". (...) segue
Emanuela Orlandi sarebbe stata uccisa. Il suo corpo, rinchiuso dentro un sacco, sarebbe stato gettato in una betoniera a Torvaianica. La rivelazione è della donna che ebbe una relazione con il boss della banda della Magliana, Enrico De Pedis, detto Renatino, e che è stata sentita nelle scorse settimane, alla presenza dei funzionari della squadra mobile, dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dai pm Andrea De Gasperis e Simona Maisto, titolari dell’inchiesta sulla scomparsa della ragazza. La donna, pur ammettendo di aver fatto uso a lungo di droga e psicofarmaci, rivela circostanze quantomeno meritevoli di accertamenti: “Successe tutto a Torvajanica, andammo con Renato a pranzo da Pippo l’Abruzzese. Lì aveva un appuntamento con Sergio, l’autista, il quale portò due sacchi”. “Poi andammo in un cantiere, io restai in auto: buttarono i due sacchi dentro una betoniera. “Così facciamo scomparire tutte le prove” dissero. La supertestimone parla anche quindi di un secondo corpo, sarebbe quello di Domenico Nicitra, figlio di uno storico esponente della Banda. Ma le date non tornano. Di Emanuela Orlandi si persero le tracce il 22 giugno dell’83. Domenico Nicitra, il bambino di 11 anni, figlio di Salvatore, imputato al processo per i delitti commessi dalla banda della Magliana, scomparve il 21 giugno 1993 assieme allo zio Francesco, fratello del padre. E De Pedis in quell’epoca era già morto: venne ammazzato il 2 febbraio del ‘90.
"Non do' credito a nulla di quello che viene detto in queste ore finche' non si accerta per davvero quello che e' accaduto e lo si possa provare". E' la risposta che arriva da Natalina Orlandi, una delle sorelle di Emanuela, contattata dall'Agi dopo la diffusione di parte della deposizione della ex amante dell'allora boss della 'Banda della Magliana', Enrico De Pedis (detto 'Renatino'), al procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni e ai sostituti Andrea De Gasperis e Simona Maisto che stanno indagando sulla scomparsa, proprio ieri sono trascorsi 25 anni da allora, di Emanuela. "Per me - continua Natalina - questa notizia e' una come tante altre che escono fuori purtroppo quando sono in corso indagini ed accertamenti. Non si sa come mai vengano fuori notizie che dovrebbero essere riservate, ma e' risaputo che accade.... Ad ogni modo non penso nulla di tutto questo, aspetto soltanto, cosi' come aspetta tutta la famiglia". Natalina Orlandi si dice comunque "fiduciosa", e del resto "e' notorio che noi lo siamo sempre stati e continueremo ad esserlo fino a quando non avremo motivo per non esserlo". Rapita per ordine di Marcinkus?
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sabato, 21 giugno 2008, 23:47
 La notte del 27 giugno 1980 l'aereo dell'Itavia in volo tra Bologna e Palermo con a bordo 81 persone, scompare dai tracciati dei radar di Fiumicino. Dopo alcune ore si ha la certezza che è caduto in mare a nord di Ustica. Non ci sono superstiti. Ecco le principali tappe della vicenda in 28 anni di indagini e misteri che hanno preceduto la sentenza di assoluzione del generale Lamberto Bartolucci, ex capo di stato maggiore dell'Aeronautica, e del suo vice generale Franco Ferri.
27 giugno 1980 Ore 20.59'.45". Il Dc9 I-Tigi Itavia in volo da Bologna a Palermo partito con due ore di ritardo, si inabissa a nord di Ustica. Ottantuno le vittime fra passeggeri ed equipaggio: tra loro 13 bambini, due dei quali non avevavo ancora compiuto due mesi. Il gruppo neofascista dei Nar rivendica la strage: per i giudici si tratterà di un vero e proprio depistaggio operato dal cosiddetto Super Sismi.
Luglio 1980 Il ministro socialista della Difesa Lelio Lagorio riferisce in Senato sul disastro, escludendo il coinvolgimento di aerei militari. Le autorità aeronautiche sostengono l'ipotesi del "cedimento strutturale" del velivolo. Il generale Romolo Mangani, comandante del Centro operativo regionale di Martina Franca, responsabile del controllo radar dei cieli del sud verrà accusato di "alto tradimento per aver depistato le indagini".
Luglio 1980 Sui monti della Sila viene trovato un Mig 23 libico, forse caduto la notte del 27 giugno, la stessa della tragedia del Dc9. Il maresciallo Mario Alberto Dettori, radarista della base di Poggio Ballone (Grosseto), confessa alla moglie: "Quella notte è successo un casino, per poco non scoppia la guerra". Dettori morirà suicida nel marzo dell'87 ossessionato da una frase che, dice, non lo abbandona mai: "Il silenzio è d'oro e uccide".
Dicembre 1980 L'Itavia, l'azienda del Dc9 esploso, dirama un comunicato stampa che indica come unica ipotesi valida a spiegare la caduta dell'aereo quella di un missile.
Marzo 1982 La prima commissione d'inchiesta parlamentare (presidente Carlo Luzzati) sostiene che senza l'esame del relitto non è possibile chiarire se il Dc9 cadde per esplosione interna (bomba) o esterna (missile).
Agosto 1986 Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga chiede al presidente del Consiglio Bettino Craxi di disporre il recupero del relitto.
Marzo 1989 Dopo cinque anni di lavoro sul relitto, i periti della commissione Blasi concludono che il Dc9 è stato abbattuto da un missile.
Maggio 1990 A sorpresa, due componenti della commissione voluta da Bucarelli fanno marcia indietro riproponendo l'ipotesi della bomba.
Marzo 1993 Alexj Pavlov, ex colonnello del Kgb, rivela la sua verità: il Dc9 fu abbattuto da missili americani, i sovietici videro tutto dalla base militare segreta che nascondevano vicino a Tripoli: "Fummo costretti a non rivelare quanto sapevamo per non scoprire il nostro punto di osservazione. Quella notte furono fatte allontanare tutte le unità sovietiche della zona perché sapevamo che ci sarebbe stata un'esercitazione a fuoco delle forze americane".
Dicembre 1993 Andrea Crociani, imprenditore toscano, viene interrogato dal giudice Rosario Priore, titolare dell'inchiesta. Crociani rivela le confessioni a lui fatte da Mario Naldini, il tenente colonnello che prestava servizio all'aeroporto di Grosseto e che la sera del 27 giugno si alzò in volo con il suo caccia Tf140 per un'esercitazione Nato. "Mario mi disse: Quella notte c'erano tre aerei. Uno autorizzato, due no. Li avevamo intercettati quando ci dissero di rientrare. All'aeroporto di Grosseto, dopo l'atterraggio, ci informarono della tragedia del Dc9". Naldini era il capo squadriglia delle Frecce Tricolori, morto a Ramstein nell'agosto dell'88 durante la disastrosa esibizione che causò la morte di 51 persone. Dieci giorni dopo doveva essere ascoltato da Priore per i fatti di Ustica.
26 novembre 2003 La tragedia di Ustica non fu certamente provocata dal cedimento strutturale del Dc9 dell'Itavia, ma probabilmente da un missile esploso dall'esterno dell'aereo. Il tribunale di Roma, a 23 anni dalla tragedia, dichiara responsabili i ministeri dei Trasporti, della Difesa e dell'Interno, e li condanna in solido a risarcire all'Itavia i danni, quantificati in circa 108 milioni di euro (210 miliardi delle vecchie lire).
30 aprile 2004 La terza sezione della Corte d'Assise di Roma assolve da tutte le accuse contestate i generali dell'Aeronautica Lamberto Bartolucci, Franco Ferri, Zeno Tascio e Corrado Melillo individuando responsabilità nelle condotte dei generali Bartolucci e Ferri in merito alle informazioni che i due militari fornirono, in maniera errata, alle autorità politiche.
15 dicembre 2005 Bartolucci e Ferri sono assolti in appello.
10 gennaio 2007 La prima sezione penale della Corte di Cassazione si pronuncia definitivamente sul processo confermando la sentenza di assoluzione pronunciata in appello e cancellando quindi la possibilità ai famigliari delle vittime di chiedere un risarcimento.
Quasi trent’anni dopo si riapre l’inchiesta su Ustica perchè Cossiga ha dichiarato che ad abbattere, nel giugno dell’80, il Dc9 dell’Itavia fu un missile della marina militare francese. Ci sono sempre due verità: quella giudiziaria e quella giornalistica. Quella giornalistica sostiene da tempo la stessa tesi. Quella giudiziaria invece ha assolto tutti, con l’aggravante del mancato risarcimento dei familiari delle ottantuno vittime. Ben venga la riapertura, anche se dolorosamente dobbiamo constatare che già lo sapevamo. C’è solo una novità: che forse finalmente si farà giustizia.
venerdì, 20 giugno 2008, 19:47
Le Compagnie di Assicurazione in prima linea per la sicurezza stradale. Questo il tema al centro del convegno "I giovani e la sicurezza stradale: vera emergenza nazionale", organizzato da Allianz S.p.a., Assicurazioni Generali e Sasa - Gruppo Fondiaria Sai, in collaborazione con la Fondazione Ania per la Sicurezza Stradale, tenuto oggi a Trieste. Il convegno ha messo in evidenza la ferma volonta' delle compagnie di assicurazione di contrastare, con risorse finanziarie ed attraverso un costante apporto di strategie ed idee, una vera e propria piaga sociale: gli incidenti stradali:16 morti ogni giorno, 5.669 nell'arco di un anno, con un tasso di mortalita' pari a 2,4 ogni 100 incidenti e 332.955 feriti. Cifre tragiche registrate dall'Istat sulle strade italiane nel 2006. Un emergenza che colpisce molte famiglie italiane, che subiscono un lutto o un'invalidita' permanente di un loro familiare. L'alcol e la droga - e' stato affermato nel corso del convegno - sono tra le cause principali dei morti e feriti sulle strade. Secondo una stima dell'Istituto Superiore di Sanita', gli incidenti provocati da persone alla guida in uno stato psicofisico alterato corrispondono al 30 209568 del totale dei sinistri che avvengono nel nostro Paese. I dati forniti dal Ministero dell'Interno confermano questa tragica statistica.
martedì, 17 giugno 2008, 09:31
Quella di ieri non è "l'ultima strage". La verità è che "l'ultima strage" non esiste. Ogni tanto accade che muoiano più persone tutte assieme. Ma la morte nel Mediterraneo è un fatto quotidiano, di routine. L'ennesimo SOS è arrivato poche ore fa agli uffici dell'Acnur, l'Alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati. C'era una barca in difficoltà in qualche punto del Mediterraneo. Uno dei passeggeri, un somalo, ha telefonato a un parente residente in Italia. E il parente ha chiamato l'Alto commissariato che, come sempre, ha girato la segnalazione alle autorità marittime. "Succede molto spesso", dice la portavoce Laura Boldrini. segue
mercoledì, 04 giugno 2008, 18:34
(segue) Sono almeno dieci le procure italiane, coordinate dalla procura nazionale antimafia, che stanno indagando su questa zona, la costa a meta' fra Liguria e Toscana, considerata un vero e proprio crocevia di rifiuti tossici verso i paesi della cooperazione. In un appunto ritrovato dai genitori sul taccuino di Ilaria Alpi c'era scritto "sei navi". Le navi dei veleni. La giornata del Tg3, prima di essere uccisa, intervisto' il sultano del Bosasa che gestisce quel tratto di costa somala individuato come uno dei dodici siti preferenziali per lo scarico dei rifiuti tossici dalla ditta Comerio. Grandi misteri che s'intrecciano con il traffico di armi che segue spesso le stesse vie. Nei verbali del rinvio a giudizio di Duvia c'e' l'intercettazione di una telefonata fra due tecnici di Pitelli, Roberto Cozzani e Luca Galli, che a proposito di triangolazioni citano la Oto Melara. Ma soprattutto agli atti ci sono le prove di un traffico illegale e sistematico di rifiuti secondo le dichiarazioni di tre testi definiti per sicurezza solo A. B e C. Traffico sistematico. Nel gennaio del 1990 un comandante della marina mercantile inglese segnalo' a Greenpeace che il molo 7 di La Spezia era ormai conosciuto in tutto il mondo come "the toxic berth" il molo dei veleni, punto di carico di rifiuti tossici diretti verso l'Africa. In un dossier presentato da Legambiente in un'assemblea pubblica sono ricostruite le rotte delle ventitre' navi dei veleni scomparse nel Mediterraneo. Molte sono passate o addirittura partite dalla Spezia. La storia sciagurata dei veleni comincia esattamente dieci anni fa, nel giugno del 1987 quando alla Spezia sono imbarcate 200 mila tonnellate di rifiuti tossici, destinazione Guinea Equatoriale. Nello stesso periodo la Rigel partita dalla vicinissima Marina di Carrara per l'ultimo viaggio, affonda il 21 settembre davanti alla costa campana. Venti persone sono processate per naufragio doloso. E poi la Radhost, la Latvia, e la "Jolly Nero", tutte partite tra gennaio e ottobre del 1988 per l'Africa. Il 18 gennaio del 1989 direttamente da Beirut attracca la "Jolly Rosso" con un carico di 4000 bidoni. Per quattro anni e mezzo il materiale tossico e' stoccato alla Spezia poi il 9 luglio del 1993 riparte. Il capitano di corvetta Natale De Grazia, 39 anni, consulente tecnico del pm reggino Francesco Neri, parte il 12 dicembre dell'anno scorso con l'incarico di interrogare proprio l'equipaggio della Jolly Rosso ma alla Spezia non arrivera' mai. L'ufficiale ha un malore durante il viaggio. L'autopsia, eseguita una settimana dopo il decesso e dietro presioni dei magistrat, non conferma l'ipotesi dell'infarto. Il 5 marzo del 1994 arriva alla Spezia dal Libano la "Jolly Rubino" con materiale ferroso proveniente dall'ex unione sovietica, con destinazione Sudafrica. In otto containers e' misurata una radioattivita' di 600 bequerel. Sessanta di quei fusti tossici andranno poi in Austria dopo il transito in Sudafrica. Il 21 ottobre del 1995 fa breve scalo alla Spezia la Koraline prima di Algeri e Marsiglia. Riparte il 5 novembre con 285 containers. E' l'ultimo viaggio. La mattina del 7 novembre affonda fra Ustica e Trapani per un falla. Nei containers anche uranio 238. Il 9 dicembre del 1995 la nave russa "Vjacheslav Shishkov" attracca proveniente dalla Tunisia. Riparte il 12 dopo aver sbarcato containers dove sono trovate tracce di Cesio 137, materiale altamente radioattivo. La storia non è finita. Soltanto un mese fa i doganieri spezzini scoprono al porto un vasto traffuco con i paesi del terzo mondo di "Algofrene 12", un gas nesso al nando dall'Onu perche' considerato uno dei principali killer dell'ozono. L'interrogativo principale che deve sciogliere l'inchiesta e': la discarica di Pitelli era un punto di arrivo o semplicemente un passaggio o addirittura la partenza dei containers con i rifiuti tossici? Certamente da questo stupendo golfo o dai porti della vicina costa toscana sono partite quasi tutte le cosidette navi dei veleni. Dicembre 2002
martedì, 27 maggio 2008, 22:25
Dall’Australia arriva oggi una notizia importante. Ottantasei anni dopo essere stato impiccato, un uomo è stato scagionato. Bella consolazione per i parenti, se ancora ne ha. Colin Campbell fu giustiziato nel 1922 per stupro e omicidio di una compagna di classe, una bambina. Nuovi rilievi hanno dimostrato che le prove erano irrimediabilmente viziate. In Australia la pena capitale è stata abolita nel 1975 e certamente quest’errore giudiziario è prezioso per chi combatte contro chi vuole reintrodurla. Del resto, la grande possibilità di errore (irreversibile) è uno dei punti di forza della campagna contro la pena di morte. Non se ne preoccupa certo la Cina dove processi sommari (e reati minimi, trentotto in tutto fra cui teppismo e contrabbando) portano ad almeno cinquemila esecuzioni l’anno (il novanta per cento del totale) oppure gli altri quaranta regimi autoritari che ne fanno uso frequente (Iran, Pakistan, Iraq e Sudan in testa) ma certo la possibilità di errori, oltre ai motivi morali, fa venire molti dubbi negli undici Paesi a democrazia liberale dove la pena di morte è ancora attiva. Il Canada, per esempio, dove un uomo (Steven Truscott) è stato liberato con tanto di scuse del procuratore generale dopo quasi cinquant’anni nel braccio della morte. Condannato nel 1959 per l’omicidio di una ragazzina, il Dna ha dimostrato che non era lui l’assassino. E poi gli Stati Uniti dove la percentuale degli errori giudiziari, secondo fonti autorevoli, si aggira intorno al cinquanta per cento. Insomma, metà dei giustiziati sono innocenti. I rapporti stabiliscono che dal 1973 al 2006 sono stati rilasciati 132 prigionieri dopo prove approfondite. Solo il governatore dell’Illinois, George Ryan, ne scoprì tredici in un anno. Proprio nei giorni scorsi sono stati scarcerati due condannati per delitti non commessi: Levon Jones nel North Carolina e James Woodard in Texas. Il primo stava nel braccio della morte da quindici anni, l’altro da ventisette. Loro hanno fatto in tempo, sono salvi: in extremis non hanno conosciuto il boia. Ma gli altri? Da oggi a ottobre sono in programma sedici esecuzioni: sicuro che sono tutti colpevoli? Accorgersene dopo è inutile, una beffa.
martedì, 27 maggio 2008, 14:13
Dal boia al chirurgo: «Il 95% degli organi trapiantati in Cina — dice Harry Wu — viene da cadaveri di condannati a morte». Le prove? «Nel 2006 l'ha ammesso lo stesso vice ministro della Sanità di Pechino. Alla fine hanno dovuto riconoscerlo. Noi lo denunciamo da anni. C'è un documento segreto datato 1984, firmato da sei responsabili governativi tra cui il ministro della Sicurezza Nazionale, che dava il via libera all'utilizzo dei giustiziati ». Di nascosto? «Sì. Le ambulanze che seguivano i condannati sul luogo dell'esecuzione dovevano essere anonime, con le targhe coperte». E oggi? «È permesso dalla legge. A tre condizioni, che di fatto vengono spesso aggirate ». Quali? «Il consenso degli interessati, l'ok delle famiglie. Il caso in cui nessuno reclami il corpo». Succede spesso? «Prenda me. Ho passato 19 anni nei laogai (campi di lavoro) per aver criticato il governo. Potevo essere giustiziato in ogni momento. La mia famiglia non l'avrebbe saputo. Mia madre morta suicida, mio padre prigioniero, i miei fratelli mi avevano rinnegato. Nessuno avrebbe chiesto il mio cadavere. Ho visto tanta gente morire così. Non ci sono regole che costringano le autorità a informare le famiglie. Dal 1949 il governo cinese rifiuta di dare notizie sulle esecuzioni». Corriere.it
lunedì, 26 maggio 2008, 23:50
Mezzogiorno di fuoco in banca. Soprattutto il venerdì. L'Italia è prima in Europa per numero di rapine agli sportelli e la giornata più pericolosa è quella del fine-settimana lavorativo con il maggior rischio tra le 11.00 e le 13.30. Quasi uno sportello su dieci ha ricevuto la visita dei rapinatori, sottolineano i risultati dell'indagine svolta dall'Ossif, l'osservatorio dell'Abi sulla sicurezza, nella quale si sottolinea come nel 2006 ogni 100 sportelli in Italia ci siano state 9,67 rapine, contro le 1,37 in Germania, 1,14 in Spagna e 0,97 in Francia. E se si osserva il fenomeno in termini assoluti, i divari sono ancora maggiori: nel nostro Paese i 'colpi' sono stati 3.092, contro i 582 della Germania, i 438 della Spagna ed i 271 della Francia. E nel periodo 2002-2006 in Italia le rapine hanno fruttato un totale di 258,7 milioni, pari al 54% del totale rapinato nei principali Paesi europei. Ansa.it
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